“L’Arsura” di Vincenzo Savoca: poesia civile tra silenzio e grido. Recensione di Ada Rizzo (Ragusa)
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La poesia di Vincenzo Savoca, “L’arsura di vivere”, ci conduce dentro una sera ovattata, segnata da silenzi ermetici e da voci che emergono come grida di dolore. È un testo che intreccia paesaggio e condizione umana, trasformando il mare e la vita salmastra dei pescatori in metafora della fatica quotidiana, della precarietà e della morte che incombe.
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L’ARSURA DI VIVERE
Sera ovattata d’ermetico silenzio,
di grumi sordi che frangono muri
d’ostinata solitudine. Né gente, né
altro è voce. Tutto tace come morto,
nessun rumore, nemmeno il vento
trascina a frotte singhiozzi e pianti,
soffocate parole sulle case d’ombra
aggrappate agli scogli, a fior d’onda.
Uomini e donne di vita salmastra,
le mani segnate come Cristo, pregni
di sale e di mare, d’odore dell’alghe,
ch’ogni giorno dalle quattro stagioni
raspano dal pelago il frutto amaro
dei vinti, e dal cuore magra felicità.
D’improvviso s’apre il silenzio piano
piano, al tenero germogliare di voci
dalle case, dall’ombra più fonda, da
chissà dove, di gente aggrappata su
in cima alla scogliera, di tormentate
parole. Dall’altra un rabido vociare
lontano, di santi e di nomi, di richiami
e d’altro, d’una barca sbandata ed al
mare, povera!, allacciata, più al largo
sì spinge! Ha l’ore contate e la Morte
s’allunga, d’incedere lento è il passo,
breve occhieggia le donne sulla riva
votate al lamento corale. D’attesa il
fermo, sciolti i lunghi capelli su crani
svuotati, polla d’altri magri pensieri!
Il pane ha nome speranza e mai, mai
giunge sul desco legnoso e di spine!
Era sera ovattata d’ermetico silenzio
ed ora abbrividisce il grido notturno,
di cenere s’è fatto il sonno, il riposo.
Assordo lamento d’uomini, la bocca
dilatata al bacio pavido della Morte,
il mare apre le sue porte, che sapore
amaro ha l’onda! E bevono!, bevono
fino all’ultimo sorso, torbida ebrezza.
L’alba trafigge il mare, l’albeggio pare
che s’infoschi su case aperte al pianto,
al crepitare di voci dolenti, alla paura
roca di bimbi d’arruffato sonno ancora.
La Morte ha saccheggiato la barca, non
tacquero l’onde all’inclito comando e
servigio, tremavano al croscio marino.
Nel cielo il volo ora di tre gabbiani, il
volo di casa in casa, su tetti il lamento
sgraziato d’uccelli che pare sia umano.
Poi ancora un volo, stavolta sul mare,
l’ali aperte a croce, non vanno in cielo,
insieme il tuffo a picco tra l’onde. Un
grido di morte, gl’ultimi solitari versi.
“Erano tre i pescatori..” dice assorto
un vecchio tra gli scogli, con gl’occhi al
nudo del mare. E dolce aspetta il figlio,
che un gabbiano venga a beccare dalle
sue mani il miglio. Un giorno lo vedrà.
Vincenzo Savoca
Ragusa 20 febbraio 2026
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Savoca dipinge un quadro di solitudine e di comunità spezzata: uomini e donne segnati dal sale e dal mare, che cercano speranza nel pane mai giunto, e che vedono la loro barca soccombere alle onde. La poesia diventa così denuncia civile, canto corale di chi vive ai margini, di chi affronta la durezza della vita senza garanzie, con la morte che si allunga lenta e inevitabile.
Savoca scrive con uno stile che unisce il paesaggio alla condizione umana. Il mare non è solo natura: è fatica quotidiana, sacrificio, morte che incombe. I gabbiani che chiudono la poesia non sono semplici uccelli, ma presenze che si fanno memoria e simbolo, come anime erranti che testimoniano la perdita.
Dal punto di vista psicologico, il testo parla di solitudine e di comunità insieme. Il silenzio iniziale è isolamento, ma poi emergono voci collettive, lamenti che diventano memoria condivisa. È la dinamica di un gruppo che affronta il dolore e lo trasforma in canto. La morte, sempre presente, ricorda la fragilità dell’esistenza, ma anche la forza della comunità che resiste.
In questo senso, la poesia dialoga con la dimensione esistenziale: l’uomo cerca senso nella fatica, nella speranza tradita, nella memoria dei gabbiani che volano tra le case. È un testo che ci ricorda come la poesia possa diventare coscienza, e come il paesaggio possa trasformarsi in metafora della condizione umana.
Il testo si chiude con l’immagine dei gabbiani, simbolo di libertà e di memoria, che si tuffano tra le onde come presenze umane, testimoni di un destino collettivo. È un finale che trasforma il paesaggio in allegoria sociale: il mare non è solo natura, ma luogo di sacrificio, di perdita e di speranza tradita.
“L’arsura di vivere” è dunque poesia civile, che non si limita a descrivere ma denuncia, che non si ferma al paesaggio ma lo rende specchio della condizione umana. In essa, la voce poetica diventa coscienza, e il silenzio della sera si trasforma in grido universale.
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Ada Rizzo, 21 Febbraio 2026, Malindi
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