La provocazione di Zerocalcare come specchio culturale
Amare come atto rivoluzionario: dalla caccia alle streghe alla mascolinità tossica
La frase di Zerocalcare, “Amare le donne è da froci”, volutamente brutale, non va interpretata come insulto, ma come detonatore: un pugno nello stomaco che costringe a riflettere su quanto sia ancora radicato un linguaggio tossico che ridicolizza l’affetto e la vulnerabilità. È lo specchio di una narrazione che da secoli riduce la donna a oggetto, proprietà, preda.
Zerocalcare, pseudonimo di Michele Rech (Arezzo, 1983), è uno dei fumettisti italiani più amati e seguiti. Cresciuto tra la Francia e Roma, nel quartiere di Rebibbia, ha costruito un linguaggio narrativo che mescola autobiografia, cronaca sociale e ironia. Con oltre un milione di copie vendute e una serie animata su Netflix, la sua matita è diventata strumento di riflessione collettiva. La sua provocazione “Amare le donne è da froci” va letta proprio alla luce di questa capacità di trasformare il linguaggio in specchio delle contraddizioni culturali.
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Una lunga eredità di disprezzo, dal Medioevo alla modernità
La caccia alle streghe non fu solo persecuzione religiosa, ma un dispositivo culturale, una sorta di ’’arma di distrazione di massa” per reprimere l’autonomia femminile. La donna indipendente, sapiente o ribelle veniva demonizzata e annientata. Oggi, la modalità di caccia è cambiata, ma la logica resta. La donna è ancora spesso percepita come trofeo, conquista, corpo da possedere. La violenza di genere, le disparità salariali, le molestie e il linguaggio sessista sono la prosecuzione di quella stessa narrazione patriarcale.
Il paradigma della caccia, sebbene arcaico e di retaggio patriarcale, per molti uomini vale ancora: l’uomo caccia, la donna subisce. Questo modello alimenta la violenza e la riduzione della donna a “preda”, negandole soggettività e dignità. Decostruire tale paradigma significa ridefinire le relazioni: non più dominio e sottomissione, ma reciprocità e riconoscimento.
Non va mai dimenticato che le parole costituiscono un potente strumento di potere. Gli aggettivi e le espressioni rivolte alle donne non sono neutri: “isterica”, “femminuccia”, “preda”, “trofeo” sono strumenti di dominio. Il linguaggio quotidiano diventa terreno di perpetuazione della disparità. Educare al rispetto significa anche educare alla parola: imparare a nominare l’altro con dignità, non con disprezzo, riconoscergli pari identità esistenziale e sociale.
Educare all’empatia risulta fondamentale. Il rispetto delle donne inizia dall’infanzia. Ai bambini va insegnato che la forza non è dominio, ma capacità di empatia. Non basta dire “non fare male”: bisogna insegnare a riconoscere la complessità e la dignità dell’altro. Gli adulti hanno il dovere di mostrare che un uomo può piangere, chiedere aiuto, amare e rispettare senza che questo intacchi la sua virilità.
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È necessario appropriarsi di una nuova narrazione
- La disparità di genere non è solo sociale, ma culturale: un’eredità che si tramanda da secoli.
- La vera emancipazione passa attraverso una trasformazione radicale della narrazione: ridefinire la mascolinità e la femminilità non come ruoli contrapposti, ma come espressioni di umanità.
- Amare, rispettare, curare non sono segni di debolezza, ma atti rivoluzionari che scardinano secoli di dominio.
La frase di Zerocalcare diventa così un grido che smaschera la continuità storica di una cultura tossica. La vera rivoluzione è spezzare questa catena millenaria: educare all’empatia, ridefinire la virilità, trasformare le parole in strumenti di rispetto. Solo così i ragazzi potranno crescere liberi, e gli uomini diventare forti non nonostante la loro umanità, ma grazie ad essa.
Va ricordato, sempre, che la violenza di genere è una questione culturale prima che sociale.
La violenza di genere non nasce dal nulla: è il frutto di secoli di narrazione patriarcale che ha ridotto la donna a proprietà, oggetto, preda. Dal Medioevo con la caccia alle streghe, fino ai modelli contemporanei di dominio, la donna è stata sistematicamente privata di autonomia e dignità.Ma la radice è la stessa: il controllo e la svalutazione.
