La colpa è nel vento, di Davide Astegiano

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di DAVIDE ASTEGIANO

Questo breve racconto, La colpa è nel vento, nasce per un contest di qualche tempo fa. Non ci sono riferimenti autobiografici se non la pura e semplice descrizione dei luoghi fisici in cui sono stato. Visto il tema mi sembra particolarmente calzante, a pochi giorni di distanza dalla Giornata contro la violenza sulla donna. Come avrete immaginato, la città nella quale si svolge la storia è Trieste, famosa per la bora e la Barcolana, tra le tantissime  bellezze architettoniche e turistiche, se vi capita fateci un salto, non ve ne pentirete! 

Marta appoggiò il bollitore su una delle piastre elettriche e l’accese. Prese a guardare fuori dalla finestra leggermente appannata. Le tendine stinte, con sopra disegni di gigli che un tempo dovevano essere stati di un vivace color giallo, facevano da cornice alla scena che si svolgeva nella strada sottostante. Proprio in quel momento, infatti, un bus spalancava le sue fauci per vomitare il carico di passeggeri. Le voci squillanti dei bambini, che vacillavano sotto zainoni dalle forme e i colori più fantasiosi, e quelle severe dei genitori, che affannati e accigliati li accompagnavano a scuola, risuonarono per la strada e filtrarono attraverso il vetro della cucina. Vetro che tremò appena, una volta che il bus ripartì.

Si riscosse al grido di un gabbiano, quasi inconsapevole del silenzio che era calato sulla via. Non si era nemmeno accorta di quanto si stesse tormentando le mani a furia di strapparsi pellicina dietro pellicina. Rimase a osservare le punte delle dita in muta contemplazione. Piccoli squarci di un rosso acceso e segni più sottili e scuri circondavano le unghie. Un brivido le corse lungo la schiena. Si allontanò dalla finestra e diede un’occhiata in giro in cerca di qualcosa, con lo sguardo un po’ perso. Vide il cappotto gettato su una sedia vicino all’ingresso. Lo prese, se lo infilò e indossò in tutta fretta guanti e sciarpa.

Nonostante fosse tutta intabarrata la bora riusciva a farsi strada sotto al cappotto, manco fosse dotata di vita propria.

Non sapeva quando di preciso era successo ma era successo. Si era profondamente innamorata. Si erano conosciuti da giovani. La prima volta che lo aveva visto era rimasta affascinata dalla sua carnagione olivastra, i capelli neri che parevano così morbidi. E il sorriso. Oh, aveva un sorriso irresistibile, quel sorriso che dovevano avere stampato in volto gli affabulatori del passato. Avevano subito legato. Al secondo appuntamento già le aveva detto che l’amava. Lei era rimasta per un secondo interdetta ma intrappolata com’era dalla concitazione del momento aveva contraccambiato. E da allora erano rimasti sempre insieme. Non era sempre facile stargli accanto ma lei si diceva che un po’ era anche colpa sua e che con il tempo la situazione sarebbe migliorata. E poi… e poi una cosa tira l’altra. Nel corso degli anni lei aveva rinunciato a tante opportunità, agli studi in legge prima, per sposarsi a soli ventitré anni, alla carriera in ufficio poi (una carriera da segretaria, nulla di che, certo, diceva sempre alle sue amiche), quando era rimasta incinta.

La strada scendeva ripida verso il centro città. Le persone che incontrava lungo il cammino erano tutte chine sotto il vento sferzante, avvolte in cappotti e giacconi rigonfi, con le sciarpe che sbattevano al vento come antichi stendardi dai colori accesi. L’ambiente era ostile ma conferiva alla città anche un’aria pulita, con qualcosa di selvaggio, che le si addiceva. Sembrava quasi di essere in un mondo a parte separato dalla realtà quotidiana, dove l’unico vero traguardo fondamentale è la sopravvivenza.

In centro, le macchine erano tutte prese da un costante andirivieni, incuranti di ciò che accadeva intorno a loro. Le case sembravano quelle descritte dalle fiabe nordiche che leggeva a suo figlio quand’era piccolo. Minuscole e graziose si ergevano come sentinelle giallognole sopra la strada trafficata. Le vie erano più luminose e più vive di quelle appollaiate sulla via del Cisternone. Come le sarebbe piaciuto avere casa lì. Suo marito invece aveva preferito altrimenti. Così lei, un po’ di malavoglia, ma pensando che non era poi un gran sacrificio, aveva acconsentito. Non che ci fosse tanta differenza da un posto all’altro poi, la città non era nemmeno tanto grande, le aveva detto.

Una folata di vento particolarmente gelida e intensa la costrinse a fermarsi e a schiacciarsi contro la vetrina di un negozio.

