J’accuse Nicolás Maduro Moros
Ho ritrovato l’atto d’accusa federale (“superseding indictment” emesso da un gran giurì degli Stati Uniti presso la Corte Distrettuale del Sud di New York contro Nicolás Maduro Moros e altri coimputati.
L’atto, depositato originariamente sotto il numero di fascicolo S4 11 Cr. 205 (AKH), è stato reso pubblico (unsealed) il 26 marzo 2020 e reca la firma del Procuratore degli Stati Uniti per il Distretto Sud di New York ed è stato approvato da un giudice federale.
L’autenticità e operatività dell’accusa sono confermate da numerosi riscontri procedurali. In particolare, diversi coimputati menzionati nelle versioni precedenti dell’atto d’accusa hanno già affrontato la giustizia americana: ad esempio l’ex capo dell’intelligence militare Hugo Armando Carvajal Barrios (alias “El Pollo”) è stato estradato in USA dalla Spagna e nel giugno 2025 si è dichiarato colpevole di narco-terrorismo, traffico di stupefacenti e reati connessi alle armi davanti alla stessa corte di New York; l’ex generale Clíver Alcalá Cordones si era già dichiarato colpevole nel giugno 2023 di cospirazione per il supporto materiale alle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) in un precedente atto d’accusa collegato (S3 11 Cr. 205).
Altri coimputati di alto profilo rimangono latitanti o in attesa di estradizione: ad esempio Néstor Reverol Torres (ex ministro venezuelano degli interni, incriminato nel 2015 per narcotraffico nel Distretto Est di New York) e Vassylly Kotosky Villarroel Ramírez (narcotrafficante venezuelano incriminato nel 2013 sempre nel Distretto Est di NY). Inoltre, due parenti stretti di Maduro – Efraín Campo Flores e Franqui Francisco Flores de Freitas – sono stati condannati dopo un processo a New York nel 2016 per cospirazione finalizzata all’importazione di cocaina negli Stati Uniti.
Questi esiti giudiziari collaterali dimostrano che l’atto d’accusa in esame non è una mera dichiarazione politica simbolica, bensì uno strumento giudiziario pienamente inserito nel sistema penale statunitense, oggetto di azioni operative (estradizioni, sequestri di beni, accordi di collaborazione) coerenti con le accuse formulate (Department of Justice 2020; Nogacki 2026).
L’atto d’accusa elenca quattro capi di imputazione principali, riguardanti condotte criminali che si estendono su un ventennio (dal 1999 al 2025):
- Cospirazione per narco-terrorismo
È il primo Capo d’Accusa, formulato ai sensi del Titolo 21 del United States Code, Sezione 960a. Questa norma incrimina chi traffica sostanze stupefacenti su larga scala sapendo o avendo intenzione che i proventi o il supporto fornito andranno a beneficio di organizzazioni designate come terroristiche. Il capo d’accusa sostiene che Maduro e gli altri imputati hanno cospirato per distribuire tonnellate di cocaina avendo consapevolezza e intento che tali attività avrebbero finanziato e rafforzato gruppi armati designati come terroristi dagli USA (come le FARC colombiane, l’ELN e cartelli messicani). In particolare, secondo l’atto, Maduro e i suoi complici – indicati come facenti parte di un’organizzazione denominata Cartel de los Soles – avrebbero collaborato con le FARC per “inondare gli Stati Uniti di cocaina” utilizzata come un’arma contro la popolazione americana (Department of Justice 2020). Si citano stime impressionanti: entro il 2020, tra 200 e 250 tonnellate metriche di cocaina l’anno sarebbero transitate dal Venezuela dirette verso il mercato statunitense (Nogacki 2026). Per ottenere ciò, l’accusa descrive un’alleanza criminale di ampio respiro: le FARC fornivano protezione a laboratori e carichi in Colombia e Venezuela; l’ELN (Ejército de Liberación Nacional) controllava piste clandestine e rotte di confine; cartelli messicani come il Cartello di Sinaloa finanziavano la produzione e gestivano la distribuzione a valle; i Los Zetas (Cartello del Nord-Est) utilizzavano navi cargo salpate da porti venezuelani, caricando fino a 5–20 tonnellate di cocaina per nave; una gang transnazionale venezuelana nota come Tren de Aragua garantiva sicurezza ai carichi via terra e controllava le coste dello stato Aragua per spedizioni marittime di oltre una tonnellata ciascuna. Questa accusa (narco-terrorismo) prevede, in caso di condanna, una pena minima di 20 anni e fino all’ergastolo (U.S. DOJ 2020). - Cospirazione per l’importazione di cocaina negli Stati Uniti
