Karl Jaspers e le “Cifre della trascendenza”, di Francesco Roat

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di Francesco Roat

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Il libro intitolato Cifre della trascendenza (Fazi Editore) raccoglie le ultime lezioni tenute, nel semestre estivo del 1961 presso l’Università di Heidelberg, da Karl Jaspers sul rapporto tra filosofia e religione vista quale dimensione/prospettiva del trascendente, essendo rivolta ‒ dall’antichità più tarda alla postmodernità ‒ all’oltre e al mistero dell’esistere che, per quanto colto da molti nel segno dell’immanenza, accenna pur sempre ad un’eccedenza rispetto alla mera constatazione di un essercimondano, il quale resta per gran parte di noi perenne fonte di stupore e meraviglia o, altrimenti, d’inesausta domanda di senso/significato.

Consapevoli come siamo che il sapere ‒ anche quello scientifico ‒ ha un limite consistente nel fatto che: “ogni conoscere resta sempre nel mondo, ma non raggiunge mai il mondo”, non ne può fare un oggetto (ob-iectum: posto d’innanzi) d’indagine perché, del mondo, il soggetto interrogante fa parte inevitabilmente. E poiché dunque non ci è mai dato poter formulare assolutizzazioni conoscitive/definitive. Possiamo quindi senz’altro concordare con l’affermazione di Jaspers, secondo la quale noi: “siamo più di ciò che conosciamo di noi stessi”.

Detto altrimenti potremmo dire che gli esseri umani, al di là di tutte le loro esperienze e conoscenze fenomeniche, hanno sempre avvertito la presenza di qualcosa d’altro rispetto a se stessi e alla cosiddetta realtà da loro abitata; qualcosa d’innominabile/ineffabile da cogliersi tramite l’intuizione più che la ragione o mediante la fede (intesa come fiducia o adesione fiduciosa) se non altro nella vita; una fede non certo basata su alcuna logica o visione del mondo di tipo concettuale.

Questo indicibile qualcosa, insomma, può esser colto e rappresentato non tramite teorizzazioni o argomentazioni ma attraverso quelle che Jaspers chiama appunto delle cifre che rinviamo alla trascendenza o cercano di mostrarla (giammai dimostrarla). Come l’idea di Dio quale “uno”. Ma dobbiamo fare attenzione al fatto che questa cifra – come tante altre analoghe ‒ è una sorta di grande metafora. E nello specifico, avverte Jaspers: “Il numero, puro e semplice, dell’uno è esteriore. La forza dell’uno della trascendenza ha un senso completamente diverso dal puro numero”.

E ancora più oltre ‒ nel tentativo di illustrare l’autentico senso di una tale cifra ‒ il filosofo tedesco, con una prosa intensamente pregnante, evocativa e poetica, puntualizza: “È decisivo che l’uno resti perfettamente lontano, così lontano e irraggiungibile da sfuggirmi ogni volta che voglio afferrarlo. Tanto lontano da non poterlo cogliere in nessun altro modo, se non diventando io stesso specchio e cifra, senza con ciò poterlo mai possedere”. Puntualizzazione su cui penso sia opportuno riflettere parecchio, ma che non credo abbisogni di commento alcuno da parte mia.

Eppure, e non soltanto per gli a-tei (per chi rifiuta ‒ o ritiene di fare a meno di ‒ una ipotesi teista), anche per tanti religiosi Dio sembra taccia, in questi nostri tempi all’insegna del disincanto e della secolarizzazione, dopo aver parlato semmai appena attraverso i variamente interpretabili testi biblici. Tuttavia vi è modo e modo di intendere tale mutismo. Infatti per i mistici e per Jaspers: “il silenzio significa che non c’è qualcuno che tace, che potrebbe anche parlare e parlerà, ma che questo silenzio fa parte della trascendenza come tale”. In quest’ottica si apre la possibilità di una fede altra da quella tradizionale garantita dalla rivelazione.

Anche perché, mi sembra sia chiaro sin dal tempo di Nietzsche, non c’è garanzia assoluta che valga in nessun ambito e soprattutto che ogni nostro umano, troppo umano pensiero non può fare a meno di categorie interpretative nella sua articolazione. E forse avendo ben presente ciò, varrebbe la pena un atto di umiltà: quello di “rinunciare al pensiero come ultima misura”. Magari abdicando anche alle cosiddette cifre della trascendenza, per cogliere mediante una nuda attenzione il vuoto o il pieno dell’essere che supponiamo possa darsi oltre tali cifre metaforiche.

Ma a questo punto stiamo facendo riferimento alla meditazione, nel cui ambito ‒ dice bene Jaspers ‒ “non si pensa più nel senso stretto della parola”. Stiamo magari alludendo al dimorare nel presente e nel quotidiano con la quieta consapevolezza di non poter né voler sapere come stiano davvero le cose rispetto a quanto sta oltre la mera fisica, ossia riguardo alla sempre problematica, fantasmatica e, per molti, assurda metafisica. Ben consci di quell’adagio medioevale che recita: Vengo non so da dove, / Sono non so chi, / Morirò non so quando, / Vado non so dove, / Mi meraviglio di essere contento.

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