Con gli occhi che le lacrimavano per il freddo rimase a fissare per un istante la vetrina attraverso le grate della saracinesca. I manichini bianchi e privi di volto sembravano dei fantasmi, i corpi congelati in pose da passerella, la vita strettissima, le forme quasi inumane. Un maglioncino rosso con il grazioso ricamo di una camelia spiccava tra gli indumenti d’alta moda. Le sarebbe piaciuto un maglioncino così. Ma per quali occasioni lo avrebbe indossato? Non uscivano quasi mai. No, meglio di no, e poi costava troppo. Almeno lei doveva trattenersi. Suo marito non ci provava nemmeno. Sempre a ordinare vagonate di roba e paccottiglia su internet. Roba e paccottiglia che finivano in mucchi a riempire ogni angolo della casa, a prendere polvere, dimenticate per chissà quanto tempo prima di venire occasionalmente riesumate. DVD, vestiti, attrezzi per fare ginnastica, dispositivi elettronici di ogni forma e dimensione. Un cimitero grottesco di plastica, poliestere e altri materiali di origine sconosciuta. Il tutto creava un ambiente soffocante, da farti venire l’asma solo a guardarlo. Un po’ era anche colpa sua. Avrebbe dovuto scoraggiarlo dal fare tutti quegli acquisti. D’altronde non è che l’avesse mai davvero ascoltata, a meno che non fosse d’accordo con quello che gli diceva.

Quand’era ormai vicina a piazza dell’Unità evitò per un pelo di scontrarsi con la signora Emilia. La signora Emilia era la sua vicina di casa e in quel momento stava tornando a casa, di ritorno dalla parrucchiera. Marta si fermò un istante per scambiare due parole. Chiacchiere di circostanza, vuote e prive di qualsiasi significato. Come va, come non va, la salute è importante, come sta il marito, e il figlio.

Salutata l’anziana e in fuga dalle convenzioni Marta proseguì per la sua strada.

Superata la piazza, raggomitolandosi nel cappotto per cercare di tenere lontano il freddo, si diresse verso il lungomare. Schivava abilmente i piccioni che, rimasti intrappolati dal vento, tubavano impazziti nella corrente e sfrecciavano come proiettili. In giro c’erano poche persone, solo qualche impavido passante come lei, impegnato in misteriose faccende, e i camerieri dei bar che ritiravano i pochi tavolini lasciati in balia degli elementi. Presto si ritrovò sul lungomare. Lì era l’unica viandante. Si mise a guardare la massa d’acqua di fronte a lei. L’acqua, di un grigio scuro, era smossa dalla bora a formare piccole creste che parevano quasi le cime di montagne sommerse.

Amava quel paesaggio. Lo amava quando le vele, come uno stormo di gabbiani, riempivano il golfo per la Barcolana, ma lo amava ancor di più quando era libero da ogni barca, mosso, con le grida dei gabbiani, quelli veri, che colmavano il porto.

Le guance le pizzicavano per il freddo. Si ricordava, come se fosse ieri, quando, in un insolito moto di partecipazione e interesse, avevano deciso di andare alla Barcolana. Avevano fatto un giro tra i gazebo facendosi largo tra la folla di persone che aveva letteralmente assalito il lungomare. Perlopiù turisti da altre parti d’Italia o dalla Slovenia e pochi cittadini curiosi e desiderosi di attività che li aiutassero a spezzare la solita routine. Erano proprio di fronte a un gazebo stracolmo di libri quando lui si era infuriato per qualcosa. Non si ricordava di preciso cosa. E nemmeno importava. Era da un po’ che si arrabbiava per i motivi più insignificanti. Un foglietto fuori posto, una maglia non lavata, una commissione dimenticata. Fatto sta che si era messo a gridare. La sua voce aveva assunto il solito tono stridulo e isterico che assumeva sempre quando urlava. Le parole gli uscivano dalla bocca a mitraglietta, accompagnate da schizzi di saliva. Era un evento così vivido nella sua memoria perché quella era stata la prima volta che l’aveva picchiata. Un solo schiaffo, ma bruciava così tanto. Sembrava che tutti si fossero girati per assistere alla scena e che il tempo si fosse fermato. Un bambino li guardava spaurito con la bocca aperta a metà strada verso una barcollante torre di gelato. Una coppietta aveva smesso di amoreggiare e si era girata con gli occhi sbarrati. Una ragazzina teneva sospeso a mezz’aria, verso la cassiera, un libro dalla copertina rosso scuro. In mezzo a quella confusione cristallizzata la cosa peggiore però era che si era sentita in colpa. Sì, in colpa. Anche se razionalmente sapeva di non averne alcuna.

Le lacrime le si ghiacciarono sul viso.

Prese a camminare lungo il molo. Camminava a piccoli passi, verso il mare agitato, con il sibilo della bora che le riempiva le orecchie.

Un senso di stanchezza le premette sul petto. Guardò con uno sguardo carico di rimpianti il ribollire del mare che, come in un pentolone, rumoreggiava fragorosamente. Iniziava a non sentire più le guance. Erano diventate un tutt’uno con la bora o la bora era diventata un tutt’uno con le guance, come una sorta di trapunta gelata che la privava della sensibilità. In quel momento il mare le sembrò un rifugio esotico dalle fatiche del giorno. Fece un altro passo. 

A casa il bollitore aveva iniziato a fischiare. Fischiava e fischiava, sempre più forte. Sembrava che la casa dovesse riempirsi di vapore ed esplodere da un momento all’altro. Un urlo, ripetuto più e più volte. Il nome di Marta. Ma nessuno a rispondere.

  • Davide Astegiano

https://radicalging.wordpress.com

2 pensieri su “La colpa è nel vento, di Davide Astegiano

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