Se entrano in gioco i Curdi
Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, alla data del 4 marzo 2026, non si presenta come una semplice sequenza di azioni e reazioni, ma come una crisi sistemica che combina tre piani operativi: la neutralizzazione del vertice politico-militare iraniano, la destabilizzazione controllata dei margini territoriali dell’Iran e l’immediata militarizzazione del rischio economico-marittimo nel Golfo.
La simultaneità di questi piani spiega perché la fase attuale venga percepita come “particolarmente complessa”: l’esito non dipende soltanto dalla potenza di fuoco impiegata, ma dalla capacità delle parti di gestire i vincoli secondari che la guerra ha già attivato, a partire da assicurazioni, shipping, migrazioni e tenuta delle retrovie.
Il punto di svolta, secondo la cronaca internazionale, è collocato tra il 28 febbraio e i primi giorni di marzo. Sappiamo che 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele hanno lanciato un attacco di ampiezza eccezionale contro obiettivi iraniani e che i media statali iraniani hanno confermato l’uccisione del Leader Supremo Ali Khamenei (Reuters, 2026a). Nelle 48–72 ore successiveReuters descrive ulteriori ondate di strike, una gestione d’emergenza della leadership e una rapida estensione del perimetro della crisi verso il Golfo e la navigazione commerciale (Reuters, 2026a; Reuters, 2026b). In parallelo, un resoconto del Pentagono riportato sempre da Reuters indica che la fase iniziale delle operazioni si è concentrata su comando e controllo, difese, siti missilistici, asset navali e infrastrutture d’intelligence, con la finalità dichiarata di disorientare e comprimere la capacità di reazione iraniana nelle prime ore, e di consolidare superiorità aerea per la prosecuzione delle operazioni (Reuters, 2026c).
Il quadro che emerge è quello di una campagna che non mira esclusivamente alla deterrenza, ma a ridurre in tempi brevi la capacità del sistema iraniano di coordinare risposte coerenti su più domini.
Proprio qui si innesta il tema curdo. Il 22 febbraio 2026 cinque formazioni curde iraniane hanno annunciato la costituzione di una coalizione politica comune, indicando fra gli obiettivi condivisi il rovesciamento della Repubblica Islamica, il diritto all’autodeterminazione e la costruzione di un’entità nazionale e democratica in Kurdistan iraniano, collocata esplicitamente in una fase di transizione (PDKI, 2026a).
Una successiva dichiarazione del 27 febbraio 2026 chiarisce l’impostazione politica dell’alleanza: rivendicare i diritti curdi dentro un Iran decentralizzato e democratico, negando che l’obiettivo sia la disintegrazione dello Stato iraniano (PDKI, 2026b). La doppia formulazione non è una contraddizione: è una scelta lessicale che tenta di rendere “digeribile” l’opzione curda a due pubblici diversi. Verso l’esterno, si cerca una legittimazione come attore ordinatore della transizione, non come milizia; verso l’interno iraniano, si prova a ridurre l’effetto di rigetto che la parola “secessione” innesca.
Il valore operativo di questa coalizione, nella fase attuale, risiede nel fatto che il fronte occidentale dell’Iran rappresenta un teatro potenzialmente ad alta leva: prossimità a retrovie in Iraq settentrionale, familiarità con terreno montuoso, densità di reti transfrontaliere, capacità di guerriglia sedimentata. Ma la variabile determinante non è la combattività; è la sostenibilità logistica e politica di un’eventuale escalation terrestre. Reuters riporta che milizie curde iraniane basate nel Kurdistan iracheno hanno discusso con gli Stati Uniti la possibilità di attaccare forze di sicurezza iraniane nell’ovest del Paese; la stessa fonte indica che tali gruppi avrebbero chiesto assistenza militare statunitense e che, secondo le fonti consultate, potrebbe essere coinvolta anche la CIA in un pacchetto di supporto (Reuters, 2026d).
La notizia, per come è riportata, non certifica un’operazione già in atto: certifica però l’esistenza di un canale politico-operativo che, in una guerra di questo tipo, equivale a rendere credibile l’opzione di un fronte terrestre “per interposta persona”.
