Il giardino della pace di Oana Lupascu: la morte come scena urbana, il dolore come voce collettiva
A volte la poesia non consola: scava, interroga, smaschera. E proprio così restituisce dignità al silenzio dei morti.
Pier Carlo Lava
In Il giardino della pace, Oana Lupascu trasforma un frammento di realtà urbana in una scena di lutto simbolico, dove il dolore non è mai puro, ma filtrato da rituali, ipocrisie e figure che sembrano muoversi come comparse in un teatro funebre. Il testo, breve e teso, mette in atto una drammaturgia poetica che non racconta una storia nel senso tradizionale, ma costruisce un paesaggio emotivo in cui la morte diventa domanda, gesto, sospensione.
Testo della poesia (integrale)
IL GIARDINO DELLA PACE
Sembrava starsene in disparte
In quel bar affollato dove non c’era da rigirarsi
Davanti alla vecchia Chiesa Nuova
Un pensiero come un chiodo fisso in fronte
Le increspava la mente
Un funebre lamento di una veglia
Sul ponte freddo lungo il parapetto
Le parve di sentire lungo la via
Pianti di donne isteriche dai fazzoletti asciutti
Con uno santino sotto la camicia
Voci patetiche e dolore prezzolato
Di prefiche pagate coi soldi del defunto
Gabbiani svolazzavano intorno
Trascinati come detriti
Attorno alla città nascosta dalla nebbia
La domanda fu breve e chiara:
Chiese soltanto chi era il morto
Oana Oana Lupascu
10 gennaio 2026
La poesia si apre in uno spazio concreto e riconoscibile: un bar affollato, una chiesa, un ponte. È un’ambientazione quotidiana, quasi banale, ma subito incrinata da una tensione mentale: “un pensiero come un chiodo fisso in fronte”. Qui Lupascu compie la prima operazione decisiva: interiorizzare il paesaggio, far sì che la città diventi un’estensione del turbamento interiore. Il bar, la chiesa, il ponte non sono solo luoghi, ma soglie simboliche tra vita sociale, sacro e passaggio.
Il secondo movimento del testo introduce la dimensione rituale della morte: veglie, pianti, santini. Ma l’autrice evita ogni indulgenza lirica: il dolore non è mai idealizzato. Anzi, viene smascherato nella sua ambiguità performativa: “voci patetiche e dolore prezzolato”, “prefiche pagate coi soldi del defunto”. Qui il verso si fa quasi etnografico, come se la poesia osservasse un costume antico — il lutto come mestiere, come spettacolo — per denunciarne la falsità.
In questa prospettiva, Il giardino della pace si colloca idealmente accanto a una linea poetica che va da Ungaretti (la morte come esperienza spoglia, senza retorica) a Pasolini (lo sguardo crudo sui riti collettivi), fino a Wisława Szymborska, capace di interrogare i grandi eventi con una domanda semplice e disarmante. Proprio come qui, nel verso conclusivo: “Chiese soltanto chi era il morto”. È una chiusura che annulla ogni costruzione simbolica precedente: resta solo l’essenziale, la persona. Non il rito, non la messa in scena, ma l’identità umana che rischia di scomparire sotto il peso delle convenzioni.
Lo stile di Lupascu è asciutto, narrativo, quasi prosastico, ma attraversato da immagini fortemente visive: i “gabbiani trascinati come detriti”, la “città nascosta dalla nebbia”, i “fazzoletti asciutti” di chi piange senza lacrime. Sono immagini che lavorano per contrasto: vita e morte, natura e artificio, autenticità e rappresentazione. La poesia diventa così una critica etica del dolore esibito, un invito a restituire alla morte la sua verità silenziosa.
Biografia dell’autrice
Oana Lupascu è una poetessa contemporanea attenta alle dinamiche psicologiche e sociali dell’esperienza quotidiana. La sua scrittura si muove tra introspezione e osservazione del reale, con un linguaggio sobrio che evita la retorica per privilegiare l’essenzialità del gesto poetico. Nei suoi testi ricorrono temi come la fragilità dell’identità, la teatralità dei rapporti umani, la presenza del sacro nello spazio urbano e la tensione tra autenticità e maschera. Il giardino della pace si inserisce coerentemente in questo percorso, mostrando una voce capace di unire rigore formale e profondità etica.
Nel suo insieme, questa poesia non offre consolazione, ma responsabilità dello sguardo. Ci chiede di non fermarci al rito, al gesto collettivo, alla parola d’ordine del dolore, ma di porci la domanda che conta davvero: chi è colui che è morto? Chi resta quando il teatro del lutto si spegne? È in questa sobrietà finale che il testo trova la sua forza più alta: una poesia che non alza la voce, ma resta, come un giardino silenzioso in cui la pace non è dimenticanza, bensì memoria vigile.
Geo
Oana Lupascu, autrice di sensibilità europea e sguardo urbano, porta nella sua poesia una riflessione sul dolore che attraversa le città contemporanee, i loro rituali e le loro solitudini. Alessandria today, testata culturale impegnata nella valorizzazione della poesia d’autore e del pensiero critico contemporaneo, accoglie Il giardino della pace come esempio di scrittura capace di coniugare osservazione sociale e profondità etica, offrendo ai lettori del territorio e oltre un luogo di incontro tra parola poetica e coscienza civile.
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