🌥️ “Io sono abituato a cibarmi di nuvole e lontananza” – L’anima di Montale tra l’assenza e la luce di Clizia. Recensione di Alessandria today
Introduzione – Pier Carlo Lava
Ci sono frasi che, anche se non appartengono letteralmente a un testo poetico, riescono a racchiudere l’essenza di un autore.
“Io sono abituato a cibarmi di nuvole e lontananza” viene spesso attribuita a Eugenio Montale e, pur non comparendo nei suoi versi, ne riflette il pensiero più autentico: quello di un uomo che si nutre dell’assenza, che trasforma la mancanza in conoscenza e la distanza in forma di salvezza.
Dietro questa visione c’è Irma Brandeis, la studiosa americana che nel 1933 entrò nella vita del poeta e ne divenne il simbolo luminoso: Clizia, la donna che attraverso l’amore si trasfigura in figura angelica, mediatrice tra umano e divino.
La poesia di riferimento – “La casa dei doganieri”
(da “Le Occasioni”, 1939)
Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.Libecciate le carte e sopra un rigo
di mare, all’altro capo del foglio, scrivi:
“Non sono più quel tempo”. E il vento, il vento
che t’ha resa più muta, ti porta via.…Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce delle costellazioni!
…Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.
Analisi e interpretazione
In questa poesia, una delle più celebri de Le Occasioni, Montale elabora la distanza come unica forma possibile di unione. La casa dei doganieri è il luogo dell’incontro perduto, il confine tra due mondi che non possono più toccarsi. L’assenza dell’amata diventa una presenza più forte del corpo: un segno metafisico che attraversa il tempo.
L’immagine del “cibarsi di nuvole e lontananza” nasce proprio da qui: è la condizione spirituale del poeta, costretto a vivere di memorie, di visioni, di spiragli di luce nel buio della storia e dell’esistenza.
In Clizia – il nome simbolico di Irma Brandeis – Montale vede l’angelo della conoscenza, la donna che, come la Beatrice dantesca, può riscattare il mondo dalla disillusione.
Ma in lui la salvezza è sempre incompiuta: Clizia scompare, costretta dalle leggi razziali a lasciare l’Italia nel 1938, e la distanza si fa definitiva. È in questo esilio spirituale che il poeta “si ciba di lontananza”: trasforma il dolore in canto e l’assenza in eternità.
Il richiamo alla spiritualità dantesca è evidente: come Dante con Beatrice, Montale trasfigura Irma in un simbolo universale, la donna che resiste al male della storia.
Nei versi di La bufera e altro, Clizia diventa luce che non si spegne, forza morale e visione salvifica. È l’amore che salva attraverso la perdita, la poesia che illumina attraverso il dolore.
Biografia dell’autore
Eugenio Montale (Genova, 12 ottobre 1896 – Milano, 12 settembre 1981) è uno dei massimi poeti italiani del Novecento e Premio Nobel per la Letteratura nel 1975. Autodidatta, formatosi più sulla lettura dei classici e dei simbolisti europei che su studi accademici, fu anche traduttore, critico letterario e giornalista. Dopo gli esordi con Ossi di seppia (1925), dove la natura ligure diventa metafora dell’esistenza e del limite umano, Montale approda con Le Occasioni (1939) a una poesia più intima e spirituale, segnata dall’incontro con Irma Brandeis, la donna americana che ispirò la figura di Clizia, simbolo di purezza e conoscenza.
Durante la guerra visse un periodo di isolamento e di opposizione al fascismo, lavorando alla casa editrice Bemporad e poi alla Mondadori. Con La bufera e altro (1956) la sua voce si fa più drammatica, riflettendo la crisi morale del dopoguerra. Le raccolte successive, Satura (1971), Diario del ’71 e del ’72 e Quaderno di quattro anni, mostrano un tono più ironico e disincantato, ma sempre lucido e fedele alla ricerca di verità.
Figura di altissimo profilo morale e letterario, Montale ha lasciato un’impronta indelebile nella poesia contemporanea, fondendo rigore intellettuale e intensità emotiva in una lingua essenziale, capace di trasformare il quotidiano in simbolo universale.
Conclusione riflessiva
“Io sono abituato a cibarmi di nuvole e lontananza” non è solo una frase apocrifa, ma un perfetto ritratto spirituale di Eugenio Montale.
Lontano da ogni sentimentalismo, il poeta trasforma la nostalgia in resistenza morale: vivere la distanza, per lui, significa abitare il pensiero, trovare nella parola poetica l’unico rifugio possibile contro la caducità del mondo.
È in quella lontananza che Montale trova la sua voce più pura, e forse la sua unica forma di felicità: un nutrimento fatto di cielo, vento e memoria.
Geo: Alessandria – Cultura e Letteratura italiana
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