“Cuochi sull’orlo di una crisi di nervi” al Teatro Gerolamo di Milano – Recensione
© Carrol Cruz e Jacob Sadrak
Ieri pomeriggio al Teatro Gerolamo con un testo (copioso e divertente) e con la musica (piacevole e per tutti i gusti) si è mangiato con piacere. Artefici sono stati l’attore Luca Simonetta Sandri e il critico gastronomico del Corriere della Sera Valerio Massimo Visintin. Ad accompagnarli il pianista Gianluca Sambataro che ha anche cantato insieme a Luca Simonetta refrain di canzoni di vario genere e di varie annate che avevano per denominatore comune il cibo. E così a un inizio di poche note della popolare W la pappa col pomodoro si è arrivati alla fine con “Cosa hai messo nel caffè ?“, eseguita per intero e come bis regalato al numeroso pubblico per ripagarlo degli abbondanti applausi giustificati dal fatto che “piatto ricco mi ci ficco”. Sì perché il piatto servito in un’ora e mezza circa è stato davvero abbondante e ha saputo accontentare un po’ tutti i palati. L’argomento del recital, perché di questo si parla, è stato tratto da due libri del Visintin “Osti sull’orlo di una crisi di nervi” (2013) e“Cuochi sull’orlo di una crisi di nervi” (2016) che scandagliano il mondo del food in tutte le sue varietà. I tre cerimonieri hanno iniziato a esplorare la tipologia dei ristoranti milanesi ritenuti, grazie alla molteplicità e vastità dell’offerta culinaria, una sorta di navi scuola della ristorazione nazionale, i quali, per superare la crisi post-covid (ma Visintin fa risalire il periodo critico ad anni ben precedenti quelli dell’epidemia) si industriavano ad aprire locali che basassero le loro specialità nella cucina tradizionale. Sintomatici i nomi dati alle strutture. E così il nome “ristorante” risultava apparire troppo convenzionale, meglio utilizzare i termini “osteria” o “trattoria” oppure locuzioni dialettali che assicurassero vera genuinità dei piatti in menù. E chi meglio delle nonne poteva aiutare a sfornare ricette antiche? Non erano forse loro le tenutarie dei segreti più reconditi dei piatti più pregiati? È in loro onore, perciò, che i cuochi non fanno più parte della categoria dei “mammoni” sostituita da quella dei “nonnoni”.
Ma il mondo del food si evolve, e la parola qui adoperata non tragga in inganno perché non è sempre detto che evoluzione significa miglioramento. Nei nostri anni c’è stata un escalation di tutto quello che riguarda l’argomento. Gli chef contiuano a moltiplicarsi e a tenere banco con mille invenzioni sicuri di un pubblico che li adora. Ora più che mangiare si degusta e qui i nostri cerimonieri tra una canzone e l’altra citano esempi disparati, come quello in cui si usa descrivere con dovizia di particolari la composizione (lo “spiegone”) del piatto prima che esso venga servito. Ed è meglio se questo avviene di fronte a una degustazione dove tutti i piatti non sono scelti dal cliente ma “elargiti” (perché di elargizione si tratta) dagli chef i quali, di fronte a una piccola quanto vana richiesta di chiarimento posta da un avventore poco accorto, rispondono con un ghigno di sufficienza.
Incubo dei padroni e dei maitre dei ristoranti è la conquista e anche il mantenimento anno dopo anno delle stelle Michelin e conseguentemente la presenza dei critici che naturalmente si presentano in incognito. E qui, tra le tante canzoni allegre c’è al pianoforte una nota triste de “Les Feuilles Mortes”), appena percettibile. Altro tormento dei ristoranti è il cliente singolo che non si sa mai dove piazzare. O, meglio, si sa: è nel posto dove c’è una corrente d’aria malevola o nel tavolo più vicino ai bagni. Ma, in fondo, cosa vuole questa persona che pretende di occupare da solo un tavolo per quattro? Meglio liberarsene il prima possibile servendogli i piatti tutti insieme. Peggio di lui ci sono i gruppi che occupano una lunga tavolata che, anche se permettono un buon guadagno, complicano il lavoro a cuochi e camerieri quando ognuno ordina pietanze diverse. È da qui che è nata l’esigenza della degustazione dove i piatti sono uguali per tutti. Non mancano gli aneddoti riferiti alla bevanda per eccellenza nel campo della ristorazione: il vino, e qui le canzoni sull’argomento si inseguono. Si va dall’Uva fugarina a “Barbera e champagne“, con un improvvisato coro da parte del pubblico.
L’approfondimento sulla tipologia dei ristoranti continua con episodi sempre più divertenti, come quello inerente a un esercizio di lusso dove una coppia si reca a pranzo e l’uomo ha necessità di andare in toilette. Quello che accade al malcapitato nel bagno è la descrizione di un’esilarante serie di incidenti dovuti alla disposizione della fotocellula del lavabo così disegnata da un architetto amante delle soluzioni avveniristiche e poco dotato di senso pratico. Senza contare che non tutti i ristoranti ti servono da mangiare: c’è quello di tendenza che ai propri clienti serve le pietanze che loro si sono portati da casa, o come quello che mantiene la temperatura bassa, non oltre i venti gradi, meglio anche due in meno, per mantenere fresco il cibo da portare ai tavoli.
Con umorismo e brio conditi da forte ironia, lo spettacolo si conduce fino alla fine senza soluzione di continuità e i “piatti” musicali variano da una pizza, a una pillola addolcita con lo zucchero, da un pollo con insalatina al baccalà, da tortelli a crauti (che Gianluca Sambataro esegue per intero riprendendo la famosa versione che cantava Monica Vitti). All’esuberante recitazione di Luca Simonetta Sandri si unisce la spiritosa e anche surreale interpretazione di Valerio Massimo Visintin, rigorosamente mascherato come siamo abituati a vederlo nelle foto che lo rappresentano. A tal senso durante lo spettacolo c’è anche un breve e scherzoso dialogo tra lui e Simonetta che finge di non capire la motivazione per la quale si presenta con il volto celato.
L’apprezzamento da parte del folto pubblico è stato notevole tanto che lo spettacolo merita di essere riproposto.
Visto il giorno 1° febbraio 2026
(Carlo Tomeo)
Teatro Gerolamo, Milano
“Cuochi sull’orlo di una crisi di nervi” con Luca Simonetta Sandri, Valerio Massimo Visintin
al pianoforte Gianluca Sambataro