“L’inventario delle nuvole” di Franco Faggiani, quando la montagna diventa memoria, lavoro e destino
C’è un momento, leggendo questo romanzo, in cui ti sembra di sentire il respiro dell’altitudine: non come cartolina, ma come misura del vivere. “L’inventario delle nuvole” è una storia che cammina piano e arriva lontano, perché usa la montagna non come sfondo, ma come linguaggio morale, fatto di silenzi, fatica, piccoli riti e scelte che pesano.
Pier Carlo Lava
Il romanzo ci porta in Val Maira, nel Cuneese, nel 1915, dentro una comunità che conosce la durezza della terra e il valore dei legami. Qui vive Giacomo Cordero, con il nonno Girolamo, la madre Lunetta e la riservata Desideria, in un equilibrio fragile ma tenace, dove la famiglia è un approdo e anche una consegna. Faggiani costruisce subito un mondo credibile, fatto di case spartane, strade scoscese, stagioni che comandano, e una dignità quotidiana che non chiede permesso.
Il cuore narrativo ruota attorno a una tradizione sorprendente e quasi dimenticata: la raccolta dei “pels”, i capelli, che vengono lavorati d’inverno dalle donne e poi venduti in primavera oltre confine, verso atelier e città dove diventeranno parrucche. È un’economia povera, ingegnosa, necessaria, e proprio per questo capace di raccontare un’intera civiltà: quando manca tutto, il lavoro diventa invenzione. Faggiani prende questo filo concreto e lo trasforma in simbolo: si baratta ciò che cresce sul corpo per salvare ciò che deve crescere nella vita.
Giacomo è un protagonista “di formazione” nel senso più vero, perché la sua crescita non è psicologia astratta, ma responsabilità imposta e desiderio di capire. Ha studiato, ma gli viene chiesto altro: reggere il peso della famiglia e di un compito delicato, con i margini stretti di chi vive lontano dai centri e dalla Storia “ufficiale”, mentre la guerra cambia tutto. In questo scarto tra ciò che Giacomo immagina e ciò che il mondo pretende, nasce una tensione narrativa pulita, intensa, mai urlata.
Uno degli aspetti più riusciti è lo stile, che sceglie la misura della chiarezza e però non rinuncia alla poesia: la natura non viene “descritta”, viene abitata. Faggiani sa farci vedere la montagna come spazio etico, dove ogni gesto ha conseguenze e ogni spreco è colpa. In questo ricorda certa narrativa italiana del paesaggio che va da Mario Rigoni Stern (la dignità della vita sobria) a Mauro Corona (la ruvidità che sa farsi canto), ma senza imitarli: qui domina una voce più pacata, più “inventariale”, appunto, capace di contare le cose per salvarle dall’oblio.
Il romanzo è anche un libro sui legami, perché mostra come una comunità montana sappia creare alleanze solide e durature, e come la sopravvivenza non sia mai soltanto individuale. La valle è un organismo collettivo, fatto di sguardi, consuetudini, reputazioni, aiuti e giudizi. Eppure, dentro questo “noi”, Faggiani lascia spazio alle crepe: il non detto, la vergogna, i segreti di famiglia, quelle zone d’ombra che spesso sono la vera eredità che passa tra generazioni.
Molto bello il modo in cui la storia intreccia emozione e concretezza: il commercio, le trattative, i viaggi, la fatica materiale convivono con la commozione trattenuta, con quella malinconia che non diventa mai autocommiserazione. Non sorprende che il libro sia stato riconosciuto e premiato in contesti legati anche alla cultura della montagna e della terra: ha la forza quieta delle storie “necessarie”, quelle che, finita l’ultima pagina, ti rendono più attento a ciò che conta.
“L’inventario delle nuvole” funziona perché mette insieme due movimenti opposti: da un lato l’asprezza, dall’altro la cura. La cura per i gesti, per le parole, per le persone che non fanno rumore. E le nuvole, nel titolo, diventano la metafora più onesta: cose che passano, cambiano forma, eppure segnano il cielo di una valle, come fanno le vite quando qualcuno decide di ricordarle davvero.
Se c’è un messaggio che resta, è questo: la povertà non è mai “romantica”, ma può essere dignitosa, e la dignità nasce da tre cose semplici, ostinate: lavoro, legami, memoria. Faggiani ci ricorda che esiste una ricchezza che non coincide col denaro, ma con la capacità di non tradire la propria misura, anche quando il tempo spinge a cedere.
Intervista immaginaria all’autore. Gli chiedo perché proprio la Val Maira e perché proprio quel mestiere dei capelli. Mi risponde che le storie migliori nascono dove la Storia non guarda, e che certi lavori “minori” sono in realtà archivi viventi: se li perdi, perdi la grammatica di un mondo. Gli domando poi se le nuvole sono speranza o nostalgia. Sorride e dice che sono entrambe, perché la speranza è un modo di camminare nel presente, mentre la nostalgia è un modo di non lasciare indietro nulla. Infine gli chiedo cosa dovrebbe portarsi a casa il lettore. E lui, senza retorica, risponde: il rispetto, per la montagna, per chi resta, per chi parte, per chi si adatta senza smettere di essere umano.
Franco Faggiani, nota biografica. Nato a Roma e da molti anni con base a Milano, Faggiani è giornalista, scrittore e fotografo. Ha lavorato come reporter e ha firmato reportage da diverse aree del mondo, occupandosi di temi come economia, ambiente, sport, viaggi, natura. Collabora con realtà legate anche alla cultura dell’esplorazione e della montagna, e nei suoi romanzi torna spesso l’idea che camminare non sia un hobby, ma un modo di pensare.
Geo. Dalla Val Maira delle pagine di Faggiani alle colline del Piemonte che circondano Alessandria, questo romanzo parla una lingua che qui conosciamo bene: la fatica come identità, la comunità come risorsa, la natura come maestra severa. Faggiani, romano di nascita e milanese d’adozione, racconta un Nord interno e appartato che, per sensibilità e paesaggio umano, dialoga con il nostro Monferrato e con le sue frazioni, dove ancora oggi memoria e lavoro si tengono per mano. Alessandria today continua a cercare e valorizzare libri capaci di accendere questo dialogo tra territorio e immaginario, perché la cultura non è ornamento, è orientamento.