Perché “Tigri e colonie” parla al presente pur essendo un romanzo storico?

Perché “Tigri e colonie” parla al presente pur essendo un romanzo storico?

Nel vasto panorama del romanzo storico contemporaneo, Tigri e colonie si distingue per la sua capacità di raccontare una storia rimossa dell’Italia coloniale con una voce nuova, originale, quasi necessaria. Per comprenderne la forza narrativa, il confronto più interessante non è con un’opera italiana, ma con un grande romanzo internazionale: Il bambino con il pigiama a righe di John Boyne.

A prima vista, i due libri sembrano lontanissimi. Boyne racconta l’orrore dei lager attraverso lo sguardo innocente di un bambino tedesco, mentre Tigri e colonie riporta alla luce la deportazione dei tredicimila bambini italo‑libici nel 1940, intrecciando la loro tragedia con la presenza sorprendente delle tigri indiane in Italia durante la guerra. Eppure, entrambi condividono un punto essenziale: la scelta di far emergere la Storia attraverso gli occhi dei più vulnerabili.

Nel romanzo di Boyne, l’innocenza del protagonista diventa lente di ingrandimento dell’orrore. In Tigri e colonie, invece, l’autore compie un passo ulteriore: non solo racconta l’innocenza violata, ma la colloca dentro un capitolo quasi cancellato della memoria italiana. Là dove Boyne costruisce una parabola universale, Tigri e colonie restituisce un passato concreto, documentato, che riguarda direttamente la nostra identità nazionale.

E poi c’è la scelta narrativa che rende Tigri e colonie unico: l’accostamento tra la tragedia dei bambini deportati e la presenza delle tigri indiane sul territorio italiano. Un simbolo potente, quasi mitico, che rappresenta la forza, la sopravvivenza, la capacità di resistere anche quando tutto sembra perduto. È un elemento che nessun altro romanzo storico contemporaneo osa utilizzare con tanta naturalezza e profondità.

Se Il bambino con il pigiama a righe ci invita a riflettere sull’orrore attraverso la semplicità, Tigri e colonie ci chiede qualcosa di più: di guardare dentro una ferita italiana, di riconoscerla, di darle finalmente un nome. È un romanzo che non si limita a commuovere, ma che costruisce memoria.

Ed è proprio per questo che merita di essere letto oggi. Perché ci ricorda che la storia non è mai lontana, e che a volte basta un libro – uno solo, diverso da tutti gli altri – per riportare alla luce ciò che non dovrebbe essere dimenticato.

Francesco Bianchi

Copertina del libro 'Tigri e colonie' di Francesco Bianchi, con un'armonica dorata su sfondo beige e un design minimalista.

Francesco Bianchi

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