Le colonie italiane: ciò che sappiamo, ciò che non vogliamo sapere, di Francesco Bianchi

Le colonie italiane: ciò che sappiamo, ciò che non vogliamo sapere, di Francesco Bianchi

I. La storia che conosciamo e quella che abbiamo scelto di non vedere

Quando si parla di colonialismo italiano, emerge subito una frattura: da una parte c’è ciò che sappiamo — o crediamo di sapere — e dall’altra ciò che abbiamo preferito non ricordare. Per decenni, la narrazione pubblica ha costruito un’immagine rassicurante: un colonialismo “mite”, “tollerante”, quasi paternalistico. Una versione edulcorata che ha permesso al Paese di evitare un confronto serio con il proprio passato.

Eppure, basta avvicinarsi alle fonti per scoprire un’altra storia. Una storia fatta di violenze sistematiche, di deportazioni, di campi di concentramento in Cirenaica, di gas utilizzati in Etiopia, di intere comunità spezzate. Una storia che non è marginale, ma strutturale. Eppure, nei manuali scolastici, tutto questo spesso si riduce a poche righe, quando non viene omesso del tutto.

Perché questa rimozione? Le ragioni sono molteplici. C’è la volontà politica del dopoguerra di costruire un’identità nazionale “innocente”, lontana dalle responsabilità del fascismo. C’è la difficoltà di affrontare un passato che non offre eroi, ma solo vittime e carnefici. C’è, soprattutto, la paura di guardare negli occhi una verità che incrina l’immagine che abbiamo di noi stessi.

Eppure, la rimozione non cancella le tracce. Le troviamo negli archivi, nelle fotografie ingiallite, nelle testimonianze delle popolazioni colonizzate, nei racconti dei soldati italiani che hanno visto e taciuto. Le troviamo anche nelle parole che usiamo ancora oggi, nei modi di dire, nelle immagini stereotipate che sopravvivono nel linguaggio comune.

Il colonialismo italiano non è un capitolo chiuso: è una ferita che continua a pulsare sotto la pelle della nostra memoria collettiva. E affrontarlo non significa distribuire colpe, ma riconoscere la complessità della nostra storia. Significa accettare che la memoria non è un museo, ma un organismo vivo, che cambia a seconda di ciò che scegliamo di ricordare o di dimenticare.

A collage of historical figures and landmarks, featuring black and white portraits, a map of Italy, and images of airplanes, set against a textured brown background.

II. Le ombre che ci abitano

Ci sono pagine della storia che sembrano scritte con un inchiostro più pesante. Pagine che, quando le sfogli, fanno rumore. Non perché gridino, ma perché contengono un silenzio che pesa.

Il colonialismo italiano è una di queste pagine. È fatto di fotografie in cui gli sguardi non si incontrano, di lettere spedite dal fronte che raccontano solo metà della verità, di nomi che non compaiono nei registri. È fatto di storie che non hanno avuto il tempo di diventare memoria.

Eppure, quando ci si avvicina a queste vite, qualcosa si muove. Si avverte una presenza, una richiesta sottile: ricordami. È la stessa richiesta che attraversa molte testimonianze del Novecento, come quella di Elias Canetti quando scrive: “Niente è più spaventoso di un volto che non ha più nessuno che lo ricordi.”

Le colonie italiane non sono solo un fatto storico: sono un territorio emotivo. Un luogo dove si incontrano vergogna, rimozione, dolore, ma anche il desiderio di capire, di restituire dignità, di dare un nome a ciò che è rimasto senza voce.

E forse è proprio questo che ci tocca più profondamente: la consapevolezza che ogni storia dimenticata è una domanda sospesa. Una domanda che riguarda noi, il nostro modo di guardare il passato, la nostra capacità di ascoltare ciò che non è stato detto.

Raccontare questo passato — o anche solo avvicinarlo — significa compiere un gesto di cura. Significa accettare che la memoria non è un esercizio accademico, ma un atto umano. E che solo attraversando queste ombre possiamo davvero capire chi siamo.

Francesco Bianchi

E mentre queste riflessioni si depositano, sento affiorare il ricordo del percorso che mi ha portato a interrogare più da vicino quelle ombre. Per anni ho raccolto frammenti: una fotografia senza nomi, una lettera che tace più di quanto racconti, un gesto annotato a margine di un rapporto militare. Ogni traccia sembrava chiedere la stessa cosa: non lasciarmi cadere di nuovo nel silenzio. Da quel dialogo con ciò che la storia aveva messo da parte è nato Tigri e colonie. Un romanzo che non pretende di spiegare, ma di ascoltare; che non offre risposte, ma restituisce presenza a chi è rimasto ai bordi della memoria. Se qualcosa, in queste righe, ha toccato una corda sensibile, forse in quelle pagine troverete un’eco capace di accompagnarvi ancora un po’ più in profondità.

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www.francescobianchiautore.com

Francesco Bianchi

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