“SHINING” DI STEPHEN KING – VALERIA SEROFILLI, PISA

“SHINING” DI STEPHEN KING – VALERIA SEROFILLI, PISA

PER LA RUBRICA “PAGINE AD ALTA TENSIONE”

Dentro il labirinto della mente: “Shining” come tragedia dell’anima

Ci sono romanzi che raccontano storie e romanzi che sussurrano verità più profonde, scavano sotto la superficie dell’umano, nei suoi anfratti oscuri, dove la luce raramente filtra. “Shining” di Stephen King appartiene a questa seconda, più rara categoria. Non si tratta di un semplice racconto horror, ma di una moderna tragedia dell’anima, una discesa nell’inferno della mente, nella fragilità delle relazioni familiari, nel peso dei traumi irrisolti, nel senso di colpa e nella potenza autodistruttiva del non detto. È una storia che, pur travestita da thriller paranormale, parla la lingua universale dell’inquietudine interiore, e per questo riesce a insinuarsi nel lettore con la forza sottile e spietata della vera letteratura. Al centro del romanzo troviamo Jack Torrance, un uomo spezzato che cerca redenzione in un ambiente, l’Overlook Hotel, che invece di offrirgli salvezza gli restituisce, come uno specchio deformante, ogni sua frattura irrisolta. Già dal nome, l’hotel “Overlook” – ovvero “trascurare” o anche “osservare dall’alto” – si impone come simbolo ambiguo: da una parte luogo dimenticato, sperduto nel gelo delle montagne del Colorado, dall’altra presenza vigile e inquietante, che tutto vede, tutto trattiene, tutto amplifica. Non è un semplice edificio infestato, ma una vera e propria entità, un organismo che si nutre delle debolezze di chi lo abita, le amplifica, le trasforma in mostri. In questo, King si muove sapientemente nella tradizione gotica, ma la rinnova: l’orrore non è più solo esterno, ma si fonde con l’interiorità. L’Overlook diventa una metafora della mente umana, labirintica, piena di porte chiuse, di stanze proibite, di fantasmi che non sono che proiezioni di un passato irrisolto. In questa cornice simbolica, Jack rappresenta l’uomo moderno, schiacciato da aspettative sociali, da fallimenti personali, da un orgoglio che diventa colpa. La sua lotta contro l’alcolismo, la frustrazione per la carriera fallita, la rabbia repressa nei confronti della moglie Wendy e del figlio Danny – troppo sensibile, troppo fragile, troppo specchio – sono tutti tasselli che rendono il suo crollo psicologico non solo plausibile, ma inevitabile. King non lo condanna, non lo assolve: lo mostra nella sua complessità tragica, come un Edipo che non riesce a sfuggire al proprio destino, e che anzi lo alimenta inconsapevolmente. Danny, con la sua “luccicanza” (lo shining del titolo), è il vero perno narrativo e simbolico dell’intero romanzo. La sua capacità extrasensoriale, che gli permette di vedere il passato e il futuro, di percepire le presenze dell’hotel e i pensieri degli adulti, non è solo un espediente narrativo: è l’incarnazione della sensibilità infantile, della lucidità che solo i bambini hanno, quando ancora non sono stati corrotti dai compromessi dell’età adulta. Danny vede ciò che gli altri non vogliono vedere. È lui a percepire per primo la minaccia dell’hotel, è lui a comprendere – con terrore e impotenza – la lenta metamorfosi del padre, il quale, giorno dopo giorno, perde il contatto con la realtà, scivola nella follia. Eppure, anche questa follia non è mai ridotta a macchietta. King la costruisce con precisione chirurgica, attraverso dettagli, pensieri, ossessioni che si ripetono, che si incrostano nella mente di Jack come un’eco perversa. L’hotel, con i suoi spettri, non fa che rafforzare i germi già presenti: l’idea che il figlio sia “contro” di lui, che la moglie lo ostacoli, che egli stesso meriti vendetta per tutte le umiliazioni subite. È questa la vera forza di King: l’orrore