Il secondo Capo d’Accusa addebita agli imputati la violazione delle leggi federali sul narcotraffico internazionale (21 U.S.C. §§ 952, 959, 960), punendo chi produce o distribuisce droga all’estero sapendo che sarà importata illegalmente negli USA, nonché la relativa cospirazione (21 U.S.C. § 963). L’atto d’accusa delinea una rete di traffico aereo e navale attraverso i Caraibi, l’America Centrale e il Messico, in cui il Venezuela funge da hub logistico e santuario per i narcotrafficanti. Vengono citati episodi specifici a sostegno delle accuse: ad esempio un jet DC-9 partito dall’aeroporto internazionale di Maiquetía con a bordo 5,6 tonnellate di cocaina (sequestrato in Messico nel 2006), un volo commerciale Air France Caracas-Parigi con 1,3 tonnellate di cocaina nel 2013 (sequestrate all’arrivo in Francia), spedizioni marittime su container con 5–10 tonnellate ciascuna tra il 2003 e il 2011, invii di centinaia di chilogrammi su base mensile via aerea nel 2006–2008, fino a colloqui nel 2017 per organizzare spedizioni da 500 kg. Tali fatti illustrano la dimensione industriale e continuativa del traffico, sufficiente a configurare il reato di cospirazione per importazione di droga negli USA (punito con minimo 10 anni fino all’ergastolo). L’atto enfatizza il ruolo di vertice di Maduro e funzionari venezuelani nella cosiddetta “Operación Los Soles” che utilizzava cariche pubbliche e infrastrutture statali per facilitare il narcotraffico “come arma contro gli Stati Uniti” (Nogacki 2026; Department of Justice 2020). - Uso e traffico di armi da guerra in relazione al narcotraffico
Il Capo d’Accusa Tre cita i convenuti per aver usato, portato e posseduto mitragliatrici e ordigni esplosivi durante e in connessione con i reati di traffico di droga, in violazione di 18 U.S.C. § 924(c). Si tratta di un’aggravante che, nel caso di armi automatiche, comporta una pena minima aggiuntiva di 30 anni (cumulativa rispetto alle pene per il narcotraffico). L’atto d’accusa descrive un apparato paramilitare creato per proteggere le rotte del narcotraffico e per sostenere con armamenti le organizzazioni alleate (FARC, ELN, cartelli). Ad esempio, già nel 2007 funzionari venezuelani avrebbero consegnato alle FARC cassette contenenti 20 bombe a mano e due lanciagranate; nel 2008–2009 convogli di cocaina erano scortati da uomini armati di fucili automatici AK-47, mitra MP5, carabine AR-15 e dotati di esplosivi; nel 2020 vi sarebbero state trattative per pagare le FARC in armi (tra cui missili antiaerei portatili) in cambio di partite di cocaina. Tali elementi evidenziano come il narcotraffico imputato non fosse un’operazione “solo criminale”, ma assumesse carattere di guerra privata con armi da guerra – fatto che la procura USA utilizza per dipingere Maduro e soci non come semplici trafficanti, bensì come narcoterroristi armati (Nogacki 2026). - Cospirazione per il possesso di armi da guerra
Il Capo d’Accusa Quattro addebita agli imputati l’accordo criminoso (18 U.S.C. § 924(o)) volto a fornire e possedere le suddette armi automatiche e dispositivi distruttivi a supporto del narcotraffico. È un capo in parte ridondante rispetto al precedente, ma serve a coprire penalmente l’aspetto organizzativo e continuato dell’intesa armata. La pena prevista può estendersi fino all’ergastolo. L’inclusione di questo capo d’accusa segnala l’intenzione accusatoria di mostrare un sodalizio integrato “narco-militare”: non si tratterebbe quindi di episodi isolati di traffico di droga, ma di un sistema criminale statuale che unisce il commercio illecito di stupefacenti all’impiego sistematico di mezzi militari (Department of Justice 2020).
