La guerra nelle cucine: come si sopravviveva con niente, di Francesco Bianchi

La guerra nelle cucine: come si sopravviveva con niente, di Francesco Bianchi

La guerra non entrava nelle case solo con le sirene o con i bombardamenti, entrava soprattutto dalle cucine. Era lì, tra pentole leggere e dispense vuote, che si misurava la distanza tra la propaganda e la realtà. La cucina era il termometro della guerra: più si svuotava, più la guerra diventava vera.

Durante la Seconda guerra mondiale, la fame non fu un episodio, ma una condizione. Le tessere annonarie regolavano ogni cosa: farina, zucchero, olio, sapone. Le quantità erano minime e spesso non bastavano. Le donne — perché erano quasi sempre loro a gestire il cibo — impararono a fare miracoli con niente. La cucina diventò un laboratorio di sopravvivenza.

Lo storico Giovanni De Luna ha scritto che “la guerra totale è quella che entra nella vita quotidiana e la trasforma in un campo di battaglia invisibile”. È esattamente ciò che accadde nelle cucine italiane: ogni pasto era una strategia, ogni ingrediente una conquista.

Si cucinava con ciò che c’era, e spesso non c’era quasi nulla e le ricette si trasformavano in invenzioni: pane fatto con farine miste e povere, minestre allungate con acqua, caffè ricavato dall’orzo tostato, dolci improvvisati con patate e carrube. La creatività diventava una forma di resistenza mentre la fame diventava una presenza costante.

L’antropologo Ernesto De Martino ricordava che “la miseria non è solo mancanza, è un modo di abitare il mondo”. Nelle cucine di guerra questo modo di abitare era fatto di gesti minimi: dividere un tozzo di pane in parti uguali, conservare le bucce delle patate per farne brodo, raccogliere la legna caduta per risparmiare carbone. Ogni gesto aveva un valore morale, oltre che materiale.

La cucina era anche il luogo dove si tenevano insieme le famiglie e nonostante la fame, si cercava di mantenere un’apparenza di normalità: apparecchiare la tavola, sedersi insieme e condividere il poco. Era un modo per dire che la guerra non aveva vinto del tutto e che la vita, in qualche forma, continuava.

Ma la cucina era anche il luogo della paura: che il cibo finisse, che la tessera non bastasse, che il mercato nero diventasse l’unica possibilità o anche che un figlio lontano non tornasse più.

La guerra, in fondo, si misurava anche così: nel rumore di una pentola vuota, nel silenzio di una dispensa spoglia.

Lo storico Eric Hobsbawm ha scritto che la storia del Novecento è la storia di persone comuni travolte da forze più grandi di loro”. Le cucine italiane degli anni Quaranta sono la prova più concreta di questa verità, non erano luoghi marginali: erano il centro di una lotta quotidiana, silenziosa e tenace.

Raccontare come si sopravviveva con niente significa restituire dignità a quella parte di storia che non appare nei manuali. Significa ricordare che la guerra non è fatta solo di fronti e di eserciti, ma di cucine fredde, di mani screpolate e di donne che trasformavano la miseria in possibilità. Significa riconoscere che la resistenza non è stata solo armata: è stata anche domestica, minuta e ostinata.

Perché la guerra, prima di tutto, si combatteva lì: davanti a un fornello spento, con un cucchiaio in mano e la volontà di non arrendersi.

Francesco Bianchi

Francesco Bianchi

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