Predatori moderni, diritti antichi
Per comprendere appieno la portata dell’affondamento della fregata iraniana IRIS Dena[i], avvenuto il 4 marzo 2026 nelle acque dell’Oceano Indiano, non è sufficiente analizzare la balistica di un siluro pesante o la cinematica di un’esplosione subacquea; occorre risalire alla radice etica e filosofica di quello che rappresenta, storicamente, il primo nucleo di diritto globale dell’umanità: il diritto della navigazione.
A differenza del diritto terrestre, nato spesso per recintare la proprietà e definire i confini, il diritto marittimo sorge dalla necessità primordiale di cooperazione in un elemento che è, per definizione, indifferente alle vicende umane.
Nella lunga tradizione del diritto del mare, che affonda le proprie radici concettuali nelle antiche consuetudini rodie (tradizionalmente associate al Nomos Rhodion Nautikos) e trova una successiva cristallizzazione medievale nel Consolato del Mare, prende forma l’idea che il naufragio attenui radicalmente la logica dell’inimicizia. In questa prospettiva saggistica, si osserva come il naufrago, nel momento in cui perde il supporto della propria nave, acquisisca uno status che sospende temporaneamente la belligeranza: egli cessa di essere un combattente attivo per diventare una persona in pericolo, soggetta a una priorità di soccorso che preesiste agli stati moderni.
È su questo ancestrale ethos marittimo che si innesta il caso della IRIS Dena, un evento che mette in discussione l’equilibrio tra l’efficacia delle moderne tecnologie stealth e i doveri di solidarietà consolidati nei secoli.
La cronaca degli eventi delinea un quadro di elevata efficacia bellica[ii]. La IRIS Dena, unità della classe Moudge della marina regolare iraniana (Artesh), è stata colpita da un siluro pesante Mark 48 ADCAP lanciato da un sottomarino d’attacco della US Navy a circa 19 miglia nautiche dalla costa meridionale dello Sri Lanka (Reuters, 2026). La nave era in rotta di rientro verso il Golfo Persico dopo aver partecipato a MILAN 2026, un naval gathering multilaterale svoltosi in India con la partecipazione di rappresentanti di oltre 70 nazioni.
L’arma impiegata è progettata per esplodere sotto la chiglia dell’unità bersaglio, creando una bolla di gas che solleva lo scafo e lo lascia ricadere nel vuoto, sfruttando la forza di gravità per spezzare la colonna vertebrale strutturale della nave. Questo meccanismo spiega la rapidità dell’affondamento e l’alto numero di vittime: secondo Associated Press (2026), la Marina dello Sri Lanka ha recuperato 87 corpi e tratto in salvo 32 superstiti, mentre restano dispersi circa 61 uomini sui 180 componenti stimati dell’equipaggio. L’intervento dei soccorritori locali è avvenuto in risposta a un segnale di soccorso, ma la dinamica temporale tra l’impatto e il recupero dei sopravvissuti rimane un punto critico dell’analisi.
Sotto il profilo storico, il dilemma del sottomarino tra imperativo tattico e obbligo umanitario affonda le radici nella transizione dalle cosiddette “regole del dritto di preda” (Cruiser Rules) alla guerra subacquea illimitata del XX secolo. All’inizio della Grande Guerra, si attendeva che i sommergibili operassero come navi di superficie, emergendo per avvertire l’equipaggio nemico e permettendogli di mettersi in salvo sulle scialuppe prima dell’affondamento. Tuttavia, l’evoluzione tecnologica e la vulnerabilità del mezzo in emersione portarono al superamento di tale prassi.
