Referendum 2026: Tra il sogno di Falcone e l’allarme di Borsellino perché scegliere il NO di Giuseppina De Biase
Tra pochi giorni l’Italia voterà su una riforma che promette di “separare le carriere” tra chi accusa (PM) e chi giudica. Un tema che sembra tecnico, ma che tocca i principi base della nostra democrazia.
Per convincerci, i sostenitori del Sì parlano spesso dei padri dell’antimafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Ma a chi dobbiamo credere davvero? La risposta non è in uno slogan, ma nella protezione della nostra libertà.
È diventato di moda citare Giovanni Falcone come il “padre” della separazione. È vero, Falcone guardava con favore a una distinzione tecnica tra le funzioni, sognando un processo moderno e all’americana dove accusa e difesa giocano ad armi pari. Ma Falcone parlava di efficienza processuale, in un mondo che immaginava popolato da una politica rispettosa dell’autonomia giudiziaria.
Dall’altra parte c’era Paolo Borsellino, che con la sua consueta schiettezza lanciava l’allarme: separare il PM dal resto della magistratura significa isolarlo. E un magistrato isolato, diceva Borsellino, è un magistrato fragile, destinato inevitabilmente a finire sotto il controllo del potere politico.
Oggi, nel 2026, quale dei due rischi è più attuale? Quello di un giudice “troppo amico” del PM, o quello di una politica che vuole mettere il guinzaglio a chi indaga sui palazzi del potere?
Votare NO
significa scegliere la prudenza di Borsellino: meglio un sistema da perfezionare che una giustizia asservita al Governo di turno.
Se passa la riforma, il Pubblico Ministero non sarà più un “magistrato” nel senso pieno del termine, ma un super-poliziotto orientato solo a ottenere condanne.
Oggi il PM condivide con il giudice la cultura della prova e delle garanzie. Separarli significa recidere questo cordone ombelicale: avremo accusatori che non cercano più la verità, ma solo la vittoria in aula.
È questo il modello di giustizia che vogliamo?
Una riforma “fumo negli occhi”
Siamo seri: cosa toglie il sonno agli italiani? Non è il fatto che un PM possa pranzare con un giudice, ma che i processi durino decenni. Questa riforma è un’enorme distrazione di massa, non accorcia i tempi di un solo giorno.
Votare NO
non significa dire che tutto va bene così com’è. Significa pretendere riforme che funzionino davvero, senza smantellare l’indipendenza della Magistratura. Come avvertiva il costituzionalista Gaetano Azzariti, il rischio è “un colpo d’ascia all’architettura costituzionale” che pagheremo tutti noi.
Il 22 e 23 marzo non firmiamo un assegno in bianco alla politica. Scegliamo di tenere la giustizia lontana dai partiti.
Scegliamo la Costituzione
Scegliamo il NO.