La società intera deve assumersi la responsabilità di ridefinire la mascolinità e la femminilità come espressioni di umanità, non come ruoli contrapposti.
Continuare a parlare di violenza di genere significa non accettare che il femminicidio sia una “notizia” da calendario. È un problema culturale che affonda le radici nella storia e che si perpetua nel linguaggio, nei modelli educativi e nelle relazioni quotidiane. Come donna, cittadina e autrice, la mia voce diventa parte di questa resistenza: ricordare che la vera forza non è nel dominio, ma nel rispetto e nell’empatia.
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Loving as a Revolutionary Act: From Witch Hunts to Toxic Masculinity
Zerocalcare’s phrase, “Loving women is for fags”, deliberately brutal, should not be interpreted as an insult but as a detonator: a punch in the stomach that forces us to reflect on how deeply rooted toxic language still is, language that ridicules affection and vulnerability. It is the mirror of a narrative that for centuries has reduced women to objects, property, prey.
Zerocalcare, pseudonym of Michele Rech (Arezzo, 1983), is one of the most beloved and followed Italian cartoonists. Raised between France and Rome, in the Rebibbia neighborhood, he built a narrative language that blends autobiography, social commentary, and irony. With over a million copies sold and an animated series on Netflix, his pencil has become a tool of collective reflection. His provocation “Loving women is for fags” must be read precisely in light of this ability to transform language into a mirror of cultural contradictions.
A Long Legacy of Contempt, from the Middle Ages to Modernity
The witch hunts were not only religious persecution but a cultural device, a kind of “weapon of mass distraction” to repress female autonomy. The independent, wise, or rebellious woman was demonized and annihilated. Today, the hunting methods have changed, but the logic remains. Women are still often perceived as trophies, conquests, bodies to be possessed. Gender violence, wage disparities, harassment, and sexist language are the continuation of that same patriarchal narrative.
The hunting paradigm, though archaic and patriarchal in origin, still holds for many men: man hunts, woman suffers. This model fuels violence and reduces women to “prey,” denying them subjectivity and dignity. Deconstructing such a paradigm means redefining relationships: no longer domination and submission, but reciprocity and recognition.
We must never forget that words are a powerful instrument of power. The adjectives and expressions directed at women are not neutral: “hysterical,” “sissy,” “prey,” “trophy” are tools of domination. Everyday language becomes the terrain where inequality is perpetuated. Educating for respect also means educating for language: learning to name the other with dignity, not with contempt, recognizing equal existential and social identity.
Educating for empathy is fundamental. Respect for women begins in childhood. Children must be taught that strength is not domination but the capacity for empathy. It is not enough to say “don’t hurt”: one must teach how to recognize the complexity and dignity of the other. Adults have the duty to show that a man can cry, ask for help, love, and respect without this undermining his masculinity.
A New Narrative is Necessary
Gender disparity is not only social but cultural: a legacy handed down for centuries. True emancipation requires a radical transformation of the narrative: redefining masculinity and femininity not as opposing roles but as expressions of humanity. Loving, respecting, caring are not signs of weakness but revolutionary acts that dismantle centuries of domination.
Zerocalcare’s phrase thus becomes a cry that unmasks the historical continuity of a toxic culture. The true revolution is to break this millennial chain: to educate for empathy, redefine virility, transform words into instruments of respect. Only in this way can boys grow up free, and men become strong not despite their humanity, but thanks to it.
It must always be remembered that gender violence is a cultural issue before it is a social one. Gender violence does not arise from nothing: it is the fruit of centuries of patriarchal narrative that has reduced women to property, objects, prey. From the Middle Ages with witch hunts to contemporary models of domination, women have been systematically deprived of autonomy and dignity. But the root is the same: control and devaluation.
Society as a whole must take responsibility for redefining masculinity and femininity as expressions of humanity, not as opposing roles.
Continuing to speak about gender violence means refusing to accept that femicide is just a “calendar news item.” It is a cultural problem rooted in history and perpetuated in language, in educational models, and in everyday relationships. As a woman, citizen, and author, my voice becomes part of this resistance: to remind that true strength lies not in domination but in respect and empathy.
Ada Rizzo, December 2, 2025, Jesolo
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