Recensione di “Elogio dell’ignoranza e dell’errore” di Gianrico Carofiglio, a cura di Francesco Bianchi
“Elogio dell’ignoranza e dell’errore” di Gianrico Carofiglio è un libro che attraversa la storia del pensiero come si attraversano le stanze di un museo invisibile, dove ciò che conta non sono le opere esposte ma le crepe, le omissioni, gli spazi vuoti che raccontano più delle certezze.
Carofiglio costruisce un saggio che sembra un itinerario dentro la fragilità della conoscenza, un percorso che mostra come l’errore sia stato, nei secoli, un motore più potente della verità, e basta leggere una frase come “l’errore è la nostra occasione di diventare migliori” per capire che qui la riflessione non è un esercizio astratto, ma un’indagine sulle dinamiche reali con cui gli esseri umani hanno imparato, sbagliato, ricominciato.
Il libro procede come un taccuino di appunti raccolti lungo una lunga linea del tempo, dove l’incertezza non è un difetto ma una condizione originaria, e ciò che colpisce è la capacità dell’autore di trasformare concetti complessi in immagini nitide, quasi fossero reperti da maneggiare con cura.

Carofiglio, che da anni lavora su una scrittura limpida, essenziale, nutrita dalla sua esperienza giuridica e dalla sua attenzione per il linguaggio come strumento di verità, conferma qui la sua attitudine a unire rigore e umanità, costruendo un testo che non pretende di impartire lezioni ma di aprire possibilità. “Elogio dell’ignoranza e dell’errore” diventa così una piccola cartografia dell’imperfezione, un invito a guardare al passato non come a una sequenza di conquiste lineari, ma come a un laboratorio di tentativi, fallimenti, intuizioni premature, e il risultato è un libro che emoziona senza retorica, che ragiona senza rigidità, restituendo al lettore la sensazione di trovarsi davanti a un autore che conosce il peso delle parole e la fragilità delle verità, e che proprio per questo riesce a mostrare come l’errore non sia una deviazione, ma la strada stessa attraverso cui la conoscenza ha sempre avanzato.

In un intreccio di memoria, miseria e guerra, “Tigri e colonie” riporta alla luce la storia rimossa di tredicimila bambini italo‑libici deportati nel 1940, un dolore collettivo che l’Italia ha quasi dimenticato. La narrazione non si limita alla tragedia umana: accosta quelle vite spezzate alla presenza misteriosa e potente delle tigri indiane sul territorio nazionale, simbolo di forza e sopravvivenza in un Paese lacerato dalla guerra. Il risultato è un racconto che commuove e scuote, che trasforma la Storia in esperienza viva e ci obbliga a guardare negli occhi un passato scomodo. “Tigri e colonie” non è solo un romanzo storico: è un viaggio emotivo che restituisce voce agli innocenti e invita il lettore a non dimenticare. Un libro che si legge con il cuore in gola e che merita di essere acquistato, perché la memoria non può restare sepolta. <<< info su www.francescobianchiautore.com>>>