Taci, anima stanca di godere – Un Dialogo Silenzioso con il Nulla. Camillo Sbarbaro e la riflessione sull’indifferenza e l’apatia nell’esistenza umana. Recensione di Alessandria today
“Taci, anima stanca di godere” di Camillo Sbarbaro è una poesia che penetra nelle profondità dell’animo umano, esplorando l’indifferenza e l’apatia che si insediano dopo un lungo percorso di sofferenza e godimento. Questa poesia, che si distingue per il suo tono riflessivo e introspettivo, è un dialogo tra il poeta e la sua anima, un’anima stanca e rassegnata, che ha smesso di reagire agli stimoli del mondo esterno.
La poesia inizia con un imperativo, “Taci, anima stanca di godere”, un invito al silenzio, non solo delle parole ma anche delle emozioni. L’anima, descritta come ormai rassegnata a entrambi i poli dell’esperienza umana – il godimento e la sofferenza – è incapace di provare rimpianto, ira, rivolta o tedio. In questo stato di ammutolimento e disperata indifferenza, l’esistenza prosegue in un’automatica routine: “Invece camminiamo”. Gli alberi sono semplicemente alberi, le case sono case, le donne che passano sono solo donne, e tutto è ridotto alla sua nuda realtà, priva di significati ulteriori.
Sbarbaro, con un linguaggio scarno e diretto, dipinge un quadro di alienazione esistenziale, in cui l’uomo diventa un mero osservatore della realtà, incapace di emozionarsi o di essere coinvolto. La “sirena del mondo”, che un tempo poteva attrarre e incantare, ha perso la sua voce, e il mondo stesso è diventato un “grande deserto”. In questo deserto di emozioni e di senso, l’io lirico si osserva con occhi asciutti, senza lacrime, senza passioni, in una condizione di totale apatia.
La poesia è un esempio perfetto della capacità di Sbarbaro di esplorare i sentimenti di alienazione e distacco che caratterizzano l’esperienza umana moderna. Il suo stile è essenziale, privo di ornamenti, ma proprio per questo capace di trasmettere con grande efficacia la sensazione di vuoto e di disperazione che pervade il testo.
Biografia dell’autore:
Camillo Sbarbaro (1888-1967) è stato un poeta, scrittore e traduttore italiano, considerato uno dei maggiori esponenti della poesia italiana del Novecento. Nato a Santa Margherita Ligure, Sbarbaro è cresciuto in un ambiente influenzato dalle bellezze naturali della Liguria, ma anche dalle difficoltà economiche e personali che hanno segnato la sua vita. Il suo stile è caratterizzato da una profonda introspezione e da una visione disincantata dell’esistenza. Oltre alla poesia, Sbarbaro si dedicò alla traduzione di classici greci e latini, contribuendo significativamente alla cultura italiana. Le sue opere, tra cui “Pianissimo” e “Trucioli”, riflettono una visione pessimistica e spesso dolorosa della vita, ma sono anche apprezzate per la loro sincerità e per l’abilità con cui l’autore sa esplorare le emozioni umane più complesse.
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Camillo Sbarbaro
Taci, anima stanca di godere
e di soffrire (all’uno, all’altro vai
rassegnata).
Ascolto e mi giunge una tua voce.
Non di rimpianto per la miserabile
giovinezza, non d’ira o di rivolta
e neppure di tedio.
Ammutolita
giaci col corpo in una disperata
indifferenza.
Non ci stupiremmo,
non è vero, mia anima, se adesso
il cuore s’arrestasse, se sospeso
ci fosse il fiato…
Invece camminiamo.
E gli alberi son alberi, le case
sono case, le donne
che passano son donne e tutto è quello
che è – soltanto quel che è.
La vicenda di gioia e di dolore
non ci tocca. Perduto ha la voce
la sirena del mondo e il mondo è un grande
deserto.
Nel deserto
io guardo con asciutti occhi me stesso.