INTERVISTA ALLO SCRITTORE SERGIO CASAGRANDE, articolo di Concetta La Placa. Roma
Nel panorama della letteratura contemporanea italiana, le voci che restano non sono quelle che cercano consenso, ma quelle che accettano di esporsi. Lo scrittore Sergio Casagrande appartiene a questa seconda categoria: un autore che ha scelto la scrittura come spazio di verità, confronto e trasformazione personale. La sua esperienza letteraria nasce da un percorso non lineare, fatto di maturazione interiore, ascolto di sé e coraggio narrativo, in cui la parola diventa strumento per attraversare fragilità, domande e zone d’ombra dell’esistenza.
L’intervista, firmata da Concetta La Placa, restituisce il ritratto di un autore che non costruisce personaggi per nascondersi, ma per avvicinarsi. Casagrande racconta il suo rapporto con la scrittura come un dialogo costante tra vita e pagina, dove la timidezza non è limite ma sensibilità, e l’esperienza personale diventa materia viva. Ne emerge una riflessione lucida e sincera sul senso dello scrivere oggi: non come esercizio di stile, ma come atto umano, necessario, capace di creare connessioni profonde tra chi scrive e chi legge.
Pier Carlo Lava
Fotocortesia del Dott. Sergio Casagrande, scrittore.
Roma, 31 Gennaio 2026.
Carissimi lettori, in questo articolo, oggi, vi presento – attraverso una intervista che ho effettuato in questi giorni -, uno scrittore italiano molto bravo: Sergio Casagrande, di Conegliano.
Pertanto, cari amici lettori, non ci resta che addentrarci nella lettura di questa intervista, per esplorare il ricco arazzo del suo viaggio letterario, un viaggio che ha intrecciato i fili delle emozioni nei venti della letteratura.
Ecco di seguito l’intervista, per mezzo della quale, cercheremo di approfondire l’essenza della sua odissea creativa.
INTERVISTA
D. 1. Carissimo amico, Sergio Casagrande, per cominciare, come ti presenti ai nostri lettori?
R. 1. Per prima cosa ti ringrazio per la richiesta di intervista, Cettina: più ti seguo attraverso le tue pagine, più riconosco la bellezza di una persona. Hai tutta la mia stima, cara e ardimentosa amica dell’etere.
Come mi presento? Come ci presentiamo vorrai dire, perché da molto tempo siamo in due a rispondere e a interloquire: io e il mio angelo custode. Lo devo sicuramente ringraziare perché anche nei momenti più bui, non mi ha mai fatto sentire solo e nemmeno abbandonato al pessimismo. Non ho capito bene se appartiene alla categoria dei burloni o invece a quella limitatissima, delle pecore nere. Mi ha permesso di scrivere, nonostante io sia una persona semplice, testi trasgressivi e non propriamente politicamente corretti. Al di là di questa premessa, mi presento, come ho sempre fatto, con umiltà e con una punta di timidezza e di trepidazione, consapevole che non tutte le risposte potranno essere accettate con benevolenza dai potenziali lettori.
D. 2. Siamo curiosi di conoscere da cosa è scaturita la tua passione per la scrittura e a che età.
R. 2. Due sono state le ragioni. La prima, una scintilla scaturita a quarant’anni, fuori tempo massimo: un amore nei confronti di una ragazza, da me volutamente e faticosamente rifiutato per quel concetto di fedeltà che appartiene soprattutto ai poveri e agli onesti che non desiderano ferire il proprio compagno o compagna della vita, forse a un tabù o semplicemente a una paura di conseguenze negative che potrebbero travolgere l’esistenza. Un piccolo accenno è presente anche nel romanzo “Il più bel fiore”. La seconda ragione, l’irritazione verso i benpensanti, i farisei, gli antichi sepolcri imbiancati di cui è pieno il mondo, che mostrano la loro faccia migliore ma che celano scheletri o vari ossicini nei loro armadi. Tutte pecche trasformate in perle, sia nel campo sociale, politico e religioso. Uno scudo che però talvolta non riesce all’occhio attento a sortire l’effetto desiderato.
