“A mia figlia” di Umberto Saba: la tenerezza che trasforma una capretta in simbolo universale
Tra le poesie più intense e apparentemente semplici della letteratura italiana del Novecento, A mia figlia di Umberto Saba occupa un posto speciale. In pochi versi, Saba compie un gesto poetico disarmante: paragona la propria figlia a una capretta. Un’immagine umile, domestica, quasi rustica, che diventa però veicolo di una tenerezza assoluta e universale.
A mia figlia
Mia figlia mi tiene il broncio
perché le ho dato un buffetto
sulla guancia.
A mia figlia io ho detto
che è una capretta.
Ed ella mi guarda offesa.
Ma non è un’offesa, è un modo
di dire che è graziosa,
che è viva, che è innocente.
Una capretta è una cosa
gentile.
Una capretta è una cosa
paziente.
Una capretta è una cosa
semplice,
buona,
cara.
E mia figlia è così.
Una poesia di apparente semplicità
Saba, poeta triestino legato profondamente alla sua città e alla sua interiorità inquieta, costruisce qui un testo dalla struttura elementare. Frasi brevi, lessico quotidiano, immagini concrete. Nessuna retorica, nessuna metafora elevata o solenne. Eppure è proprio questa semplicità a rendere il componimento potente. Il paragone con la capretta – animale umile, domestico, mansueto – diventa un atto d’amore puro, quasi primordiale. La poesia nasce da un piccolo episodio familiare: un buffetto, un broncio, uno sguardo offeso. Ma da questo gesto minimo emerge un sentimento assoluto.
L’innocenza come valore
In A mia figlia la parola “capretta” è ripetuta come una formula affettiva. Ogni ripetizione aggiunge una qualità: gentile, paziente, semplice, buona, cara. È una sorta di litania domestica, una dichiarazione d’amore che procede per accumulo. Saba attribuisce all’animale – e quindi alla figlia – una dimensione di innocenza e purezza. Non c’è idealizzazione astratta, ma un riconoscimento concreto della bontà che abita nella vita quotidiana.
Questa attenzione al reale, al piccolo, al fragile, è tipica della poetica sabiana, che rifiuta l’estetismo e sceglie la verità emotiva.
Il contesto poetico
La poesia è inserita nel Canzoniere, l’opera monumentale con cui Saba ha raccontato la propria vita, gli affetti, le inquietudini, le fragilità psicologiche. In questo senso, A mia figlia non è solo un testo dedicato a un rapporto familiare, ma fa parte di un più ampio progetto autobiografico. A differenza di altri poeti del Novecento più sperimentali, Saba rimane fedele a una poesia limpida, comunicativa, quasi narrativa. La sua modernità sta proprio nella sincerità, nella capacità di parlare al lettore senza barriere linguistiche.
Un confronto letterario
Se pensiamo alla poesia sull’infanzia e sull’innocenza in autori come Giovanni Pascoli, troviamo un’analoga centralità del sentimento domestico. Tuttavia, mentre Pascoli tende a caricare l’immagine di simbolismi e vibrazioni foniche, Saba sceglie la strada della trasparenza affettiva.
In questo senso, la sua scrittura appare quasi disarmata, ma proprio per questo autentica.
Conclusione
A mia figlia è una poesia che insegna qualcosa di raro: la grandezza può abitare nelle cose più semplici. Un gesto quotidiano, un broncio infantile, un paragone apparentemente buffo diventano materia di poesia eterna. Saba ci ricorda che l’amore non ha bisogno di parole solenni. Basta una “capretta” per dire il mondo.
Geo
Umberto Saba nacque e visse a lungo a Trieste, città di confine e di mare che ha profondamente influenzato la sua sensibilità poetica, sospesa tra introspezione, inquietudine e tenerezza domestica. A mia figlia si inserisce nel cuore del suo Canzoniere, opera autobiografica che racconta affetti, fragilità e verità interiori con linguaggio limpido e diretto. Anche da Alessandria, attraverso Alessandria today, la poesia di Saba continua a parlare ai lettori contemporanei, dimostrando come la semplicità dei sentimenti familiari sia un patrimonio universale, capace di superare confini geografici e generazionali.
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