La recensione di Mauro Pietro Paolo Montacchiesi al romanzo “Istanbul. Città sospesa tra sogno e realtà” di Franca Colozzo

La recensione di Mauro Pietro Paolo Montacchiesi al romanzo “Istanbul. Città sospesa tra sogno e realtà” di Franca Colozzo

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Ci sono opere che meritano attenzione per la loro qualità intrinseca, e ci sono letture critiche che ne amplificano il valore con sguardo rigoroso e sensibilità culturale.
Il romanzo Istanbul. Città sospesa tra sogno e realtà di Franca Colozzo è senz’altro uno di questi testi: un viaggio poetico e documentato nel cuore di una città che non si lascia definire, ma si offre come interstizio tra mondi, memorie e visioni.

A sottolinearne la profondità è Mauro Pietro Paolo Montacchiesi, critico letterario di fine intelligenza, che ha dedicato al libro una recensione articolata, empatica e colta.
Lo pubblichiamo qui, per la forza del contenuto: perché quando la scrittura incontra lo sguardo critico, e insieme illuminano un luogo e un pensiero, il risultato merita di essere condiviso.

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(testo integrale  della Recensione  di Pietro Paolo Montacchiesi)

RECENSIONE AL TESTO EDITO

ISTANBUL – PASSERINO EDIZIONI

DI FRANCA COLOZZO

ESERGO

“Tra due rive che non combaciano mai del tutto—Europa e Asia—l’anima di Istanbul è un ponte di vento: ci passi sopra e credi di procedere, ma in realtà stai ritornando.”

PREFAZIONE

Ci sono città che si attraversano, e città che ti attraversano. Istanbul appartiene alla seconda specie: entra negli occhi come una luce obliqua, si ferma nell’olfatto con l’ombra delle spezie, e nella memoria lascia il rumore pieno di muezzin e traghetti. Nel libro di Franca Colozzo, Istanbul. Città sospesa tra sogno e realtà, questa sospensione non è vezzo retorico: è un modo di abitare il mondo, una postura dello sguardo, una “cittadinanza” poetica che tiene insieme storia, geografia, costume, pedagogia dello sguardo e disciplina del passo.

Colozzo non scrive come turista, ma come architetto-educatrice abituata a misurare le forme e a insegnare a leggerle. La sua prosa ha il passo della guida esperta e la delicatezza di chi ha vissuto la città dall’interno, con una lunga permanenza che le ha permesso di condividere lingua, abitudini, scuole, istituzioni culturali, e soprattutto di mettere in relazione saperi diversi (arte, urbanistica, didattica) in una sola, coerente narrazione dell’esperienza. Il risultato è un testo che offre al lettore un atlante emotivo e insieme una mappa critica: si passa dal Bosforo al Kapalıçarşı, dai quartieri “dentro le mura” come Fatih, Fener, Balat all’eco dei grandi snodi politici del Novecento, con Mustafa Kemal Atatürk a fare da spartiacque fra tradizione e modernità. Tutto ciò senza la tentazione di semplificare: la città rimane complessa, dicotomica, “sospesa”, e proprio per questo vera.

PRESENTAZIONE DELL’AUTRICE:

FRANCA COLOZZO

Franca Colozzo è docente e architetto.

Laureata con lode alla “Sapienza” di Roma.

Una tesi sul Sud Pontino e le questioni del restauro/riuso dei centri storici.

Presso l’Università di Cassino ha conseguito un Master di II livello sull’uso delle nuove tecnologie didattiche.

È stata distaccata dal MAE, dal 1996 al 2002, al Liceo Scientifico Italiano (I.M.I.) di Istanbul.

Si è rivelato, questo, un settennio fondamentale durante il quale

ha rinsaldato un profilo multiculturale e multilingue (turco presso il Tömer, perfezionamento di tedesco, spagnolo, inglese e francese), organizzando mostre d’arte presso scuole e realtà prestigiose come l’Istituto Italiano di Cultura, Robert College, Galatasaray Lisesi, Yıldız Üniversitesi.

Da questa esperienza è nato il catalogo bilingue “Resimdeki Didaktik Süreç / Il percorso didattico nel disegno” (1999) e la collaborazione a un vocabolario trilingue (IT–EN–TR).

Nel 2002, dopo essere rientrata in Italia,

ha proseguito nella libera professione e nell’insegnamento, pubblicando nel 2006 l’opuscolo poetico “Frammenti” e dedicandosi a poesia, narrativa e pittura.