Se la coalizione curda tende ad essere percepita come accelerante tattico, la reazione iraniana tende ad essere percepita come immediata e ad alta intensità. Non serve, in questa sede, postulare un collasso del sistema di sicurezza iraniano, perché i primi segnali indicano l’opposto: la volontà di colpire retrovie e depositi oltreconfine. Nella stessa giornata del 4 marzo 2026, Reuters riporta un attacco con drone contro un deposito d’armi presso il quartier generale di un gruppo curdo iraniano nella regione del Kurdistan iracheno, con due feriti tra i combattenti; la notizia viene collocata in continuità con una dinamica pluriennale, in cui Teheran accusa l’area autonoma curda irachena di ospitare gruppi responsabili di attacchi contro la Repubblica Islamica (Reuters, 2026e). È un elemento cruciale: la retrovia irachena non è un santuario stabile, ma un bersaglio già inscritto nella dottrina di risposta iraniana.
Accanto al piano terrestre, la guerra ha già prodotto un salto di regime sul piano marittimo-assicurativo. Un advisory del Joint Maritime Information Center del 28 febbraio 2026 innalza il livello di rischio regionale a “CRITICAL” (attacco quasi certo) sulla base di attacchi confermati con missili e droni contro navi commerciali nel Golfo di Oman, negli approcci del Musandam e nelle acque costiere degli Emirati; il documento indica inoltre che, pur in assenza di una chiusura legale formale dello Stretto di Hormuz, l’ambiente operativo riflette condizioni di pericolo cinetico attivo, con incidenti elencati nelle 24 ore precedenti e impatti anche su infrastrutture portuali (JMIC, 2026). Questa informazione è coerente con la reazione del mercato assicurativo. Reuters riporta che, con l’escalation del conflitto, il Joint War Committee del mercato londinese ha ampliato la zona considerata ad alto rischio nel Golfo e che i premi di war-risk insurance sono aumentati di circa cinque volte, con impatto diretto sui costi di shipping (Reuters, 2026f). In aggiunta, un’associazione di settore come INTERTANKO ha pubblicato una nota invitando gli operatori a seguire le indicazioni JMIC e, se possibile, a ritardare i transiti nello Stretto di Hormuz fino a chiarimento del quadro (INTERTANKO, 2026). Il messaggio operativo è semplice: il rischio non è un concetto astratto, ma un fattore che può interrompere flussi energetici anche senza un blocco navale dichiarato, perché rende proibitivo assicurare e far navigare.
Sul piano energetico, la centralità di Hormuz non è un argomento retorico ma numerico. La U.S. Energy Information Administration stima che nel 2024 il flusso di petrolio attraverso lo Stretto abbia mediato 20 milioni di barili al giorno, pari a circa il 20 per cento del consumo globale di petroleum liquids (EIA, 2025). In questo contesto, Reuters riporta un’analisi di J.P. Morgan che quantifica gli effetti di una chiusura: fino a 3,3 milioni di barili al giorno potenzialmente interrotti entro l’ottavo giorno, 3,8 milioni entro il quindicesimo, 4,7 milioni entro il diciottesimo; la stessa fonte riporta anche che funzionari iracheni considerano possibile un taglio superiore a 3 milioni di barili al giorno se le petroliere non potessero transitare (Reuters, 2026g). A ciò si somma un’iniziativa statunitense esplicitamente orientata a stabilizzare flussi e prezzi: Reuters riferisce che il presidente Trump ha discusso la possibilità di scorte navali per petroliere e ha incaricato la U.S. International Development Finance Corporation di fornire strumenti di assicurazione e garanzie di rischio politico per il commercio marittimo nel Golfo (Reuters, 2026h). Il dato, in sé, ha una lettura strategica: se la guerra rende il rischio “non assicurabile” o troppo costoso, gli Stati possono tentare di sostituire mercato e assicurazione con garanzie sovrane e deterrenza navale, ma questo implica una militarizzazione ulteriore delle rotte energetiche.
In mezzo a questi vincoli, la Turchia si configura come veto player sul dossier curdo. Anche senza assumere una convergenza politica strutturale con Teheran, i segnali di posture e priorità sono chiari. Reuters riporta che Ankara si muove diplomaticamente per favorire una cessazione delle ostilità e la ripresa di canali negoziali, mentre nello stesso tempo registra effetti diretti della guerra nel proprio spazio di sicurezza: il Ministero della Difesa turco dichiara che un missile balistico lanciato dall’Iran è stato intercettato e distrutto da sistemi NATO di difesa aerea e missilistica sopra il Mediterraneo orientale, su una traiettoria che avrebbe potuto avvicinarsi allo spazio turco (Reuters, 2026i). Il punto, per Ankara, non è soltanto la prossimità geografica; è il rischio che una dinamica curda transfrontaliera diventi precedente e contagio. In tale logica, anche se il PKK ha annunciato la dissoluzione nel maggio 2025, Reuters ricorda che la costellazione curda e le sue ramificazioni restano un dossier aperto sul piano della sicurezza turca (Reuters, 2025). Ne deriva un esito prevedibile: qualunque disegno esterno che punti a potenziare militarmente forze curde vicino ai confini turchi incontrerà una soglia di tolleranza molto bassa, indipendentemente dall’obiettivo finale dichiarato.
