Dissesto idrogeologico, l’emergenza permanente. Perché l’Italia interviene sempre dopo
Ci sono emergenze che non sorprendono più. Arrivano, colpiscono, passano. E poi tornano. Il dissesto idrogeologico in Italia è una di queste: un problema strutturale trattato come un imprevisto, una fragilità cronica gestita con strumenti pensati per l’eccezione. Ogni frana, ogni alluvione, ogni evacuazione riporta alla luce una verità scomoda: l’Italia conosce il rischio, ma continua ad agire soprattutto dopo.
I numeri sono noti e ripetuti da anni. Gran parte dei comuni italiani insiste su aree a rischio frane o alluvioni. Interi quartieri sono stati costruiti lungo corsi d’acqua, su versanti instabili, in zone già segnalate come critiche. Le mappe esistono, gli studi pure, ma restano spesso confinati nei cassetti delle amministrazioni o tradotti in interventi parziali e discontinui.
Il punto centrale non è l’assenza di conoscenza, ma la mancanza di una strategia continuativa di prevenzione. La politica italiana, a ogni livello, ha storicamente privilegiato l’intervento emergenziale: fondi straordinari dopo il disastro, commissariamenti, decreti urgenti. Tutto necessario, ma tutto tardivo. La prevenzione, che richiede programmazione, manutenzione ordinaria del territorio, scelte impopolari e investimenti a lungo termine, resta la grande incompiuta.
Le responsabilità, in questo quadro, sono diffuse e stratificate. Non si tratta solo delle amministrazioni locali, spesso lasciate sole a gestire territori fragili con risorse insufficienti. C’è una responsabilità nazionale nella frammentazione delle competenze, nella lentezza delle procedure, nella difficoltà di trasformare i fondi disponibili in cantieri reali. E c’è anche una responsabilità culturale: per decenni il territorio è stato considerato una risorsa da sfruttare, non un equilibrio da preservare.
Quando il dissesto colpisce, l’Italia reagisce. La macchina dell’emergenza funziona, spesso con grande professionalità. La Protezione Civile, i vigili del fuoco, i volontari intervengono rapidamente, limitando i danni e salvando vite. Ma il paradosso è tutto qui: siamo molto bravi a gestire l’emergenza, molto meno a evitarla.
Cosa si sta facendo oggi per invertire la rotta? Negli ultimi anni sono stati stanziati fondi importanti per la messa in sicurezza del territorio, anche grazie a programmi europei. Sono stati avviati piani di monitoraggio, aggiornamenti delle mappe di rischio, progetti di consolidamento dei versanti e di rinaturalizzazione dei corsi d’acqua. Tuttavia, l’impatto reale di queste misure resta limitato da tempi lunghi, burocrazia complessa e una frammentazione degli interventi che ne riduce l’efficacia complessiva.
C’è poi il nodo degli sfollati e delle comunità colpite, spesso dimenticate una volta spente le luci dei media. Famiglie che vivono per anni in sistemazioni provvisorie, territori che perdono valore, attività economiche che non ripartono. Aiutare queste popolazioni non significa solo risarcire i danni, ma ricostruire fiducia, garantire sicurezza, offrire una prospettiva stabile.
Il dissesto idrogeologico non è più un’emergenza climatica eccezionale. È una condizione strutturale con cui l’Italia dovrà convivere. Continuare a intervenire solo dopo significa accettare un costo umano ed economico altissimo. Investire seriamente nella prevenzione, invece, richiede coraggio politico, visione e continuità. Ma è l’unica strada possibile.
Perché ogni frana annunciata, ogni alluvione prevedibile, racconta sempre la stessa storia: non quella di una natura imprevedibile, ma di un Paese che fatica a imparare dai propri errori.
Geo
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