Recensione libro: L’armadio della vergogna di Franco Giustolisi
“L’armadio della vergogna” di Franco Giustolisi non è soltanto un libro, ma un atto di accusa che ha il tono e la forza di un’inchiesta giornalistica. Pubblicato dopo la scoperta, nel 1994, dei fascicoli occultati per decenni negli uffici della Procura generale militare di Roma, il volume racconta come la giustizia italiana abbia scelto di chiudere gli occhi di fronte a centinaia di crimini di guerra nazifascisti.
Giustolisi, cronista dell’“Espresso”, ricostruisce con rigore e indignazione la vicenda di quell’armadio chiuso a chiave, dove erano stati nascosti 695 dossier relativi a stragi compiute tra il 1943 e il 1945. Stragi che hanno segnato la memoria collettiva di intere comunità: Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Civitella, Fossoli, Barletta. Migliaia di civili, donne, bambini, anziani, furono uccisi dalle truppe naziste e dai repubblichini, ma i responsabili non furono perseguiti. La ragione di quell’insabbiamento, spiega l’autore, va cercata nelle esigenze diplomatiche dell’Italia del dopoguerra, che preferì non incrinare i rapporti con la Germania Ovest e con gli alleati della NATO.

Il libro si legge come un reportage: documenti, testimonianze, nomi e luoghi si intrecciano in una narrazione che non concede tregua. Giustolisi non si limita a elencare i fatti, ma li colloca in un contesto politico e istituzionale, mostrando come la scelta di nascondere la verità abbia rappresentato una seconda violenza nei confronti delle vittime e dei loro familiari. La scrittura è asciutta, diretta, priva di retorica, ma animata da una tensione morale che rende ogni pagina un atto di memoria.
“L’armadio della vergogna” è dunque un libro che obbliga a guardare in faccia il passato, senza sconti. È giornalismo d’inchiesta trasformato in letteratura civile, capace di restituire dignità a chi l’ha perduta e di ricordare che la giustizia negata è una ferita che continua a sanguinare.