Il dolore che diventa parola: Bahtiyar Hidayet. Recensione di Ada Rizzo (Azerbaijan)

Il dolore che diventa parola: Bahtiyar Hidayet. Recensione di Ada Rizzo (Azerbaijan)

Ci sono voci poetiche che nascono dal dolore e dalla memoria, eppure riescono a trasformare la ferita in canto universale. Bahtiyar Hidayet è una di queste voci: nei suoi versi dedicati al padre e alla nonna, la tomba diventa luogo di dialogo, non di silenzio. La poesia si fa testimonianza di esilio, di perdita e di resilienza, ma anche di amore che resiste oltre la morte. In queste pagine, il ricordo familiare si intreccia con la storia collettiva, e la parola diventa ponte tra generazioni, tra passato e futuro.


Traduzione testi poesie in italiano: Ada Rizzo


La poesia scritta sulla tomba di mio padre

Un lato della tomba guarda verso la Qibla,
l’altro verso la terra degli antenati.
Così che la tua anima possa volare a Eskipara,
abbiamo coperto gli specchi della casa con un panno.

Ma non c’è speranza di poter tornare alla terra degli antenati.
Per questo abbiamo riservato un posto per mia madre accanto alla tua tomba.

Che la tua anima sia felice, padre.
Che la tua anima sia felice a Eskipara.
Possiamo raggiungere quel paradiso solo morendo.

E il posto che abbiamo riservato per mia madre
proteggila come un soldato.
Ti ha amato moltissimo,
dopo di te è come un’anima.
Proteggi il suo luogo eterno.
Che l’anima di mia madre sia felice,
perché è come un’anima anche da viva.

Ma questo non è per nostalgia della patria,
è per nostalgia di te, padre.
Quando mia madre ha perso la patria,
non era così triste.

.

Alla tomba di mia nonna
Hai nascosto il tuo dolore e la tua pena a tutti,
hai tenuto tutto coperto e segreto.
Alla fine sei diventata ospite
in questa “città coperta”.

Le tue mani odoravano sempre di latte,
ora tutto odora di sangue.
Sei venuta qui per essere nonna dei martiri che giacciono qui?
Racconta loro una fiaba, nonna,
racconta che
i giganti e i draghi esistono davvero.

Essi governano il mondo.
Hai raccolto pietre dalle strade e dai sentieri,
così che le zampe delle mucche non si ferissero.
Perché allora questa vita ti ha lapidata di continuo?
La tua infanzia fu da profuga,
e di nuovo la tua vecchiaia, una vita da profuga.
La tua mezza età fu la repressione del 1937, poi la guerra del 1941-45,
poi il lavoro della fattoria collettiva – ti occupavi di trenta mucche.
Non volevi che nemmeno una pietra colpisse i piedi delle mucche,
avevi tanto amore per le mucche del governo che mandarono tuo marito in un luogo senza ritorno.

Non hai mai voluto essere un peso per nessuno,
per questo quando sei morta
sei diventata più piccola.
Così che il nostro peso fosse più leggero.

Il dolore fu il tuo amico d’infanzia;
quando sei morta, avresti dovuto affidarmi al dolore
questo dolore avrebbe dovuto trattarmi bene.
Per amor tuo, nonna.

Hai visto l’inferno e poi sei partita,
che la tua terra sia paradiso, nonna.
Non hai visto un giorno luminoso in questo mondo,
che la tua tomba sia piena di luce, nonna.


Le poesie di Bahtiyar Hidayet ci conducono in un paesaggio interiore segnato dalla memoria, dal dolore e dalla resilienza. La poesia scritta sulla tomba di mio padre e Alla tomba di mia nonna sono due testi che intrecciano biografia familiare e destino collettivo, trasformando la perdita in testimonianza poetica.

Nel primo testo, il padre diventa simbolo di una patria perduta: la Qibla e la terra ancestrale si fronteggiano come poli spirituali e identitari. La madre, collocata accanto al padre, incarna la continuità dell’amore e della protezione, ma anche la nostalgia che non è per la terra, bensì per la persona amata. Qui la poesia si fa elaborazione psicologica del lutto, richiamando la teoria di Freud sulla sublimazione e quella di Bowlby sull’attaccamento: il legame non si spezza, ma si trasforma in parola.

Nella seconda poesia, dedicata alla nonna, la voce poetica si confronta con una vita segnata da esilio, repressione e sacrificio. La figura materna diventa archetipo junghiano di resilienza: mani che odoravano di latte, ora immerse nel sangue della storia. La nonna è narrata come custode di fiabe e martiri, ponte tra innocenza e tragedia. Qui si avverte l’eco di poeti come Anna Achmatova, che hanno saputo trasformare la sofferenza collettiva in canto universale.

Il filo che lega le due poesie è la memoria familiare come specchio della storia di un popolo. La tomba diventa luogo di dialogo, non di silenzio: un altare dove il dolore si trasforma in parola e la parola in resistenza.

Il messaggio finale è che la poesia di Hidayet non è solo personale, ma universale: ci ricorda che la dignità umana sopravvive anche nelle condizioni più dure, e che la memoria dei padri e delle madri è il seme di un futuro di luce.


Ada Rizzo, 10 Marzo 2026, Malindi


Ada Rizzo

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