La violenza di genere tra narrazione e realtà: come le parole costruiscono (e distorcono) il racconto della violenza, di Yuleisy Cruz Lezcano
Nel dibattito sulla violenza di genere, le parole contano. Più di quanto si possa immaginare. Le etichette sociali, con cui vengono definite le vittime e gli aggressori, non sono semplici espressioni linguistiche: sono strumenti culturali, codici che riflettono e rinforzano equilibri di potere, stereotipi e ingiustizie. Il modo in cui raccontiamo la violenza, nelle notizie, nella letteratura, nel linguaggio quotidiano, contribuisce a costruire il significato stesso della violenza e a determinarne le responsabilità percepite.
La società, ancora oggi, tende a etichettare le donne vittime di violenza in modo da spostare su di loro parte della colpa. Espressioni come “la donna che provocava”, “non sapeva dire di no” o “uccisa nigeriana”, sono esempi emblematici di un linguaggio che non solo colpevolizza la vittima, ma isola la violenza dal suo contesto sociale e strutturale, trasformandola in un episodio individuale o etnico, e non in un fenomeno collettivo e sistemico. In questo modo, la cultura patriarcale riesce a distorcere la narrazione, legittimando l’ingiustizia e perpetuando la subordinazione.
Un altro aspetto centrale è quello dell’intersezionalità. Le esperienze di violenza non sono tutte uguali, e le donne migranti, nere, musulmane o appartenenti a minoranze affrontano forme di violenza stratificate, dove razzismo, sessismo e discriminazione culturale si intrecciano. Definire queste esperienze con etichette semplicistiche o generalizzanti non solo le appiattisce, ma contribuisce a renderle invisibili. La violenza vissuta alla confluenza di genere, razza e identità culturale è spesso ignorata o rappresentata attraverso stereotipi riduttivi, che rafforzano la marginalizzazione anziché contrastarla.
La letteratura, da sempre specchio e agente attivo della società, ha partecipato sia alla costruzione che alla decostruzione di queste narrazioni. Per secoli, le vittime di stupro sono state rappresentate secondo modelli fissi: la “donna rovinata”, la “vittima innocente”, priva di voce e definita solo dalla violenza subita. Si tratta di categorie che, pur mostrando il danno subito, riducono la soggettività della donna e la sua capacità di elaborare e reagire al trauma. Contro questa visione si è schierata con forza Simone de Beauvoir ne Il secondo sesso, opera cardine del pensiero femminista novecentesco. In particolare, nei capitoli dedicati all’amore e alla sessualità, de Beauvoir analizza come la donna sia storicamente concepita come oggetto del desiderio maschile, privata di una propria autonomia sessuale e definita unicamente dallo sguardo dell’altro. Scrive: «L’amore per una donna non è mai una relazione di eguali. La donna è concepita come l’oggetto del desiderio maschile; essa non ha alcuna autonomia sessuale, ma è destinata a soddisfare i bisogni e i desideri dell’altro». Questa analisi non solo smaschera la disuguaglianza insita nei rapporti di genere, ma denuncia l’incapacità della società di riconoscere la complessità della soggettività femminile.
Allo stesso tempo, anche l’immagine dell’aggressore viene spesso distorta da etichette fuorvianti: “pazzo”, “mostro”, “disturbato”. Queste definizioni, pur offrendo una spiegazione rassicurante, distolgono l’attenzione dal vero problema: la violenza non è l’eccezione, ma il prodotto di una cultura che educa al dominio, alla proprietà, alla mascolinità tossica. La maggior parte degli autori di violenza non è malata, ma agisce secondo modelli appresi e legittimati. Parlarne come “mostri” serve a renderli distanti da noi, disumani, e dunque inafferrabili, quando invece sono espressione di norme sociali che dobbiamo urgentemente decostruire.
La letteratura contemporanea ha cercato – con maggiore consapevolezza – di problematizzare queste categorie. Ne è un esempio potente The Handmaid’s Tale (Il racconto dell’ancella) di Margaret Atwood, romanzo distopico che mette in scena un regime teocratico dove le donne sono classificate, etichettate e ridotte a ruoli riproduttivi. Le protagoniste sono private della propria identità e definite esclusivamente dalla funzione sociale loro imposta: ancelle, mogli, governanti, corpi al servizio della continuità patriarcale. Atwood mostra con forza come il linguaggio sia lo strumento primo della violenza: chi controlla il linguaggio, controlla la realtà. Le etichette diventano dispositivi di dominio. Le donne non parlano più, non scelgono, non possiedono. Vengono nominate, assegnate, annullate.
Questo meccanismo di controllo non appartiene solo alla fiction. Si riflette nel modo in cui molte donne vengono ancora oggi raccontate dai media, nelle narrazioni che silenziano o minimizzano la violenza, o peggio ancora, la giustificano. Le donne migranti, le donne di colore, le donne musulmane vengono troppo spesso rappresentate come vittime “altre”, come soggetti passivi, la cui sofferenza è percepita come distante, etnica, culturalmente diversa. In realtà, come sottolineano molte autrici femministe contemporanee, queste donne vivono una doppia – se non tripla – oppressione, e le etichette che le descrivono ne cancellano la complessità.
Decostruire le etichette è un atto politico e culturale. È riconoscere che nessuna donna è “solo” una vittima, nessun aggressore è “solo” un folle isolato. È rimettere al centro la responsabilità collettiva, interrogarsi sulle narrazioni dominanti e sugli strumenti per trasformarle. È anche un compito urgente per la letteratura, per i media, per l’educazione: imparare a parlare in modo nuovo, più preciso, più giusto. Perché la violenza si nutre del silenzio, ma anche delle parole sbagliate. E solo cambiando il modo in cui raccontiamo le storie, possiamo davvero iniziare a cambiarle.