I luoghi della Seconda guerra mondiale: Salerno, a cura di Francesco Bianchi
Salerno, settembre 1943.
È l’alba di un’Italia che non sa più chi è, un Paese sospeso tra la fine del fascismo e l’inizio di qualcosa che ancora non ha nome. L’8 settembre, quando Badoglio annuncia l’armistizio alla radio, l’esercito si dissolve come neve al sole: reparti senza ordini, comandanti in fuga, soldati che si tolgono la divisa per non essere catturati dai tedeschi. In questo vuoto di potere, mentre la penisola precipita nel caos, gli Alleati decidono di accelerare i tempi.
L’Operazione Avalanche, preparata da mesi, scatterà all’alba del giorno successivo. È il 9 settembre 1943 quando, alle 3:30 del mattino, le prime navi della Quinta Armata del generale Mark Clark si avvicinano al Golfo di Salerno. A bordo ci sono 36.000 uomini, americani e britannici, divisi in reparti che hanno nomi in codice per le spiagge su cui sbarcheranno: Blue, Red, Green, Yellow. Davanti a loro, però, non c’è un litorale indifeso. La 16ª Panzer-Division tedesca ha fortificato le colline, piazzato artiglieria, scavato trincee. I tedeschi sanno che l’Italia è crollata, ma non hanno alcuna intenzione di cedere terreno.
Lo sbarco inizia sotto un cielo ancora nero. Le prime barche toccano la sabbia e subito il fuoco tedesco si abbatte sulle file americane. Il caporale James Hill, della 36ª Divisione, ricorderà anni dopo che “le colline sopra di noi erano come occhi che ci osservavano. Ogni volta che ci muovevamo, il fuoco arrivava dall’alto”.
È un’immagine che restituisce la sensazione di vulnerabilità di quei primi minuti: gli Alleati sono esposti, senza copertura, mentre i tedeschi dominano dall’alto. Anche dal mare la scena è apocalittica. Il marinaio britannico Arthur Collins, della Royal Navy, descriverà così l’alba del 9 settembre: “La costa di Salerno sembrava bruciare. Non capivamo se fosse il sole o la guerra. Poi abbiamo capito”. Le fiamme, il fumo, le esplosioni: tutto si mescola in un unico bagliore arancione che illumina il golfo come un incendio.
I primi giorni sono un inferno. Gli Alleati avanzano lentamente, metro dopo metro, ostacolati da mine, cecchini, contrattacchi improvvisi. Il 13 settembre è il giorno più critico: i tedeschi sfondano le linee americane nei pressi di Battipaglia e Pontecagnano. Clark, per qualche ora, valuta perfino l’ipotesi di evacuare la testa di ponte.
È un momento che potrebbe cambiare la storia della campagna d’Italia. Ma la marina interviene con una potenza devastante: le corazzate Warspite e Valiant aprono il fuoco sulle posizioni tedesche, rallentando l’avanzata e permettendo alle truppe a terra di riorganizzarsi. Un ufficiale tedesco della Fallschirmjäger, intervistato nel dopoguerra, ammetterà con una certa sorpresa: “Gli americani erano inesperti, ma non si ritiravano. Continuavano a tornare”. È un riconoscimento involontario del fatto che, nonostante le perdite e la confusione, gli Alleati non hanno alcuna intenzione di cedere.
Intanto, la popolazione civile vive giorni di terrore. Le bombe cadono sulle case, le famiglie fuggono verso le colline, i tedeschi requisiscano cibo e animali, gli Alleati avanzano tra macerie e sfollati. Salerno diventa un luogo dove la guerra non è più un fronte, ma una presenza totale: entra nelle case, nelle strade, nei campi. Molti civili aiutano i soldati alleati con acqua, pane, indicazioni; altri, presi tra due fuochi, pagano con la vita. È una guerra che non risparmia nessuno.
Il 18 settembre, dopo dieci giorni di combattimenti, i tedeschi iniziano la ritirata verso la Linea Gustav. Salerno è salva, ma devastata. Avalanche ha raggiunto il suo obiettivo: stabilire una testa di ponte nel Sud Italia, aprire la strada verso Napoli, dare agli Alleati un punto da cui far partire la lunga risalita della penisola. Ma Avalanche è anche qualcosa di più: è il momento in cui l’Italia, uscita dal fascismo, si trova davanti allo specchio della propria storia. È il primo passo verso la liberazione, ma anche verso la consapevolezza di ciò che è accaduto e di ciò che dovrà accadere.
Oggi, i luoghi dello sbarco sono ancora lì, silenziosi e carichi di memoria. Le spiagge di Paestum, con il Museo dello Sbarco; Pontecagnano, teatro dei contrattacchi; Battipaglia, quasi rasa al suolo; le colline di Cava de’ Tirreni, da cui i tedeschi osservavano il golfo. Camminare in questi luoghi significa attraversare un paesaggio che porta ancora le tracce di quei giorni. Significa ascoltare le voci che la storia ha lasciato in sospeso, le memorie individuali che, intrecciandosi, formano la memoria collettiva di un Paese.
Salerno non è solo un capitolo della Seconda guerra mondiale. È il punto esatto in cui l’Italia ha cambiato direzione. È il luogo in cui la storia si è fatta carne, paura, coraggio, distruzione e rinascita. Raccontare Avalanche significa raccontare l’inizio della nostra lunga strada verso la libertà.