Un ulteriore vincolo, spesso trascurato nelle letture esclusivamente militari, è demografico-politico. La dimensione curda in Iran è significativa ma non totalizzante. Il Country Policy and Information Note del governo britannico indica che le stime del numero di curdi in Iran variano tra 7 e 15 milioni, circa 8–17 per cento della popolazione totale, concentrati soprattutto nel nord-ovest lungo i confini con Turchia e Iraq (UK Home Office, 2026). Questo dato serve a delimitare le aspettative: anche un incremento drastico della pressione curda sul fronte occidentale non equivale automaticamente a una crisi di sovranità nazionale sostituibile da un solo vettore etno-regionale. Può invece produrre due effetti simultanei: un aumento del costo interno di controllo territoriale per Teheran e, specularmente, un incentivo politico per segmenti diversi del potere iraniano a ricompattarsi sul tema dell’integrità territoriale.
Infine, la diplomazia resta un canale ambiguo ma non assente. Reuters riporta, il 4 marzo 2026, che secondo il New York Times operativi del Ministero dell’Intelligence iraniano avrebbero segnalato apertura a contatti con la CIA per esplorare una via d’uscita, mentre altre dichiarazioni pubbliche iraniane hanno negato contatti diretti e hanno enfatizzato la priorità della difesa (Reuters, 2026j; Reuters, 2026k). La contraddizione apparente è tipica delle guerre in cui coesistono escalation e ricerca di “off-ramp”: comunicazioni indirette e smentite pubbliche possono procedere in parallelo senza annullarsi.
Nel complesso, la carta curda appare dunque come moltiplicatore di attrito più che come perno autonomo di rovesciamento. L’escalation terrestre nel Kurdistan iraniano, se sostenuta da supporto esterno, può costringere Teheran a riallocare risorse e ad aumentare la repressione, ma incontra almeno due limiti immediati: la capacità iraniana di colpire retrovie oltreconfine e il veto turco su ogni precedente curdo che si traduca in controllo territoriale stabile. Nel frattempo, il conflitto sta già producendo un effetto economico-militare ad alto impatto: l’aumento del rischio marittimo e assicurativo nel Golfo, con potenziali conseguenze sui flussi energetici globali, quantificabili in milioni di barili al giorno se la situazione degenerasse verso una chiusura vera e propria, e durevole, dello Stretto di Hormuz.
Bibliografia
- EIA (U.S. Energy Information Administration) (2025) Amid regional conflict, the Strait of Hormuz remains critical. Today in Energy, 16 June.
- INTERTANKO (2026) Advice for Members regarding situation in Middle East. Press release / guidance note, March.
- JMIC (Joint Maritime Information Center) (2026) Update 002 – JMIC Advisory Note 28 February 2026. Advisory, 28 February.
- PDKI (2026a) Announcement Statement of the Coalition of Political Forces of Iranian Kurdistan. Statement, 22 February.
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- Reuters (2025) Kurdish PKK disbands and ends 40-year Turkey insurgency. Reuters, 12 May.
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- Reuters (2026e) Drone attacks Iranian Kurdish opposition group’s HQ in Iraq’s Kurdistan, security sources say. Reuters, 4 March.
- Reuters (2026f) London marine insurers widen high-risk zone in Mideast Gulf as conflict escalates. Reuters, 3 March.
- Reuters (2026g) Hormuz shutdown could force Iraq, Kuwait to curb oil output within days, JP Morgan says. Reuters, 4 March.
- Reuters (2026h) Trump orders oil tanker insurance support, says Navy could escort ships in Gulf. Reuters, 3 March.
- Reuters (2026i) Turkey says NATO defences destroyed missile fired from Iran over Mediterranean. Reuters, 4 March.
- Reuters (2026j) Iran intelligence operatives signalled openness to talks with CIA to end war, NYT reports. Reuters, 4 March.
- Reuters (2026k) Iran has not contacted US about possible peace talks, says Tehran’s UN envoy. Reuters, 3 March.
- UK Home Office (2026) Country policy and information note: Kurds and Kurdish political groups, Iran, October 2025, Updated 7 January.