Libro di Jonathan Franzen “Più lontano ancora” – Recensione di Carlo Tomeo, Milano
Masafuera è il nome che i cileni hanno dato a un’isola che si trova a ottocento chilometri circa dalla costa del Cile: un’isola vulcanica dalle pareti verticali, dall’area di 11 x 6 chilometri, abitata da milioni di uccelli marini e migliaia di otarie. Gli esseri umani la possono raggiungere con un battello che proviene da un’altra isola due volte la settimana e solo nel periodo estivo. Jonathan Franzen l’ha raggiunta nel 2011, qualche mese dopo aver terminato il suo romanzo “Libertà”, perché voleva allontanarsi per un po’ di tempo dal mondo consumistico e, novello Robinson, vivere un’esperienza selvaggia con solo i più indispensabili oggetti di fortuna.
Prima della partenza andò a salutare Karen Green, la vedova di uno dei suoi amici più cari che si era impiccato a 46 anni dopo una lunga crisi di depressione psicotica: il famoso scrittore David Foster Wallace, che aveva appena terminato di scrivere il suo romanzo più famoso “Infinite Jest”, considerato capolavoro assoluto e libro-guida di tutta una generazione.
La Green consegnò in quell’occasione a Franzen una scatola di fiammiferi contenente un pò di ceneri di Wallace, affinché venissero sparse sull’isola dove l’amico stava per recarsi. Franzen racconterà che secondo lui, la donna, più che lasciare in quel luogo una forma di presenza del marito morto, in realtà intendeva fare un omaggio a lui stesso, considerando il grande affetto che aveva legato i due scrittori.
Questo episodio è preso da Franzen come prologo all’avventura da lui vissuta e raccontata nel suo libro “Più lontano ancora” e rappresenta anche uno dei momenti più toccanti dell’opera perché descrive minutamente, e con ineguagliabile sensibilità, tutto l’affetto che si possa provare per un amico cui si è legato da vecchia data e tutto il dolore che si possa avvertire dopo la perdita di una persona cui si era tanto legato.
Così, alla narrazione della vita solitaria vissuta sull’isola sperduta, si accompagnano anche il ricordo e la descrizione di episodi legati alla vita della persona che non c’è più. E i colori di questi episodi rivissuti nella memoria di Franzen non sono necessariamente toccanti e drammatici, ma sanno essere anche scherzosi e vivaci come in realtà la vita di ciascuno di noi può essere: il personaggio di Wallace viene fuori, come suol dirsi, a tutto tondo, e ora noi siamo qui ancora a chiederci, increduli, del perché una mente così profonda abbia deciso di mettere fine alla sua vita.
Oltre a raccontare l’esperienza vissuta a Masafuera e a ricordare l’amico Wallace in due capitoli diversi (“ L’isola più lontana” e “David Foster Fallace”, che riporta l’orazione funebre che Franzen recitò in memoria dell’amico il 23 ottobre 2008), “Più lontano ancora” contiene articoli di critica letteraria, riflessioni e altro ancora, scritti in vari anni e altrettanti occasioni diverse, l’ultima risalente al 2012.
Si parte dal Maggio 2011, dove lo scrittore riporta il Discorso per la cerimonia di conferimento delle lauree al Kenyon College, e termina con “Senza fine” l’ennesimo omaggio a Paula Fox, una delle sue scrittrici preferite, in cui Franzen rivela di aver letto per la sesta volta il suo romanzo “Quello che rimane” e confessa che, ogni volta che lo rilegge, scopre sempre qualcosa di nuovo che glielo rende più caro e prezioso e gli fa apprezzare ancora di più l’autrice.
E’ vero che tutte le volte che si rilegge un libro che ci era piaciuto, se ne scopre sempre qualche punto che avevamo scarsamente preso in considerazione oppure avevamo sottovalutato nella lettura precedente. Ma io credo che questo dipenda dallo stato d’animo che il lettore prova nel momento della rilettura che, il più delle volte, non accade in tempi molto ravvicinati.
Io che ho letto il libro di Paula Fox non vi avevo trovate certe finezze che Franzen racconta, o, meglio, avevo segnato nel libro alcuni passaggi che Franzen non prende in considerazione e non avevo notato invece alcune metafore o simboli. Ma sono anche sicuro che, a una seconda o terza lettura, troverei nel romanzo della Fox altri punti che in parte condividerei con Franzen (magari perché ora sarei influenzato dalle note dello scrittore), e in altre no. E credo inoltre che una cosa analoga accadrebbe a Franzen che, pur leggendo per una settima volta il libro con il solito occhio critico, coglierebbe nel romanzo altri frammenti fondamentali della vicenda. Ma questo accadrebbe perché il suo stato d’animo attuale, diverso da quello di un anno fa, più o meno inconsciamente lo influenzerebbe. Così come accadrebbe in me e in qualsiasi altro lettore.