Un precedente fondamentale è il celebre Incidente del Laconia del 1942: dopo aver affondato un transatlantico britannico, il comandante tedesco dell’U-156 tentò di soccorrere i naufraghi (tra cui civili e prigionieri italiani), venendo però attaccato da assetti aerei statunitensi nonostante la segnalazione della Croce Rossa. Questo evento portò all’emanazione dell’Ordine Laconia, che proibiva ogni tentativo di salvataggio da parte degli U-Boot per garantirne la sopravvivenza. Il caso della IRIS Dena nel 2026 ripropone in chiave moderna questa tensione irrisolta: se nel 1942 la minaccia era costituita dai bombardieri, oggi è rappresentata dai sistemi di rilevamento acustico e satellitare che rendono l’emersione di un’unità nucleare un rischio strategico, mettendo nuovamente alla prova la tenuta delle norme universali di soccorso.
Sotto il profilo del diritto navale, la condotta delle unità coinvolte deve essere valutata in relazione alla suddivisione degli spazi marittimi definita dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS, 1982). Sebbene l’ingaggio sia avvenuto in acque internazionali, la sua posizione all’interno della Zona Economica Esclusiva (ZEE) dello Sri Lanka richiama l’Articolo 58 della Convenzione, che impone agli Stati che esercitano attività militari in tale area il principio del due regard (debito riguardo).
Portare un’azione cinetica ad alto impatto in un’area adiacente a uno Stato neutrale e densamente trafficata da rotte commerciali pone interrogativi sulla gestione della sicurezza della navigazione. Il diritto navale permette l’uso della forza in acque internazionali durante un conflitto armato internazionale, ma esige che tali operazioni tengano conto dei diritti dello Stato costiero e della protezione dell’ambiente marino, evitando di trasformare aree di normale attività civile in teatri d’attrito imprevedibili.
Il piano del diritto internazionale generale e dello jus ad bellum (il diritto di ricorrere alla forza) complica ulteriormente la valutazione. Gli Stati Uniti inquadrano l’azione nell’ambito della “Operation Epic Fury”, descrivendola come una misura necessaria per degradare le capacità navali iraniane e prevenire minacce alla navigazione globale.
Tuttavia, il diritto internazionale consuetudinario richiede che l’uso della forza risponda ai criteri di necessità e proporzionalità. L’affondamento di una fregata isolata, in transito dopo un evento di diplomazia navale, solleva dibattiti sulla sussistenza di una minaccia imminente.
La posizione dello Sri Lanka è parimenti delicata: pur non avendo piena sovranità sulla ZEE come nel mare territoriale, lo spirito del diritto internazionale, derivato anche dai principi della V Convenzione dell’Aia del 1907, suggerirebbe che uno Stato neutrale non debba subire passivamente le conseguenze logistiche e umanitarie derivanti da ostilità condotte da terzi nella propria zona di influenza economica e ambientale.
Il nodo giuridico più stringente si trova però nel Diritto Internazionale Umanitario (DIU), in particolare nella II Convenzione di Ginevra del 1949. L’Articolo 18 stabilisce che, dopo ogni combattimento, le parti devono adottare “tutte le misure possibili” per ricercare e raccogliere i naufraghi. Il Commentario del CICR (2017) analizza la tensione tra la necessità militare — che per un sottomarino a propulsione nucleare coincide con l’occultamento — e l’obbligo umanitario. Se il soccorso diretto, ovvero l’emersione, è precluso dal rischio di compromettere la sicurezza dell’unità o della missione, il DIU non esime dal soccorso indiretto. Questo può configurarsi nella segnalazione della posizione dei naufraghi alle autorità competenti o alle navi neutrali in zona.
L’omissione di tali misure di coordinamento, qualora fosse accertato che fossero praticabili senza rischi operativi immediati, rappresenterebbe un punto di vulnerabilità rispetto ai principi di umanità che devono bilanciare la necessità bellica. La distinzione tra un’impossibilità tecnica e una scelta deliberata di non comunicare è il crinale su cui si gioca la legittimità della condotta post-attacco.