D. 3. Cosa rappresenta la scrittura per te?
R. 3. Una liberazione, un modo per differenziarmi, per volere a tutti i costi sentirmi diverso nel grande gioco della vita; certo, una goccia nel mare, ma che mi fa sentire un piccolissimo don Chisciotte o un minuscolo Diogene. Ho sempre pensato che leggere sia il mezzo migliore per aprire le menti a quel meraviglioso mondo delle idee, della Storia dell’uomo, dell’immaginazione e dei sogni. Quando da adulto ho letto alcuni testi dei grandi filosofi, scrittori di fama o scienziati di alto livello, ho immaginato di parlare personalmente con loro. Ero già preparato poiché sin da bambino ero cresciuto tra i perché, poi più grandicello mi sono immerso nelle fiabe dei fratelli Grimm e Anderson, più avanti negli anni nei fumetti dove l’eroe aveva avuto sempre ragione sui malvagi. Ho parteggiato per gli indiani delle praterie, per il troiano Ettore contro il più valoroso di tutti gli achei, Achille. Sono stato sempre dalla parte dei vinti, dei deboli, degli esseri senza speranza. Mi ha guidato una avversione contro i prepotenti, i disonesti. I miei scritti sono il più delle volte ironici per rendere i testi leggeri e alla portata di tutti. I miei racconti quindi sono partiti da qui, dalla Storia, dalla leggenda, dall’immaginazione. Il Pensiero libero, non soggetto a interessi o a scopi ma solo diretto al desiderio di un mondo futuro più giusto. Le mie letture da adulto mi hanno insegnato a scegliere, a disobbedire quando lo ritenevo necessario, non ho mai voluto essere una fotocopia. Sono convinto che il pensiero sia energia, e che, se positiva, vada a misurarsi con le forze negative prima della Terra e poi del Cielo.
D. 4. Sei un autodidatta? Se sì, facci sapere se creare da autodidatta ti ha dato soddisfazione e se sì, in che modo?
R. 4. Sì, lo sono. Dapprima, quando ho pubblicato il mio primo romanzo, avevo qualche timore, temevo una stroncatura o comunque un giudizio sfavorevole, poi invece le cose sono andate bene, ho ricevuto molti commenti positivi, tanto che ho proceduto a una ristampa. La stessa situazione si è verificata con il mio secondo romanzo, scomparso dalla Rete e dalle librerie, perché nel frattempo la casa editrice era fallita. Poi, prima del mio terzo lavoro, ho avvertito l’esigenza di una lunga pausa, e ho ripreso a leggere, libri importanti e sconosciuti, riconoscendo che anche tra scrittori minori, come le stelle lontane che ai nostri occhi appaiono piccole, in realtà ci possono essere astri grandi e luminosi. Con il terzo romanzo “La casa dei ciclamini” ho potuto esprimere attraverso una trama che si dipana nel tempo, il mio pensiero, le mie osservazioni, alla ricerca della Carità, la più grande delle virtù. Le soddisfazioni quindi non mi sono mancate, pur rimanendo, a causa del mio carattere schivo davanti a una platea, sempre tra le quinte, senza eccedere, senza protagonismo.
D. 5. Se non lo sei, facci sapere se credi che si possa scrivere bene anche senza aver seguito un corso di scrittura.
R. 5. Dipende da cosa s’intende per scrivere bene. Ogni insegnante di Lettere quasi sempre scrive bene. Il vero scrittore però, dopo avere analizzato ogni questione, deve trovare sempre il coraggio di sfidare all’occorrenza ogni tipo di credenza dannosa e dissentire dal Potere costituito che cerca di imbrigliare le necessità del popolo. Il suo primo dovere è favorire ogni forma di libertà, combattere i privilegi e i pregiudizi. Lo scrittore promuove il pensiero critico ricorrendo a ogni mezzo per giungere al suo intento: dall’immaginazione e all’ironia per farsi intendere senza calcare la mano. Non deve pensare solo al successo o ai guadagni, ad ammorbidire il testo per indurre i lettori a “sentire” ciò che è più è di loro gradimento. In definitiva, fatta salva una certa predisposizione alla scrittura, la cosa più importate per uno scrittore è avere qualcosa da dire che riguardi il benessere e la giustizia. Qualsiasi cosa che serva a un vero miglioramento della società.
