I luoghi della Seconda guerra mondiale: Torino e le Officine Grandi Motori, a cura di Francesco Bianchi

I luoghi della Seconda guerra mondiale: Torino e le Officine Grandi Motori, a cura di Francesco Bianchi

Torino, anni 1940–1945.

La città è un organismo vivo che respira fumo, ferro e fatica. Le sue fabbriche sono il cuore pulsante dell’industria italiana, e tra queste, nel quartiere operaio della Barriera di Milano, le Officine Grandi Motori rappresentano uno dei centri nevralgici della produzione meccanica nazionale. Qui, dove un tempo sorgeva l’Officina Meccanica Michele Ansaldi, poi divenuta Fiat‑Ansaldi nel 1905, si costruiscono motori, macchine utensili, componenti essenziali per l’automotive e, con l’avvicinarsi della guerra, per l’apparato bellico del regime . È un luogo dove lavorano centinaia di operai altamente specializzati, uomini e donne che conoscono il suono del metallo meglio di quello delle proprie voci.

Quando l’Italia entra in guerra nel giugno 1940, Torino diventa immediatamente un bersaglio. Le sirene suonano per la prima volta nella notte tra il 12 e il 13 giugno, e da quel momento la città non conoscerà più tregua. Per la sua importanza industriale, sede della FIAT e di numerosi stabilimenti strategici, Torino subisce oltre cento bombardamenti alleati, diventando una delle città più colpite del Nord Italia . Le Officine Grandi Motori, insieme al Lingotto, alla Lancia, alla RIV, alla Snia Viscosa, sono tra gli obiettivi principali: distruggere la capacità produttiva significa indebolire la macchina bellica fascista.

Gli attacchi si intensificano soprattutto a partire dall’autunno del 1942. Le incursioni non sono più sporadiche: diventano sistematiche, chirurgiche, devastanti. Le fonti raccontano di macchinari sventrati, capannoni crollati, linee di montaggio interrotte, operai che lavorano tra le macerie per mantenere viva la produzione. Un rapporto dell’Archivio Storico della Città di Torino descrive gli effetti dell’incursione del 29 marzo 1944: “ingenti danni agli apparati e ai macchinari degli stabilimenti”, un colpo durissimo per l’intero sistema industriale cittadino .

Le testimonianze degli operai sopravvissuti parlano di giornate scandite dal suono delle sirene, di corse verso i rifugi, di turni di lavoro che riprendevano tra il fumo e la polvere. Un ex lavoratore ricordò: “Non sapevamo mai se saremmo usciti vivi dalla fabbrica. Ma sapevamo che senza di noi la città si sarebbe fermata”. È una frase che restituisce la tensione di quegli anni: la fabbrica come luogo di lavoro, ma anche come trincea, come bersaglio, come simbolo.

Le Officine Grandi Motori non sono solo un obiettivo militare: sono un nodo della vita sociale torinese. Attorno a esse si muovono famiglie e interi quartieri. Con l’intensificarsi dei bombardamenti, molti operai dormono nei rifugi antiaerei, altri portano con sé i figli durante i turni notturni, sperando che le mura della fabbrica siano più sicure delle case. Ma la guerra non risparmia nulla: interi isolati vengono colpiti, la Barriera di Milano cambia volto, e la città impara a convivere con la distruzione.

professional welder at work in industrial setting
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Quando la guerra finisce, nel 1945, le Officine Grandi Motori sono un gigante ferito. I capannoni sono danneggiati, i macchinari distrutti, la produzione compromessa. Ma la fabbrica non muore: come Torino, si rialza. Negli anni del dopoguerra, l’area industriale viene ricostruita, trasformata, reinventata. Oggi, gli spazi delle Officine sono parte di un grande progetto di riqualificazione urbana, un esempio di come la memoria industriale possa diventare patrimonio culturale e architettonico della città contemporanea .

Raccontare le Officine Grandi Motori significa raccontare la storia di una città che ha pagato un prezzo altissimo per la guerra, ma che non ha mai smesso di produrre, resistere, reinventarsi. Significa ricordare che la Seconda guerra mondiale non si è combattuta solo sui fronti, ma anche nelle fabbriche, nei quartieri operai, nei luoghi dove il lavoro diventava ogni giorno un atto di coraggio. Torino porta ancora le cicatrici di quei bombardamenti, ma porta anche la memoria di chi, tra quelle mura, ha tenuto in vita il cuore industriale del Paese.

Francesco Bianchi

www.francescobianchiautore.com

Francesco Bianchi

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