Analizzando il comportamento dei protagonisti alla luce di queste prescrizioni, emerge una situazione caratterizzata da una profonda frizione di interessi e responsabilità. Gli Stati Uniti hanno ottenuto un successo tattico innegabile nel quadro dei loro obiettivi militari, ma la loro posizione giuridica è strettamente legata alla dimostrazione di aver facilitato, anche indirettamente, l’intervento dei soccorsi. L’Iran ha mostrato una vulnerabilità strategica esponendo un’unità ammiraglia in acque distanti dai propri centri di supporto durante un periodo di alta tensione, e ora cerca nel lawfare (la guerra legale) una forma di ritorsione diplomatica, puntando sulla violazione degli obblighi verso i naufraghi. Lo Sri Lanka ha adempiuto con rigore ai propri obblighi di ricerca e soccorso (SAR), trovandosi però a gestire le conseguenze di un’azione militare estera che ha imposto un onere immediato sulla propria costa.
In ultima istanza, il caso IRIS Dena lascia aperto un dubbio sistemico sulla compatibilità tra le moderne dottrine di guerra subacquea e i precetti millenari della solidarietà marittima.
Resta da chiarire se il segnale di soccorso che ha permesso il salvataggio dei 32 superstiti sia stato l’ultimo atto tecnico della nave morente o il risultato di un coordinamento che, nelle fonti aperte, non è stato ancora pienamente esplicitato, lasciando nell’ombra la reale misura della responsabilità assunta dal predatore silenzioso. [iii]
[i] La fregata IRIS Dena (pennant number 75), appartenente alla classe Moudge (o Mowj) della Marina iraniana, rappresentava una delle unità più moderne e capaci della flotta di Teheran, commissionata nel 2021. Di seguito, i principali dati tecnici consolidati da fonti militari (Military Factory, Army Recognition, Global Military, Armed Forces EU e rapporti recenti post-affondamento del marzo 2026).
- Dislocamento: circa 1.500 tonnellate (a pieno carico; alcune fonti indicano un intervallo tra 1.300 e 1.500 tonnellate).
- Dimensioni:
- Lunghezza: 95 m (311 ft 8 in).
- Larghezza (baglio): 11,1 m (36 ft 5 in).
- Pescaggio: circa 3,25 m (10 ft 8 in).
- Propulsione: 2 motori principali da 10.000 hp (7.500 kW) ciascuno, supportati da 4 generatori diesel da 740 hp (550 kW) ciascuno; configurazione convenzionale diesel.
- Velocità massima: 30 nodi (56 km/h; 35 mph).
- Velocità di crociera: non specificata con precisione nelle fonti aperte; tipicamente intorno ai 18-22 nodi per unità di questa classe, in base a profili operativi standard per massimizzare l’autonomia.
- Autonomia: stimata in circa 4.000-5.000 miglia nautiche a velocità di crociera (dati approssimativi per la classe).
- Equipaggio: circa 140 persone (alcune fonti indicano 120-140).
- Armamento principale (configurazione tipica per IRIS Dena e unità successive della classe):
- 1 × cannone navale a fuoco rapido da 76 mm Fajr-27 (dual-purpose).
- 1 × cannone antiaereo da 40 mm Fath (copia Bofors) o sistema CIWS Kamand da 30 mm.
- 2 × cannoni da 20 mm Oerlikon (crew-served).
- 2 × mitragliatrici pesanti da 12,7 mm per difesa ravvicinata.
- 4 × missili antinave Noor o Qader (range stimato 120-200 km).
- 4 × missili superficie-aria Sayyad-2 o Mehrab (varianti iraniane).
- 2 × lanciatori tripli per siluri leggeri da 324 mm (antinave/antisommergibile).
- Dispenser per chaff e contromisure elettroniche.
- Sistemi sensori e avionica:
- Radar Asr 3D PESA per rilevamento e tracciamento a lungo raggio.
- Sistemi di guerra elettronica e di controllo del fuoco (indigeni o integrati).
- Capacità aeronautica: piattaforma elicottero (helipad) per un elicottero medio (es. Bell 212/214 ASW), senza hangar dedicato; operazioni limitate a decollo/atterraggio e supporto temporaneo.