D. 6. Quanto influisce questa tua passione nel quotidiano?
R. 6. Potrei dire molto (in particolare sulla Rete), ma mi limiterò a dire abbastanza. Nessun profeta nasce in Patria e, fatte salve amicizie e docenti di un certo spessore, scattano inevitabilmente, specie tra dislessici o poco appassionati alla lettura, invidie, freddezza e disinteresse.
D. 7. In che misura riporti nei tuoi racconti i problemi del sociale?
R. 7. Risulta abbastanza evidente che stiamo attraversando un periodo di trasformazione. Siamo nati e vissuti in società standardizzate, dove tutto era stato confezionato e regolato, moda, costumi e religione. Il mio angelo custode, che tutto si può dire, ma certamente non è un baciapile e va dritto al sodo, mi ha confidato che da quando è stata aperta la gabbia, tutto sta andando a rotoli. Perché ogni medaglia ha il suo rovescio e la libertà va bene ma deve essere consapevole. Non si è liberi di mancare di rispetto, di usare violenza, di fare qualunque cosa venga in mente. Certo, tutto deve essere libero, stampa, propaganda, scuola e la possibilità di ascoltare e leggere quello che vogliamo. Il rischio, caso contrario, sono la violenza e il fanatismo, sempre in agguato. Perché non è affatto vero che siamo tutti dei savi, la sanità mentale è un termine relativo, in realtà siamo in buona parte dei matti e basta una scintilla in questa società dove contraddizioni e iniqua distribuzione delle ricchezze è un fatto lampante per far saltare il banco. In questi anni i cervelli tacciono e parlano le armi, c’è un malessere diffuso fatto di indifferenza, muoiono bambini sotto le bombe e di fame, si muovono fantasmi reazionari, si trovano immaginari capri espiatori. Se poi qualcuno cerca conforto nella religione trova le chiese vuote, aperti i contenitori dove vivevano madonne sempre giovani anche sotto la Croce, i San Giuseppe con la barba bianca, tutti i santi che avevano sostituito gli antichi dèi, abolito il Limbo, scomparso il purgatorio e l’inferno, resiste a malapena il paradiso con il suo ritorno al Padre che accontenta tutti. Dove ci porteranno gli studi sulla rivoluzione quantistica? Daranno risposte alle nostre inquietudini o le peggiorerà? E un giorno, seppur lontano, potremmo mettere a confronto un centinaio di avidi vecchioni miliardari con milioni di giovani carne da cannone inconsapevoli, ignoranti e creduloni, considerati spazzatura? Chi ha inventato l’anima? I greci antichi, i faraoni o bisogna retrocedere ancora più in là? Meglio rimanere nell’ignoranza gratuita o andare incontro alla Cultura faticosa? In un mondo di maschere i pochi che non la indossano sono visti diversi o quantomeno strambi. Ci hanno abituato all’uso dei cellulari e dalla tecnologia che hanno favorito il progresso ma allontanato il dialogo e il confronto diretto. Quante cose quindi posso raccontare, quanto materiale è a mia disposizione per quanto concerne il problema sociale. Con esempi, contraddizioni, ironie e fantascienza rapportati tutti a ciò che vedo e sento. Mi diletto anche, amando la storia dell’uomo, andare avanti e indietro nel tempo. Egoismo e crudeltà, seppure sotto altre forme, sono rimasti gli stessi. Non rimane che intingere la penna in questa grande pozza!
D. 8. Oppure preferisci scrivere delle tue esperienze personali?
R. 8. Poco o niente. Magari qualche accenno qua e là ma marginalmente e inserito in qualche aneddoto di alcuni personaggi ma senza peraltro che ciò si avverta più di tanto.
