O Re se n’è juto : Il valore del dialetto e il grido universale di Vincenzo Savoca. Recensione di Ada Rizzo
Leggere libri e poesie significa prendersi cura del pensiero e della sensibilità, aprire spazi interiori in cui la parola diventa conoscenza, emozione e confronto. La letteratura, in tutte le sue forme, ci accompagna nel comprendere il mondo e noi stessi, offrendo strumenti per interpretare il presente, interrogare il passato e immaginare il futuro. Ogni lettura è un incontro che lascia tracce, un’esperienza che arricchisce e che continua a vivere nel tempo, oltre l’ultima pagina.
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Ada Rizzo
La poesia che propongo oggi, “O Re se n’è juto” di Vincenzo Savoca si apre con un titolo in dialetto siciliano che già di per sé è un manifesto culturale. Il dialetto non è soltanto lingua, ma memoria viva: custodisce la voce del popolo, la sua storia e le sue emozioni più autentiche. In questo testo diventa strumento di resistenza e identità, radicando il messaggio poetico nella terra da cui nasce e amplificandone la forza universale.
La lirica si sviluppa come un canto drammatico, dove la voce del poeta si rivolge al “generale” e, attraverso immagini potenti di sera, vento e silenzio, trasforma la parola in testimonianza contro la guerra e in invito alla pace.
Cenni biografici dell’autore
Vincenzo Savoca, poeta siciliano contemporaneo, radica la sua voce nelle terre del ragusano e nella tradizione mediterranea. La sua scrittura affronta temi di conflitto, identità e speranza, trasformando la poesia in coscienza civile e memoria collettiva.
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Testo originale
O RE SE N’È JUTO ( Il Re se n’ è andato)
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Oh generale, mio generale, è scesa la sera.
Nel bosco scrolla un chiaccheccio di foglie
nel ristagno d’alberi, ma senza voci sono le
campane del Piano laggiù, l’ora del vespro,
del ritorno alle case dai campi. La sera lenta
cala nel bosco, su monti e contrade, adagio
e molle si scrolla a passo lieve sul cuore che
m’arde e trema di tristezza e batte come un
rivo d’acque vive che sulla pietra balza con
singulti di scrosci nell’aria serena della sera.
Laggiù al piano nessuno dorme, si bivacca al
buio, nell’aria bruna un ruggito c’è di guerra!
Ora il vento non porta la sua voce, non è una
grazia questo silenzio e udirlo mi consuma.
Domani andremo incontro al nostro destino!
Oh generale, mio generale, ascolto attonito
il silenzio della sera schiarita da tremule luci
di vaghe stelle fredde e m’imbruna il freddo
di sogni, la tristezza come un velo di ghiaccio
mi parla di morte, e tremo ma non di paura,
è la mia giovinezza a piangere! E guardo su
quei rami annodati tesi alla luna nuova, non
hanno ancora forche, ma le mosche aspettano
l’acerba vita nostra appesa nel cappio, stretta
la strozza sulla balza dei rami, i visi ipostatici.
Oh generale, mio generale scendiamo tutti
al Piano. La nostra gente udrà i nostri passi
leggeri, il vento porterà nella notte l’eco di
voci amiche, ascolteranno il nostro cammino
e non avranno paura. Non tremeranno e non
nasconderanno i bambini, e le donne non se
n’andranno per i campi col viso coperto come
ombre. Questa terra è nostra e ci appartiene!
Ed il cielo, ogni valle e fiume, tutti i ponti e le
strade, le case svuotate delle voci dei bimbi,
dei canti di donne. Nostro l’amore di ragazze,
il bacio casto e vago come la voce del vento.
Oh generale, mio generale, stride la bandiera,
non ci appartiene, la nostra squarciata più non
canta. Il vento non ha sussurri, il mare vomita
parole confuse e sconosciute di gente che ci
chiama fratelli, ma sono armati di schioppi e
di fucili. E noi siamo briganti, ma non abbiamo
oro e nemmeno argento e domani io già lo so,
saremo tutti morti! La notte sarà breve, misera
è la luce, la gramigna ch’han portato è tossica
come fiele! In questa dolce sera s’è moribondi!
Oh generale, mio generale, che fa il vento? Da
quale parte soffia? Che dice? Che dice ancora? “Lassate l’arme, o Re se n’è juto!”.
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Vincenzo Savoca
Ragusa 8 gennaio 2026
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La poesia si apre con immagini della sera e del bosco, che diventano metafora di sospensione e di attesa. Il dialogo con il “generale” scandisce il ritmo, trasformando la lirica in una preghiera laica e collettiva. Il linguaggio è visionario e drammatico: le campane mute, i rami annodati, le mosche in attesa diventano simboli di una giovinezza spezzata e di un destino segnato.
Il testo mette in scena la fragilità della giovinezza di fronte alla guerra, la paura che si mescola alla speranza e il bisogno di appartenenza. Qui possiamo leggere echi delle riflessioni di Carl Gustav Jung, con l’idea degli archetipi che attraversano l’inconscio collettivo; la tensione tra vita e morte richiama la dialettica di Sigmund Freud tra eros e thanatos; mentre il desiderio di pace e di valori condivisi rimanda alla visione di Abraham Maslow e alla sua celebre piramide dei bisogni, che mostra come l’umanità aspiri a soddisfare prima i bisogni fondamentali (sicurezza, sopravvivenza) per poi elevarsi verso quelli più alti (solidarietà, giustizia, autorealizzazione).
La ripetizione di “Oh generale, mio generale” offre un’ ulteriore chiave di lettura e diventa un richiamo intertestuale a Walt Whitman e al suo celebre componimento “O Captain! My Captain!”, scritto in memoria di Abraham Lincoln. L’invocazione ripetuta di Savoca, “Oh generale, mio generale”, riecheggia la struttura solenne e corale di Whitman, dove la figura del capitano diventa simbolo di guida e destino collettivo.
In entrambi i testi, la voce poetica si rivolge a un leader non solo come individuo, ma come incarnazione di un popolo intero. La ripetizione dell’appellativo crea un ritmo liturgico, trasformando la poesia in un canto universale di dolore e speranza.
Così, Savoca si inserisce in una tradizione poetica che unisce la Sicilia e l’America, la memoria locale e gli archetipi globali, mostrando come la poesia possa attraversare confini e tempi diversi per dare voce all’umanità.
Savoca trasmette un messaggio forte e chiaro: la guerra non appartiene al popolo, ma lo consuma e lo priva dei suoi sogni e della sua terra. Il verso finale, “Lasciate le armi, il Re se n’è andato!”, è un invito alla liberazione, alla fine della violenza e alla riconquista della dignità collettiva.
In tempi duri, come quelli che stiamo attraversando, il suo grido si unisce a quello di ogni essere umano che ripudia la guerra.
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Ada Rizzo, 12 Gennaio 2025, Malindi
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