Questi dati riflettono la configurazione standard della classe Moudge, con IRIS Dena che incorporava miglioramenti incrementali in elettronica e integrazione di sistemi nazionali rispetto alle unità precedenti (es. Jamaran e Sahand). La nave era progettata per missioni di pattugliamento in acque profonde, proiezione di potenza e difesa costiera, con enfasi su armamenti missilistici indigeni.
[ii] Timing of the Incident (OSINT sources)
- The attack and sinking occurred in the early morning hours of March 4, 2026 (local Sri Lanka time, SLST, UTC+5:30).
- Distress signal: Issued at 5:08 a.m. SLST, reporting an explosion (confirmed by Sri Lankan Ministry of Foreign Affairs and navy statements, as reported by Reuters and AP).
- Some sources describe the torpedo strike as late on March 3 or early March 4, but consensus aligns on the distress call and response occurring on March 4 morning.
- Rescue operations: Sri Lanka Navy initiated search and rescue shortly after the distress call (around 6:00 a.m. SLST onward), arriving hours later to find oil slicks, debris, life rafts, and bodies/floating survivors.
Position of the Incident
- Location: International waters in or near Sri Lanka’s Exclusive Economic Zone (EEZ), south of Galle (southern coast of Sri Lanka).
- Distance from shore: Approximately 40 nautical miles (74 km; 46 miles) south of Galle (most consistent figure from Reuters, BBC, AP, and Al Jazeera). Some early Reuters reports cite 19 nautical miles, but subsequent coverage standardizes on ~40 nautical miles.
- Approximate coordinates: Around 5°20′N to 5.7°N latitude and 80°12′E to 80.2°E longitude (derived from geolocation in news maps and descriptions; exact point not always specified publicly beyond distance from Galle).
- Context: The area features dense commercial traffic; the ship was transiting in international waters while returning from India’s MILAN 2026/International Fleet Review (ended February 25, 2026, in Visakhapatnam).
Additional Precise Details from OSINT
- Weapon: Single Mark 48 heavyweight torpedo (detonated under the keel for structural failure and rapid sinking).
- Casualties: Approximately 180 crew aboard; Sri Lanka Navy recovered 87 bodies and rescued 32 survivors (many injured, treated in Galle hospitals); dozens (60–100+) missing or unaccounted for.
- Official U.S. confirmation: Defense Secretary Pete Hegseth described it as a “quiet death” via torpedo from a submarine, marking the first such U.S. sinking of an enemy warship since World War II (Pentagon briefing, March 4).
- Sri Lankan response: Distress call prompted immediate SAR by navy and air force; by arrival, only oil patches, life rafts, and personnel in water remained (no intact ship).
- No evidence of direct U.S. coordination of rescue; survivors attributed distress to the ship’s own signal.
These details are corroborated across Reuters (multiple articles dated March 4–5, 2026), Associated Press (Galle-based reporting), BBC (Pentagon and Sri Lanka navy quotes), The Guardian (live updates with Hegseth statements), and Al Jazeera (distress timing variations noted as 6–7 a.m. in one instance, but 5:08 a.m. predominant). X posts from verified accounts (e.g., Reuters) align with these, often embedding rescue footage or official images. Discrepancies (e.g., exact distance) reflect initial reporting evolving into consensus figures. No primary declassified coordinates or periscope footage metadata are publicly detailed beyond general descriptions.
[iii] Bibliografia
- Associated Press (2026) ‘Sri Lanka recovers 87 bodies from Iranian warship sunk off its coast by a U.S. submarine’, 6 March.
- ICRC (1949) Convention (II) for the Amelioration of the Condition of Wounded, Sick and Shipwrecked Members of Armed Forces at Sea.
- ICRC (2017) Commentary on the Second Geneva Convention: Article 18. Cambridge University Press.
- International Institute of Humanitarian Law (1994) San Remo Manual on International Law Applicable to Armed Conflicts at Sea.
- Reuters (2026) ‘Exclusive: US carried out strike on Iranian warship off Sri Lanka coast, officials say’, 4 March.
- United Nations (1982) United Nations Convention on the Law of the Sea (UNCLOS).