D. 9. Pensi che uno scrittore possa prescindere dal suo contesto di vita?
R. 9. A mio avviso è molto difficile. Uno scrittore che ha subito dei traumi, delle sofferenze o in ogni caso un certo disagio infantile, riesce più facilmente ad entrare nei personaggi del romanzo viscerandoli profondamente. Sono condizioni che creano e alimentano quasi sempre una sensibilità e uno spirito di osservazione. Difficilmente chi ha avuto una infanzia serena, coccolato dai genitori, può cimentarsi a scrivere una storia dove entrano in ballo i sentimenti. Certo, molto importanti sono i geni ereditati, le esperienze anche in età adulta e, come detto all’inizio, una certa predisposizione alla scrittura.
D. 10. Seconda la tua libera opinione gli scrittori possono avere un grande impatto nella promozione della pace e dell’amore tra le diverse nazioni?
R. 10. Onestamente non lo credo. Specialmente ai nostri tempi dove la scrittura è diventata per molti, assieme ad altre, un’arte povera. Leggere è diventata una fatica, il più delle volte bisogna aguzzare il cervello, una abilità cognitiva che è venuta meno; pensare, analizzare e quindi capire. Le preferenze poi per altri tipi di svaghi, soprattutto per i giovani, riducono l’attenzione causata dagli smartphone. Un tempo, alcuni grandi scrittori riuscivano a coinvolgere intere generazioni nella lettura. In questi tempi invece abbiamo più scrittori che lettori, molti pubblicano libri con il solo intento del guadagno e dopo essere diventati famosi in altri campi. Le case editrici s’incaricano di ritoccare e rivedere i testi secondo i gusti dei potenziali lettori. E anche gli scrittori che s’incaricano, come quei quattro amici al bar, di voler cambiare il mondo, finiscono nel calderone dell’indifferenza delle masse.
D. 11. Quanti racconti e romanzi hai scritto fino a oggi?
R. 11. Ho pubblicato tre romanzi, due dei quali ristampati, tra i quali, “Il più bel fiore”, vincitore del primo premio della narrativa anni novanta. Il romanzo il più bel fiore si può acquistare solo in Amazon, nelle tre versioni: copertina flessibile, rigida ed elettronica. Un quarto è da tempo in standby, prima o dopo mi deciderò di pubblicarlo. Ho in cantiere un nuovo romanzo, che avevo iniziato a scrivere ai tempi del Covid, spero di terminarlo entro l’anno o ai primi mesi del 2027. Di racconti lunghi e brevi ne ho scritti e fatti recitare parecchi su svariati argomenti, alcuni dei quali si trovano in Rete.
D. 12. Quali di questi rappresenta parte di te e della tua vita?
R. 12. In modo quasi integrale il romanzo che sto scrivendo. Gli altri a tratti, pensiero dopo pensiero. Sono un cercatore, il “Dubbio” è stato sempre al mio fianco, supportato dal mio angelo custode che, in quanto tale, è un essere sincero e buono. Il “Dubbio” mi ha fatto diventare tollerante, non mi ha fatto mai sentire appartenente a un gruppo, a uno dei tanti greggi, mi ha vaccinato contro ogni fanatismo, mi ha esonerato da credere cecamente a ogni confessione religiosa; la sua mancanza non mi avrebbe consentito di crescere nella sana curiosità. Mi ha insegnato a scrollarmi di dosso antichi errori, superstizioni e luoghi comuni. Ho avuto sin da bambino una idea tutta mia del mondo in cui viviamo, di quello che chiamiamo Dio, dei Santi, del tempo che è sempre stato e dell’universo infinito. Sono stato sempre un agnostico dubitante, ritengo che siamo tutti dei piccoli mondi dentro altri sempre più grandi. Forse il Dio infinitesimo è in noi, forse termineremo e ricominceremo una nuova vita tra le stelle dalle quali proveniamo in un tempo non tempo che è presente passato e futuro insieme. Ecco perché quando facciamo del male a un altro essere vivente è come facessimo del male a noi stessi. Perché apparteniamo alla stessa struttura. Chissà, forse un giorno riusciremo a capire questi concetti che al momento appaiono astrusi. Abbiamo avuto nel corso dei millenni una moltitudine di Dèi, alcuni fabbricati o sognati, altri inventati con scopi benevoli o calcolatori. Avi, Grandi Spiriti, animali dalle forme più strane, alberi, astri: l’uomo non ha risparmiato nessuno da collocare sugli altari. E adesso ci guardiamo, l’involucro in cui siamo stati messi non ci soddisfa più, abbiamo perso il punto di riferimento, ma la sofferenza per la perdita di chi ci ha voluto bene si fa sempre più grande: li rivedremo un giorno? Non è forse felicità questa?
