Le piccole storie che cambiano la grande storia, a cura di Francesco Bianchi

Le piccole storie che cambiano la grande storia, a cura di Francesco Bianchi

C’è un’illusione che ci accompagna da sempre: credere che la storia sia fatta solo da chi la guida. Re, generali, dittatori, statisti, date scolpite nei manuali. È una visione rassicurante, perché riduce la complessità del passato a una sequenza di decisioni dall’alto. Ma basta avvicinarsi un po’ alle pieghe della realtà per scoprire che la storia, quella vera, non procede dall’alto verso il basso. Accade esattamente al contrario.

La grande storia è un mosaico costruito da milioni di tessere minuscole: vite ordinarie, gesti quotidiani, scelte apparentemente irrilevanti. Sono queste “piccole storie” a determinare il corso degli eventi, anche quando non finiscono nei libri di scuola. E spesso sono proprio loro a rivelare ciò che i documenti ufficiali non dicono, ciò che le narrazioni pubbliche preferiscono ignorare.

Ogni epoca è attraversata da persone che non hanno lasciato monumenti, ma hanno lasciato tracce. Tracce che resistono nei racconti familiari e nelle fotografie ingiallite ma anche nelle testimonianze raccolte troppo tardi. Tracce che, se ascoltate, cambiano il modo in cui guardiamo il passato. Perché mostrano la storia non come un meccanismo inevitabile, ma come un campo di possibilità e di fragilità.

A textured surface covered with small, colorful tiles in various shades, interspersed with old photographs, postcards, and small objects, creating a visually dynamic collage.

Le piccole storie hanno un potere che spesso sottovalutiamo: quello di incrinare le versioni ufficiali. Raccontano ciò che la retorica cancella, ciò che la propaganda maschera, ciò che la memoria collettiva tende a semplificare. Sono storie che non cercano gloria, ma verità. E proprio per questo sono decisive.

Pensiamo al colonialismo italiano. Per decenni è stato raccontato attraverso un linguaggio edulcorato, paternalista e autoassolutorio. Ma basta ascoltare le storie delle persone comuni – famiglie deportate, bambini strappati alle loro case e donne che hanno tenuto insieme ciò che restava – per capire quanto quella narrazione fosse incompleta. È nelle vite di chi ha ha resistito e di chi ha semplicemente cercato di sopravvivere, che si trova la chiave per comprendere davvero quel periodo.

Le piccole storie non cambiano la grande storia perché la contraddicono: la cambiano perché la completano. La rendono tridimensionale. Le restituiscono umanità. E ci ricordano che ogni evento storico, anche il più imponente, è fatto di persone.

È per questo che la letteratura, quando decide di raccogliere queste voci, compie un gesto politico nel senso più alto del termine. Non perché prende posizione, ma perché restituisce presenza. Perché dà spazio a chi non ne ha avuto. Perché impedisce che il silenzio diventi oblio.

In Tigri e colonie, la memoria non è un tema: è un metodo. Il romanzo non ricostruisce solo un periodo storico, ma riporta alla luce quelle piccole storie che la grande storia aveva lasciato indietro. E nel farlo, ci ricorda che il passato non è mai davvero passato: continua a parlarci, a interrogarci, a chiedere di essere ascoltato. Perché solo quando le piccole storie tornano al loro posto, la grande storia può finalmente essere compresa.

Francesco Bianchi

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www.francescobianchiautore.com

Francesco Bianchi

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