PRESENTAZIONE DEL LIBRO:

ISTANBUL. Città sospesa tra sogno e realtà

Il volume—pubblicato anche in formato Kindle—si definisce fin dal titolo come soglia: Istanbul è “la maggiore città della Turchia”, erede di Bisanzio e di Costantinopoli, antica capitale dell’Impero ottomano, crocevia della Via della Seta, “città sospesa tra sogno e realtà” (descrizione editoriale). Il libro intreccia cenni storici e quadri d’ambiente: i ponti in acciaio sul Bosforo “come arcuati ballerini”, il Kapalıçarşı (Old Bazar) ventre pulsante di merci e profumi, la laicità e le riforme kemaliste come fondamento della modernizzazione, fino alle regole di convivenza e buon senso per la visita alle moschee e ai quartieri più conservatori. Ne emerge una città dicotomica, europeissima e insieme profondamente orientale, che obbliga il lettore a ripensare categorie, aspettative, linguaggi.

SINGOLI COMMENTI CRITICI A PASSAGGI DEL LIBRO

1) “I ponti in acciaio sospesi sul Bosforo, come arcuati ballerini…”

In questa immagine, Colozzo opera una metafora cinetica: il ponte non è solo infrastruttura, ma coreografia urbana. L’eco è quasi baudeleriana (“la modernità è il transitorio, il fuggitivo”), ma con una torsione architettonica: il gesto estetico coincide con la funzione (passare). Qui sentiamo anche Le Corbusier—la città come “macchina per abitare”—rovesciata nella città come scena per transitare. In termini turchi, il ponte evoca Sinan (il “maestro delle cupole”) come spirito ingegneristico che oggi continua in chiave acciaio e cavo, disegnando l’identità visiva dello Stretto.

2) “Incrocio un tempo di tutte le vie carovaniere… l’ombelico: il Kapalıçarşı”

Il Kapalıçarşı è chiamato “ombelico”, e la parola suggerisce nutrimento e origine. Lì il commercio è lingua franca: l’Oriente delle spezie e dei tappeti incontra l’Occidente del baratto simbolico. Il parallelo letterario naturale è con Italo Calvino (Le città invisibili), dove Zaira o Eufemia non si raccontano con le pietre, ma con la memoria delle tracce di scambio; in ambito turco, è quasi inevitabile citare Evliyâ Çelebi, il grande viaggiatore del Seicento, le cui note sul Gran Bazar restituiscono lo stesso stupore stratificato—un accumulo di oggetti-da-racconto che fanno identità.

3) “La laicità fu introdotta… le riforme di Atatürk”

Colozzo riassume con chiarezza le riforme kemaliste (parità dei sessi, suffragio universale, alfabeto latino, sistema metrico, calendario gregoriano, abolizione del califfato e simboli del vecchio regime). Qui l’autrice pratica pedagogia storica: non giudica, espone; non fa ideologia, ricostruisce. Il riferimento d’obbligo è Namık Kemal (Ottocento), poeta del primo liberalismo ottomano, e—per analogia “europea”—Voltaire, quando scrive che l’illuminismo è soprattutto un “metodo” per pensare la cosa pubblica. La pagina mostra come la modernità turca nasca da un disegno istituzionale e non da una semplice “deriva” culturale.

4) “Quartieri più conservatori… Fatih, Fener, Balat”

La triade Fatih–Fener–Balat è un compendio di stratificazione urbana: nel dedalo di vie, “difficilmente il turista si orienta”. Colozzo invita a perdersi con criterio—ossimoro fecondo—e a osservare la giustapposizione architettonica frutto di secoli di convivenze religiose e civili. È un passaggio che chiama in causa Orhan Pamuk e la sua nozione di hüzün, la malinconia collettiva di Istanbul, specie nelle zone antiche; ma dialoga anche con Akhmet Hamdi Tanpınar, che in Le Istanbullu fissa l’oscillazione tra memoria e trasformazione. La nota UNESCO (siti “dentro le mura”) segnala la tensione tra tutela e turismo di massa: l’autrice denuncia la riduzione a percorso obbligato e ci sprona a cercare l’anima non turistificata.