D. 13. Pensi che la scrittura femminile sia diversa da quella maschile? Se sì, perché?
R. 13. Il perché del sì è abbastanza semplice: fatti salvi gli ultimi anni dove le situazioni a volte si sono invertite, la natura e conseguentemente la visione del mondo della donna è diversa da quella di un uomo. Mi riferisco all’amore, la forza trainante della vita. L’amore per la. donna significa molto di più che per un uomo: è tutto. La questione dei sensi è meno di quanto l’uomo immagini. Una donna può innamorarsi di un uomo brutto, anche di un vecchio che sappia svegliarne l’immaginazione. E nemmeno nell’uomo non c’è nessun limite di età per innamorarsi. Richelieu era irresistibile all’età di ottant’anni quando si reggeva appena in piedi, e Goethe ne aveva più di settanta quando perdette la testa per la giovanissima Ulrica. L’innamoramento di norma è di corta durata, come un fiore, e questo la donna lo sa. E se con il tempo muore di morte naturale, nella donna si trasforma in pura tenerezza materna per l’eroe caduto dei sui sogni. Le donne sono forse più intelligenti dell’uomo, ma la loro è di qualità differente, più plastica, più preziosa e quindi più soggetta alla disillusione. Queste condizioni vengono percepite da un attento lettore.
D. 14. Pensi che la scrittura letteraria (prosa racconto, romanzo) sia qualcosa oltre lo scrittore stesso?
R. 14. Credo proprio di sì. Ogni tipo di realizzazione artistica in genere (sia essa pittorica, scultorea, musicale, teatrale o altro) ad un certo punto si stacca dall’autore che l’ha creata e vive, attraverso la sensazione del lettore, vita propria. Quindi va oltre il creatore, posizionandosi ad una altezza direttamente proporzionale alla grandezza dell’inventore.
Breve biografia
Sergio Casagrande nasce a Conegliano da una famiglia povera ma dignitosa; per motivi economici non va oltre la maturità scolastica, dove peraltro eccelle nella scrittura. Trova dapprima un lavoro di concetto a Conegliano e successivamente entra in un’azienda statale che lo porta a viaggiare in mezza penisola. Pubblica articoli e piccoli saggi su giornali locali, entra nl Circolo Bertrand Russell dove conosce Margherita Hack, Norberto Bobbio, Piero Angela e Roberto Vacca. Amante della montagna e animalista convinto, in lui si aggiunge la passione di scrivere e pubblica il romanzo “Sandrus, un satanico angelo custode”, un libro ironico e in parte dissacrante, un testo che secondo il premio Viareggio Olivo Bin, è sì una fiaba con le sue comparsate farsesche del romanzo picaresco, ma presenta anche un’ansia di risanamento morale, la speranza sempre viva in una palingenesi che dissolve gli incubi di un presente angosciato. Sulla scia di questo romanzo pubblica “Il più bel fiore”, una sorta di continuità con il primo, con il quale vince il primo premio della narrativa anni novanta del trevigiano. Non è un testo, al di là delle apparenze, di provincia, ma riveste, secondo il poeta Andrea Cason, un progetto di vita luminosa e sensibile, al quale si oppongono le ombre ora grottesche, ora ferocemente sessuali e teatralmente blasfeme. Poi ci sarà una lunga pausa, dove Casagrande raccoglie le idee che lo porteranno alla “Casa dei ciclamini” un romanzo in parte storico, dove l’ironia e la pietà sfoceranno nella più grande delle virtù: la pietà umana. Secondo il giornalista Alessandro Valenti, Casagrande distrugge continuamente prototipi per poter ripartire da valori diversi da quelli che segnano oggi certa parte dell’umanità.
Articolo e intervista di ©Concetta La Placa.
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