Un pomeriggio di parole, musica e fiori. Presentazione de “Il cappello a fiori” di Valeria Serofilli
Un pomeriggio di parole, musica e fiori
Il 13 febbraio alle ore 16:30, nella suggestiva Sala Regia di Palazzo Gambacorti, al cospetto delle autorità cittadine, Pisa ha accolto la presentazione del libro di Valeria Serofilli “Il cappello a fiori (Appointment in Samara)”, fresco di stampa per Leonida Editrice di Reggio Calabria. Un dialogo aperto e sensibile con Franco Donatini ha guidato il pubblico dentro le pagine dell’opera mentre la stessa Serofilli ha presentato questa sua quattordicesima pubblicazione con il sussidio di slides. Le letture, affidate all’autrice e a Valentina Rosanna Lo Bello, hanno dato voce ai testi, mentre il violoncello di Niccolò Paci ha accompagnato la serata con interventi musicali che hanno intrecciato parola e suono, evocando anche gli haikù dedicati a Vivaldi. Omaggi floreali ai presenti sono stati offerti dall’azienda agricola Monia Freschi.
«Si nasce poeti. E non perché la vita comporti la poesia ma in quanto è esattamente il contrario. La poesia, quale madre di tutte le arti, ingloba la vita, ne è la sua forma.
Valeria Serofilli, nata a Parma, ma residente a Pisa dacché aveva un anno (per il trasferimento del padre dalla direzione sanitaria delle Terme di Salsomaggiore a quelle di San Giuliano), docente di lettere, critica letteraria, fervida organizzatrice culturale (famosi da un decennio gli Incontri Letterari al Caffè dell’Ussero di Palazzo Agostini, già frequentato da Leopardi, Fucini, Carducci…), fondatrice e presidente del Premio Astro labio (ereditato dalla compianta poeta Renata Giambene), donna sinuosa, affascinante dai dai look spesso castamente impuri, che richiamano altri tempi, in particolare le nobili dame di Corcos o le donne con l’ombrellino di Monet, ha intuito da piccolissima il bisogno di una sua propria fisionomia da ricercare e definire sempre più nel tempo con le parole fissate sulla carta. Tant’èche non appena ha appreso la scrittura, ha avviato una sorta di diario involontario in cui riponeva le sue più tenere impressioni, per poi passare a nove anni ai primi timidi testi. A sollecitarli la canzone di un autore in voga (il Modugno dell’uomo in frac), o il picchiettare della pioggia, «il ticchettio ritmato meccanico sui vetri umidi della casa di fronte».
Il suono, musicato o no, è la sua prima fonte di ispirazione a ulteriore conferma che è l’udito il primo senso che si sviluppa negli esseri viventi, a partire dal proprio big ben vitale: lo scorrere del sangue nella propria cellula. Era comunque il suo animo già in qualche modo dissodato, grazie al padre, grande appassionato di poesia che non perdeva mai l’occasione di leggerle Trilussa con le sue cronache satiriche intrise di sostanziale malinconia. A Trilussa si aggiungeranno poi Luzi, G. Luigi Paganelli, Shakespeare, Brecth, Pavese, per primi, in un crescendo di indagine conoscitiva che non poteva non fermentare in lei il forte bisogno di dirsi e dire. E la scrittura diventa una necessità impellente» (dalla prefazione di Nadia Cavalera)