5) “Regole del buon senso per entrare in moschea”

Il capitolo sui comportamenti—scarpe all’ingresso, velo/foulard per le donne, evitare spalle scoperte e pantaloncini—mostra la cifra etico-pratica del libro: la cura dell’altro come forma del viaggio. Qui si può ricordare Mevlânâ Rûmî: “Vieni, chiunque tu sia”, purché il venire sia rispettoso della soglia sacra. Il rispetto del luogo è l’atto estetico più alto: rende possibile l’incontro. In parallelo occidentale, Goethe—Viaggio in Italia—ricorda che la conoscenza di un paese passa dall’osservanza dei riti minimi. Colozzo traduce questa etica in istruzioni chiare, sottraendo il lettore alle semplificazioni “esotiche”.

6) “Istanbul dicotomica: modernità e radici”

La chiave del libro è l’ibridismo: non una frattura, ma una polarità dinamica. L’autrice usa un lessico quasi fenomenologico (co-esistenza di anime, sfaccettature), e immette nella narrazione l’eco di Tanpınar: la Turchia come tempo scisso fra devam (continuità) e değişim (cambiamento). Un commento utile viene da Edward Said: evitare l’orientalismo significa accettare che la città non stia “da una parte”, ma tra—per questo è, letteralmente, sospesa. Nel concreto urbano: i ponti come metafora e i quartieri come realtà.

7) “Itinerari e luoghi comuni”

Colozzo prende posizione contro l’immagine preconfezionata della città (Sultanahmet, Aya Sofya, Ippodromo, Cisterna, Bazar) quando diventa l’unica. Non esclude, include criticamente, invitando a praticare altre geografie. È un gesto da educatrice: il viaggio come curricolo, il camminare come didattica della città. Richiamo a Walter Benjamin e al suo flâneur: ma qui la flânerie è responsabile, dotata di regole, non narcisistica.

HAIKU (schema libero)

Sui ponti, vento—

due continenti tacciono.

Parla il Corno d’Oro.

AFORISMA

Orhan Pamuk: “Istanbul non è solo una città: è un modo di guardare il mondo.”

(Parafrasi fedele dello spirito pamukiano: la città come sguardo condiviso.)

PARALIPOMENON

Un aspetto implicito nel libro—e prezioso per chi legge oggi—è l’educazione interculturale come progetto di spazio. Colozzo, architetto e docente, intreccia in modo naturale luoghi e comportamenti: entrare in moschea con rispetto, scegliere di visitare Fatih oltre il pacchetto obbligato, riconoscere i segni di Atatürk nella vita civile, notare le reversibilità della moda (il velo che ritorna in pubblico). È un invito a praticare empatia urbana. Il sottotesto è chiaro: una città-mondo o si educa a vicenda, o si riduce a cartolina.

DIALLAGE

Tesi. Istanbul è una città europea: ponti, infrastrutture, modernizzazione, alfabeto latino, suffragio, calendario gregoriano—l’elenco kemalista lo prova.

Antitesi. Istanbul è una città orientale: riti, moschee, tessuti urbani “a labirinto”, hüzün condivisa, mercati come ventre identitario.

Sintesi. Istanbul è interstizio: non somma aritmetica di tratti, ma relazione fra differenze. Proprio questa sospensione produce energia culturale: una dialettica mai pacificata, e dunque feconda. In questa sintesi, il lettore è chiamato a un patto: sospendere i propri stereotipi e abitarne di nuovi, più elastici.

POSTFAZIONE

Istanbul. Città sospesa tra sogno e realtà è un manuale gentile per viaggiatori esigenti. Gentile, perché non impone: accompagna, suggerisce, indica soglie. Esigente perché chiede attenzione: ai dettagli (scarpe, foulard), alle parole (i toponimi corretti), ai quartieri dentro le mura, ai ponti come scene di identità. È un libro che si può portare in valigia, ma anche a scuola: la chiarezza espositiva, la misura delle sintesi storiche, il rigore delle norme di condotta lo rendono uno strumento prezioso per chi desidera apprendere la città mentre la cammina.

In controluce, si indovina una tesi più ampia: la modernità come cura. Non basta cambiare alfabeto, serve cambiare sguardo. Non basta fotografare la Moschea di Fatih, bisogna comprenderne il ruolo civico e religioso. Non basta “fare” il Bazar, serve riconoscere che l’ombelico è relazione. Da qui la forza del testo: restituisce Istanbul al suo tempo plurale e invita chi legge a praticare un turismo responsabile, lontano dalle “inutili passerelle”—per dirla con l’autrice—che spesso urtano la suscettibilità dei più tradizionalisti.

