Recensione “Da Mussolini a Gheddafi” di Angelo Del Boca, a cura di Francesco Bianchi
Angelo Del Boca, con Da Mussolini a Gheddafi, torna a smontare uno dei miti più duraturi della memoria nazionale: quello degli “italiani brava gente”. Il libro si apre come un’inchiesta che attraversa mezzo secolo di storia mediterranea, ma il cuore pulsante resta l’epoca mussoliniana, quando la Libia divenne il laboratorio di un colonialismo violento e modernizzatore solo a parole.
Del Boca ricorda come Mussolini presentasse la conquista come una missione epica, arrivando a dichiarare che l’Italia avrebbe portato “ordine e civiltà” in una terra “senza storia”. È una frase breve, ma basta a rivelare l’arroganza ideologica del regime, che dietro la retorica del progresso nascondeva deportazioni, campi di concentramento e una repressione sistematica. Il libro mostra come il Duce considerasse la Libia un tassello essenziale del suo progetto imperiale: non un territorio da amministrare, ma un palcoscenico per dimostrare la forza del fascismo.
Del Boca cita un’altra frase significativa, pronunciata da Mussolini nel 1937: “La Libia è finalmente nostra”. Una dichiarazione trionfale che stride con la realtà di un Paese piegato dalla violenza e privato della propria autonomia. L’autore ricostruisce con precisione documentaria la brutalità delle campagne militari, la distruzione delle comunità nomadi, l’uso dei gas, la costruzione di villaggi per coloni italiani che dovevano incarnare il “nuovo uomo fascista”. Ma ciò che rende il libro ancora più incisivo è il modo in cui Del Boca collega quel passato alle ambiguità della politica italiana del dopoguerra. La fine del fascismo non cancellò l’idea che la Libia fosse, in qualche modo, un’estensione naturale della sfera d’influenza italiana. “La fine dell’impero non coincise con la fine delle ambizioni”, scrive Del Boca, e questa osservazione diventa la chiave per leggere i rapporti con Gheddafi: oscillazioni continue tra condanna e complicità, tra moralismo e realpolitik, tra memoria rimossa e interessi energetici.

Il leader libico appare così come uno specchio deformante delle contraddizioni italiane: temuto, corteggiato, demonizzato e poi riabilitato a seconda delle convenienze del momento. Il valore del libro sta nella capacità di unire rigore storico e lucidità morale, senza indulgere né nel revisionismo né nel moralismo.
Del Boca non giudica: documenta, e nel farlo costringe il lettore a interrogarsi su ciò che l’Italia ha voluto dimenticare. Da Mussolini a Gheddafi diventa così non solo un saggio storico, ma un atto di responsabilità civile, un invito a guardare il passato senza filtri per capire un presente che, nel Mediterraneo, continua a essere attraversato dalle stesse tensioni irrisolte.

In un intreccio di memoria, miseria e guerra, “Tigri e colonie” riporta alla luce la storia rimossa di tredicimila bambini italo‑libici deportati nel 1940, un dolore collettivo che l’Italia ha quasi dimenticato. La narrazione non si limita alla tragedia umana: accosta quelle vite spezzate alla presenza misteriosa e potente delle tigri indiane sul territorio nazionale, simbolo di forza e sopravvivenza in un Paese lacerato dalla guerra. Il risultato è un racconto che commuove e scuote, che trasforma la Storia in esperienza viva e ci obbliga a guardare negli occhi un passato scomodo. “Tigri e colonie” non è solo un romanzo storico: è un viaggio emotivo che restituisce voce agli innocenti e invita il lettore a non dimenticare. Un libro che si legge con il cuore in gola e che merita di essere acquistato, perché la memoria non può restare sepolta. <<< info su www.francescobianchiautore.com>>>