I luoghi della Resistenza: la Val d’Ossola, a cura di Francesco Bianchi

I luoghi della Resistenza: la Val d’Ossola, a cura di Francesco Bianchi

Val d’Ossola, autunno 1944.

Le montagne sembrano immobili, ma sotto la loro superficie si muove una delle pagine più intense e luminose della Resistenza italiana. È una storia che non nasce all’improvviso: affonda le radici nei mesi successivi all’8 settembre 1943, quando l’Italia si ritrova divisa e occupata; le valli alpine diventano rifugi, laboratori politici, luoghi dove la libertà torna a essere una parola pronunciata a voce alta, nonostante i rastrellamenti, le rappresaglie e la fame. In Ossola, più che altrove, la geografia diventa destino: le montagne proteggono e offrono un terreno ideale per chi ha deciso di non piegarsi.

È il 10 settembre 1944 quando accade qualcosa di impensabile: i partigiani, dopo settimane di scontri, liberano Domodossola e gran parte della valle. Nasce così la Repubblica dell’Ossola, un territorio libero che durerà appena quaranta giorni, ma che diventerà un simbolo enorme, sproporzionato rispetto alla sua durata. In quei giorni, la valle è un laboratorio politico: si riaprono le scuole, si ristabilisce la giustizia civile, si stampa un giornale, si organizza un embrione di governo. È un esperimento di democrazia in mezzo alla guerra, un anticipo di ciò che l’Italia sognerà di diventare dopo il 25 aprile.

Le testimonianze dei protagonisti restituiscono la vibrazione di quei giorni. Il comandante partigiano Dionigi Superti, uno dei volti della Repubblica, ricorderà: “Non avevamo nulla, ma avevamo tutto. Eravamo poveri, affamati, ma liberi. E quella libertà ci sembrava immensa”. È una frase che riassume l’atmosfera di quei quaranta giorni: un misto di entusiasmo, precarietà, coraggio e consapevolezza che il tempo a disposizione sarebbe stato breve. Anche i civili partecipano alla vita della Repubblica: insegnanti che tornano in classe, medici che riaprono ambulatori improvvisati, contadini che portano cibo ai partigiani. La popolazione non è spettatrice, ma parte attiva di un esperimento collettivo.

Eppure, la guerra non è lontana. I tedeschi e i fascisti della RSI preparano la controffensiva. Le spie si muovono tra le case, i rastrellamenti si intensificano, le linee telefoniche vengono intercettate. Il 10 ottobre 1944, l’attacco inizia. È una morsa che stringe la valle da più punti: truppe tedesche risalgono da Gravellona, altre calano dal Sempione, altre ancora avanzano da Cannobio. I partigiani resistono come possono, ma la sproporzione di forze è evidente.

Un combattente della brigata Valtoce, intervistato nel dopoguerra, dirà: “Sapevamo che non avremmo potuto vincere. Ma sapevamo anche che non potevamo arrenderci. Non dopo quello che avevamo costruito”.

La popolazione civile vive giorni di paura e di scelte difficili. Molti fuggono verso la Svizzera, attraversando sentieri impervi, spesso sotto il fuoco nemico. Altri restano, nascondono partigiani, bruciano documenti compromettenti, proteggono bambini e anziani. Le testimonianze raccolte negli anni raccontano di famiglie che, pur rischiando la vita, aprono le porte ai combattenti in ritirata. Una donna di Domodossola ricorderà: “Non avevamo armi, ma avevamo braccia e coraggio. E quello, in quei giorni, bastava”.

Il 14 ottobre, la Repubblica cade. I tedeschi entrano a Domodossola, issano le loro bandiere, arrestando, deportando, fucilando senza pietà. Ma la sconfitta militare non cancella ciò che è accaduto anzi, e possibile lo amplifica.

La Repubblica dell’Ossola diventa un mito immediato, un esempio di ciò che la Resistenza può essere: non solo guerriglia, ma progetto politico, visione e futuro insieme. Le montagne che avevano protetto i partigiani diventano custodi della memoria. Ogni sentiero, ogni baita, ogni cresta porta con sé una storia: un’imboscata, una fuga, un gesto di solidarietà, un sacrificio.

Oggi, camminare in Val d’Ossola significa attraversare un paesaggio che parla ancora. Le lapidi sui muri dei paesi, i monumenti ai caduti, i musei della Resistenza, le testimonianze raccolte negli archivi locali: tutto contribuisce a costruire una memoria che non è mai retorica, ma concreta, radicata nella terra e nelle persone.

La Repubblica dell’Ossola è durata quaranta giorni, ma ha lasciato un’eredità che supera il tempo: ha mostrato che la libertà non è un dono, ma una costruzione collettiva; che la democrazia può nascere anche in mezzo alla guerra; che la Resistenza non è stata solo lotta armata, ma anche e soprattutto un atto di immaginazione politica.

Raccontare la Val d’Ossola significa raccontare un luogo in cui la storia italiana ha trovato una delle sue voci più limpide. Significa ricordare che, tra quelle montagne, per quaranta giorni, un gruppo di uomini e donne ha provato a costruire un Paese nuovo. E che, in un certo senso, ci è riuscito.

Francesco Bianchi

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www.francescobianchiautore.com

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