Vincenzo Savoca e ‘Millenovecentocinquantatre’: il tempo che diventa poesia. Recensione di Ada Rizzo (Ragusa)
La poesia di Vincenzo Savoca, poeta siciliano nato e cresciuto tra i paesaggi di Ragusa, si presenta come un canto di memoria e di nostalgia. Millenovecentocinquantatre’ è un testo che attraversa il tempo, riportando alla luce la giovinezza ardente e inquieta, i sogni e le passioni che ancora oggi vibrano nell’animo del poeta.
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MILLENOVECENTOCINQUANTATRE‘
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Brivido d’occhi fissi la sosta notturna,
di pallido disorientato silenzio l’attesa.
Spenta l’epopea del giorno, di virgulti
di fronde i sospiri, gemitare di rovine
i pensieri. Su pagine d’intimo piacere
una lettura di parole sospese, sì cari
i versi nel corteggio di donne, sì vivi
un tempo! D’intimo piacere il cerchio
giallo di luna, l’iride del cielo compagna
d’avventure. A gocce le stelle, incanto
di solitudine i Giardini Iblei su torme
di cime conventuali. Ruggiva allora
d’ardore la fatale squieta giovinezza.
Ora la notte è stupro d’insonnia, di
pendoli che inutilmente battono l’ore,
stillicidio di tempo che più non invoca
donne abbigliate di mistero, di seni turgidi
e di vesti succinte. Vagare mi fecero su
deserti d’ambra, su schiuse foglie di
rose solitarie, fragile ornamento. E mi
struggevo al languido guardare d’occhi sì
colmi di malìa, d’imago amore la tenebra
d’intorno e di silenzi l’ora, ed il grido, ed
il sospiro di quei giorni fiorenti d’emunto
pudore. Tutte e tanto le amai ch’ancora
né rammento i nomi. Non una che m’è
rimasta ignota al naufragare dei giorni.
Di labbra tumide e di collo terso, di petto
largo e di gemiti il verso. Ora di notte
ancora le sento, e mi resta solo l’ascolto
nella quiete del notturno sonno,
nonostante ancora dentro mi rugge
il pensiero d’un tempo sì fecondo!
Ancora sussulto ai risi degl’aliti freschi,
come brezze di mare su bianche ciglia,
sugl’occhi miei di vecchio. E le sogno
brade cavalle su prode di spuma,
su dune gonfie di vento, rosea la bocca
e di luce i capelli, criniere al vento!
E tornano!, tornano!, all’incarno
d’un tempo, nel languore del passato,
dal millenovecentocinquantatre! Allora
io ero, ed ancora sono vincenzosavoca.
VIncenzo Savoca
Ragusa 19 febbraio 2026
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Savoca intreccia immagini potenti: la notte che diventa insonnia, i Giardini Iblei come scenario di solitudine e incanto, le figure femminili evocate con intensità e desiderio. La giovinezza appare come un tempo “fatale e squieta”, ruggente di ardore, contrapposta alla vecchiaia che conserva il ricordo e lo trasforma in poesia.
La psicologia ci insegna che la nostalgia è un’emozione ambivalente: dolorosa perché richiama ciò che non torna, ma generativa perché restituisce continuità e identità. In Savoca, la memoria diventa forza vitale: il passato non è solo rimpianto, ma materia poetica che illumina il presente. Il paesaggio siciliano, con vento, mare e cavalle brade, trasforma il ricordo individuale in memoria collettiva, radicata nella cultura e nella terra.
Celebrare la giovinezza perduta significa dunque dare voce a un’esperienza universale: la nostalgia poetica, che rende condivisibile ciò che è intimo.
Millenovecentocinquantatre’ è un inno alla memoria che resiste, alla poesia che illumina la notte, alla vita che continua a ruggire dentro, dimostrando come il ricordo possa diventare ponte tra passato e futuro.
Ada Rizzo, 19 Febbraio 2026, Malindi