nasce da qualcosa di profondamente umano, non da forze esterne e irrazionali. Ecco perché fa così paura: perché ci parla di noi, dei nostri abissi. Lo stile di King, spesso sottovalutato, in questo romanzo si fa essenziale e musicale. Alterna descrizioni evocative a dialoghi carichi di tensione, ma soprattutto dà voce al flusso di coscienza dei personaggi in modo estremamente efficace. I pensieri di Jack, di Wendy, di Danny si rincorrono, si contraddicono, si intrecciano, creando una polifonia psicologica che rende palpabile il disfacimento progressivo dei legami familiari. L’autore dosa con maestria le ripetizioni, i silenzi, le parole non dette: tutto diventa segno, sintomo, indizio. Anche il tempo narrativo segue questa logica: scandito inizialmente da date e capitoli precisi, si sfalda man mano che la realtà vacilla, che l’Overlook prende il sopravvento, che Jack perde il controllo. Il tempo, come la mente, si distorce. Un elemento centrale del romanzo è l’ambiguità. Nulla è mai davvero chiaro, tutto è in bilico. I fantasmi dell’Overlook sono reali o sono proiezioni psichiche? La follia di Jack è indotta o preesistente? Danny è un veggente o un bambino traumatizzato? Anche la violenza, pur descritta con crudezza, non è mai fine a se stessa: è l’esplosione di tensioni accumulate, il risultato tragico di dinamiche familiari tossiche. E Wendy, troppo spesso trascurata nelle letture superficiali del testo, è in realtà figura di resistenza, di amore materno che non si arrende. Non è solo una vittima: è una donna che lotta, che protegge, che riesce, alla fine, a salvare il figlio e a spezzare la catena dell’orrore. In questo senso, Shining è anche un romanzo sulla resilienza. In un mondo che crolla, in una famiglia che si sgretola, resta un legame che resiste, quello tra madre e figlio, fondato non su parole, ma su una comprensione profonda, viscerale. Non è un caso che sia Danny, con la sua innocenza e il suo dolore, a guidare la fuga finale, a trovare la via d’uscita dal labirinto – reale e simbolico – che circonda l’hotel. E proprio il labirinto è uno dei simboli più potenti del libro: rimando mitologico, ma anche metafora della mente umana, delle sue tortuosità. Il finale, pur carico di tensione, non offre una vera catarsi. L’orrore non è sconfitto, solo momentaneamente lasciato indietro. L’Overlook rimane, così come rimane la consapevolezza che il male, spesso, non abita fuori di noi, ma ci accompagna da dentro, silenzioso, pronto a riemergere. In definitiva, “Shining” è un’opera letteraria di rara potenza, che supera i confini del genere per farsi specchio dell’umano. Stephen King, con la sua scrittura limpida e inquietante, ci costringe a guardare dove non vogliamo guardare: nella famiglia, nella mente, nella memoria. È un romanzo che non si dimentica, non solo per le sue scene angoscianti o per i colpi di scena, ma perché ci mette di fronte a noi stessi, ai nostri limiti, alle nostre paure più profonde. Leggerlo non è solo un’esperienza narrativa, ma un atto di immersione interiore. Non esiste miglior definizione di letteratura.

v.

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Valeria di AstrolabioCultura

Docente di lettere, sono autrice di tredici libri di poesia, saggistica e critica letteraria. Come operatrice culturale presiedo l' associazione Astrolabiocultura, il Premio internazionale Astrolabio e la rassegna "Autori allo specchio" presso la SMSBiblio di Pisa e altre sedi storiche pisane quali la Sala Baleari e la Sala Regia di Palazzo Gambacorti. Per richiesta di presentazioni e recensioni su inediti di poesia e narrativa, per invio a editori con cui collaboro, scrivere a premioastrolabio7@gmail.com. Sito web: www.valeriaserofilli.it

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