I luoghi della Seconda guerra mondiale: la Risiera di San Sabba – unico “campo di detenzione” in Italia dotato di un forno crematorio, a cura di Francesco Bianchi
Trieste, autunno 1943.
La città è un crocevia inquieto, sospesa tra il mare e l’ombra lunga del Reich. Dopo l’8 settembre, la Venezia Giulia viene strappata all’Italia e inglobata nella Operationszone Adriatisches Küstenland, un territorio sotto diretto controllo tedesco. È in questo nuovo ordine che un edificio industriale costruito alla fine dell’Ottocento per la pilatura del riso – la Risiera di San Sabba – viene trasformato in qualcosa di radicalmente diverso, qualcosa che ancora oggi sembra sfuggire alle parole. Da stabilimento produttivo diventa un Polizeihaftlager, un campo di detenzione di polizia, un luogo di smistamento verso i lager del Reich, ma anche un centro di tortura ed eliminazione fisica, l’unico in Italia dotato di un forno crematorio funzionante .
Le SS arrivano con uomini che hanno già visto l’orrore da vicino: molti provengono dall’Aktion Reinhard e dall’operazione T4, gli stessi che hanno organizzato lo sterminio nei campi della Polonia. A Trieste portano metodi, procedure e una burocrazia della morte che si innesta rapidamente nel tessuto urbano. La Risiera diventa un nodo fondamentale della repressione: qui vengono rinchiusi ebrei, partigiani, ostaggi, prigionieri politici, slavi, Testimoni di Geova. Alcuni restano pochi giorni, altri poche ore. Molti non ne escono più .
Le testimonianze dei sopravvissuti parlano di un luogo dove il tempo si deformava. Celle minuscole, corridoi bui e urla che arrivavano dal piano superiore, il rumore dei camion che portavano via i deportati verso la stazione. Un ex detenuto, anni dopo, ricorderà: “Non vedevamo il cielo. Sentivamo solo passi, ordini, colpi. La Risiera era un mondo chiuso, senza stagioni”. È una frase che restituisce la sensazione di claustrofobia e di totale perdita di orientamento che caratterizzava la vita – e la morte – all’interno del complesso.

Il 4 aprile 1944 entra in funzione il forno crematorio, costruito in un locale dell’ex essiccatoio. Le fonti parlano di 3.000-5.000 vittime, anche se il numero esatto non sarà mai conosciuto con certezza: molti documenti furono distrutti e tracce cancellate nel tentativo di occultare le prove prima della ritirata tedesca .
Ma la memoria, quella no, non si cancella. I racconti dei pochi sopravvissuti, le indagini del dopoguerra, le testimonianze raccolte negli anni ricostruiscono un quadro che non lascia spazio ai dubbi: la Risiera fu un luogo di sterminio, un ingranaggio della macchina genocidaria nazista trapiantato nel cuore dell’Italia.
Trieste, in quei mesi, vive una doppia realtà. Da un lato la vita quotidiana continua: il porto e i caffè con le strade affollate. Dall’altro, a poche centinaia di metri, la Risiera inghiotte persone senza lasciare traccia. Un abitante del quartiere, intervistato decenni dopo, dirà: “Sentivamo odori strani, vedevamo fumo. Ma nessuno parlava. Nessuno voleva sapere”. È una frase che racconta non solo la paura, ma anche quel silenzio che spesso accompagna i luoghi dell’orrore.
Quando la guerra finisce, nell’aprile del 1945, la Risiera è un edificio vuoto, annerito, devastato. I tedeschi hanno fatto saltare il forno crematorio nel tentativo di cancellare le prove. Ma ciò che resta è sufficiente per capire. Nel 1965 il complesso viene dichiarato Monumento Nazionale, e nel 1975, dopo un importante intervento dell’architetto Romano Boico, diventa un Museo Civico, un luogo della memoria che non vuole consolare, ma ricordare con precisione e con rispetto .
Oggi, entrare nella Risiera significa attraversare un silenzio che non è vuoto, ma pieno. Il cortile centrale, le celle, i corridoi di cemento, la torre: tutto sembra trattenere un’eco, un respiro interrotto. Non c’è retorica, non c’è scenografia. C’è solo la nuda architettura dell’orrore, lasciata così com’era, perché chi entra possa sentire, anche solo per un istante, il peso della storia.
È un luogo che non chiede lacrime, ma consapevolezza. Un luogo che ricorda che la violenza non è mai lontana, che può nascere ovunque, anche in un edificio industriale di periferia.
Raccontare la Risiera di San Sabba significa raccontare un punto oscuro della storia italiana ed europea, un luogo dove la memoria non è un esercizio del passato, ma un dovere del presente. Significa riconoscere che la libertà, la dignità e i diritti non sono conquiste astratte, ma da difendere ogni giorno.
La Risiera non è solo un museo: è una ferita aperta, un monito, una voce che continua a parlare a chi ha il coraggio di ascoltare.