E infine una nota stilistica: la scrittura di Colozzo ha un tono limpido, fermo, anti-enfatico. Dove molti indugiano nel pittoresco, l’autrice preferisce la precisione (anche lessicale) e una metaforica misurata (“ballerini” i ponti), che apre senza ingannare. È un equilibrio raro ed estremamente efficace.

NOTA DIDASCALICA FINALE DELLA PRESENTE RECENSIONE

Questa recensione si fonda sul profilo bio-bibliografico e sulla presentazione editoriale di Istanbul, come pure su altre ricerche tematiche on line. Città sospesa tra sogno e realtà, nonché i capitoli dedicati ai cenni storici, ai quartieri e alle norme di comportamento (moschee, abbigliamento), con riferimenti puntuali a Bosforo, Kapalıçarşı, Atatürk e all’assetto “dicotomico” della città. I passaggi citati/parafrasati e le informazioni fattuali derivano dal documento: TESTOISTAMBUL.pdf.

http://www.larecherche.it/testo.asp?Id=2083&Tabella=Articolo

La cornice interpretativa associa i nuclei tematici a figure della cultura turca ed europea (Pamuk, Tanpınar, Rûmî, Sinan, Evliyâ Çelebi; Baudelaire, Benjamin, Calvino), in coerenza con il libro edito.

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Nota biografica – Franca Colozzo

Franca Colozzo è docente e architetto. Laureata con lode alla Sapienza di Roma, ha vissuto a Istanbul dal 1996 al 2002, dove ha insegnato presso il Liceo Scientifico Italiano e collaborato con istituzioni culturali come l’Istituto Italiano di Cultura, Robert College e Galatasaray Lisesi.
Ha pubblicato il catalogo bilingue Resimdeki Didaktik Süreç / Il percorso didattico nel disegno e l’opuscolo poetico Frammenti.
Il suo romanzo Istanbul. Città sospesa tra sogno e realtà è frutto di un’esperienza vissuta, intrecciata a saperi artistici, pedagogici e interculturali.

Ritratto di una donna con capelli lunghi e scuri, indossa un collier e ha un sorriso sereno.

Foto di cortesia: Dottoressa Arch. Franca Colozzo, scrittrice, blogger, Ambasciatrice di Pace

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Nota biografica – Mauro Pietro Paolo Montacchiesi

Mauro Pietro Paolo Montacchiesi è poeta, critico letterario, saggista e traduttore.
Autore di numerosi volumi di poesia e critica, collabora con riviste culturali e progetti editoriali in ambito nazionale e internazionale.
La sua scrittura si distingue per profondità analitica, eleganza stilistica e capacità di dialogare con le opere in modo empatico e rigoroso.
Nel panorama della critica contemporanea, è voce autorevole e sensibile, capace di illuminare il valore di testi letterari con sguardo colto e generoso.

Ritratto di Mauro Pietro Paolo Montacchiesi, critico letterario e poeta, in abbigliamento formale durante un evento.

Foto di cortesia: Dottor Mauro Pietro Paolo Montacchiesi, critico letterario, saggista, traduttore

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Tengo a sottolineare che, in un tempo in cui la visibilità sembra spesso legata alla competizione, è importante ricordare che la letteratura vive, e resiste,  grazie alla generosità dello sguardo e alla collaborazione tra voci.
La recensione di Mauro Pietro Paolo Montacchiesi al romanzo di Franca Colozzo ne è un esempio concreto: un gesto critico che non si limita a valutare, ma che illumina, accompagna, dialoga.

Quando un autore legge profondamente l’opera di un altro, e ne restituisce generosamente il senso con rispetto e intelligenza, si compie un atto culturale prezioso.


E quando una testata sceglie di pubblicare questo incontro, celebra una pratica condivisa di cura: per la parola, per il pensiero, per il lettore.

La scrittura non è mai solitaria.
Ogni libro è attraversato da voci, influenze, letture, e ogni recensione è un ponte tra mondi.
Favorire questi scambi, renderli visibili, significa credere che la cultura non si costruisce da soli, ma insieme, con rigore, con onestà, con quella generosità che è il vero fondamento di ogni comunità letteraria.

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Ada Rizzo, 28 Ottobre 2025, Jesolo

Geo: Venezia

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