Questo lungo concetto si adatta anche alle altre critiche letterarie che Franzen dissemina nel suo libro. Egli considera per esempio Alice Munro una delle più grandi scrittrici viventi, Premio Nobel nel 2013. Questa scrittrice canadese, che finora ha scritto solo racconti, non è tra le mie preferite, eppure Franzen la colloca in un posto tra i più alti nella sua classifica ideale di scrittori. Ma sono tanti gli scrittori che lui analizza, alcuni amati in modo particolare, altri presi sottogamba se non sottovalutati. Di alcuni ne analizza una certa opera, di altri si limita a citarli qua e là, a volte con parole di grande stima, altre con un senso di fastidio iniziale che poi si trasforma in ammirazione. Riconosce la grandezza assoluta di De Lillo e Pynchon (non è che si sforzi molto, a dire il vero, visto che, oltre che essere suoi “vecchi” amici, sono anche i più grandi scrittori americani ancora in vita seguiti subito dopo, ma con qualche riserva, da Philip Roth, di cui ammette di non apprezzare fino in fondo “Pastorale americana”, mentre confessa di aver tratto insegnamenti non di poco conto dal sublime – anche per me – “Il teatro di Sabath”). Ma poi si entusiasma per “L’uomo dal vestito grigio” di Sloan Wilson e si dispiace che un libro come “L’uomo che amava i bambini” di Christina Stead non abbia avuto il riconoscimento che si meritava che, secondo lui sarebbe dovuto essere ben maggiore di quello che gli fu riservato. E altrettanto fa con Purdy e il suo “Rose e cenere”. Mentre ritiene “I cento fratelli” di Antrim il romanzo più insolito che abbia mai letto.
Ma non sono solo i contemporanei su cui Franzen si sofferma, perché si lascia avvincere anche da certi classici: innanzitutto da Kafka (e certo non gli si può dare torto), come da Dostoevskij (di cui scrive pagine ricchissime di intuizioni a proposito de “il Giocatore”) o da Wedekind, trovando ne “Il risveglio di primavera” più di un simbolismo nascosto, tanto da stimolare in me una rilettura immediata, tanto più che, essendo un’opera teatrale, porterà via poco tempo. Fino ad arrivare ai giallisti Maj Sjowall e Per Wahloo, che sono compagni di scrittura oltre che esserlo nella vita, e inventori della serie di romanzi polizieschi in cui è protagonista l’Ispettore Martin Beck.
In realta, però, il libro di Franzen mi ha interessato non per la parte che riguarda gli episodi di critica letteraria disseminati qua e là, ma soprattutto per altri aspetti che ritengo diano il maggior valore a tutto il libro.
Il primo è rappresentato dalla sua testimonianza sulla vita di Wallace. Un episodio, però, mi ha trovato invidioso: che per dieci sere di fila i due scrittori si ritrovassero per leggere interamente tutte le oltre 1200 pagine di “Infinite Jest”: circa cento pagine a sera!
Il secondo è costituito dagli episodi che riguardano più direttamente la sua persona, sia come uomo, sia per il racconto che fa sulla genesi delle sue opere: nel primo caso non mancano pagine godibilissime quando parla dello stillicidio delle suonerie telefoniche e dell’uso forsennato che se ne fa (“I Just Call To Say I Love You”, dove utilizza il titolo della famosa canzone di Stenie Wonder) e per avvalorare la sua tesi secondo la quale la tecnologia ha preso il sopravvento nella vita dell’uomo o quando racconta del periodo in cui era povero in canna ed era costretto a essere ospitato qua e là in appartamenti messi a sua disposizione da amici fino a quando accade l’episodio che lo conduce alla considerazione finale che deve per forza fare qualcosa per migliorare la sua condizione esistenziale (“Calabroni”), oppure quando racconta delle domande che il pubblico gli rivolge quando lui è “costretto” a presentare un suo nuovo libro “La narrativa autobiografica”), o, ancora, quando narra del periodo in cui stava scrivendo il suo primo romanzo di successo “Le correzioni”, (che personalmente mi ha regalato momenti indimenticabili e che non smetterò mai di consigliare ai più), in cui confessa tutti gli scrupoli che si faceva perché avrebbe dovuto “mettere in piazza” i fatti privati, e non tutti gradevoli, dei suoi familiari più cari, nonché delle sue mogli. E che dire della fantasiosa intervista alla città di New York, descritta come una signora benestante, viziosa e molto indaffarata con situazioni tanto glamour quanto inutili? Metafora, naturalmente, di un vivere convulso, niente di nuovo certo, ma raccontato in maniera così divertita da farla apparire del tutto inedita.
Conoscere meglio Franzen in queste cose non è così determinante per apprezzarne la scrittura e le opere di narrativa vere e proprie. Però di una cosa viene voglia di fare senz’altro dopo aver chiuso questo libro: decidersi ad affrontarne la lettura, senza spaventarsi più per la sua mole (enorme) di “Infinite Jest” di David Foster Wallace.
Honathan Franzen “Più lontano ancora”, traduzione Silvia Pareschi, 2014, Einaudi, collana ET, pp 336, € 11,50.
(Carlo Tomeo)
E’ un piacere leggerti… mi sproni a documentarmi sui vari scrittori e a capire di più e IO ho capito che questo e’ il miracolo della scrittura! Nel raccontarsi lo scrittore si rende conto delle sue sofferenze, delle sue paure, del suo dolore e l’isola, che aveva lo scopo di allontanarlo da tutto e da tutti diventa una gabbia, bisogna tornare sulla terraferma e vivere.