Ogni capo d’accusa è dettagliato nel testo esaminato con riferimenti precisi a date, luoghi e partecipanti, delineando così un quadro in cui altissimi funzionari venezuelani – tra cui Maduro (Presidente de facto), Diosdado Cabello (numero due del regime), generali, ministri e magistrati – avrebbero costituito il Cartello de los Soles per trasformare lo Stato venezuelano in un’entità narcotrafficante-terroristica. L’obiettivo, stando all’atto, andava oltre l’arricchimento personale: mirava a “infliggere agli utenti americani gli effetti nocivi e addictivi” della cocaina, usando la droga come strumento di attacco contro gli Stati Uniti (Nogacki 2026).
Questa caratterizzazione serve a qualificare giuridicamente i fatti sotto la fattispecie del narco-terrorismo, che comporta sanzioni e priorità investigative simili a quelle del contrasto al terrorismo internazionale.
Dal punto di vista legale, gli Stati Uniti fondano la propria giurisdizione su disposizioni federali che prevedono espressamente l’applicabilità extraterritoriale per reati di narcotraffico e terrorismo. In particolare, il Titolo 21 US Code, Sezione 959 stabilisce che è punibile dalla legge statunitense chiunque, anche all’estero, produca o distribuisca stupefacenti sapendo o avendo ragione di credere che saranno importati negli Stati Uniti.
Questa è una codificazione del principio della territorialità oggettiva: se un’attività criminale all’estero è destinata ad avere effetti negli USA, gli USA possono perseguirla (EveryCRSReport 2020). Nel nostro caso, l’atto d’accusa afferma chiaramente che le tonnellate di cocaina instradate dal Venezuela erano destinate al mercato americano, giustificando così l’applicazione delle leggi USA.
Ancora più rilevante è la Sezione 960a (21 U.S.C. §960a) sul narco-terrorismo, inserita nel 2006 proprio per colpire i narcotrafficanti che finanziano il terrorismo. Tale norma conferisce giurisdizione agli USA quando il traffico di droga fornisce supporto materiale o finanziario a organizzazioni terroristiche designate. È sufficiente, ai fini giurisdizionali, che vi sia un collegamento con la sicurezza nazionale americana: ad esempio, che l’attività miri a colpire cittadini o interessi degli Stati Uniti, oppure – come interpretano le autorità USA – che i proventi rafforzino gruppi ostili che operano nell’emisfero occidentale (EveryCRSReport 2020). Nel caso Maduro, poiché le FARC, l’ELN e altri partner criminali sono considerati nemici degli Stati Uniti e sono sulla lista nera del terrorismo, il traffico di droga in loro collaborazione rientra nell’alveo del narco-terrorismo perseguibile dagli USA (U.S. DOJ 2020).
La portata extraterritoriale è dunque chiaramente prevista dal Congresso in queste fattispecie: in effetti, la legge dichiara esplicitamente di voler “raggiungere atti di produzione e distribuzione compiuti fuori dalla giurisdizione territoriale degli Stati Uniti” se diretti all’importazione illegale negli USA (21 U.S.C. §959).
In aggiunta, per i reati connessi alle armi (18 U.S.C. §924(c) e (o)), la giurisprudenza americana stabilisce che se il reato principale di traffico di droga ricade sotto la giurisdizione USA, anche le condotte accessorie (come l’uso di armi a sostegno di quel traffico) sono perseguibili. Inoltre, il codice prevede una regola specifica di venue (competenza territoriale interna) per reati commessi fuori dai confini: 18 U.S.C. §3238 stabilisce che crimini “iniziati o commessi altrove” possono essere giudicati nel distretto dove l’imputato viene portato per primo in custodia. Nel nostro caso, l’atto d’accusa indica il Distretto Sud di New York come foro competente, prevedendo evidentemente che almeno uno degli imputati (una volta arrestato all’estero o consegnatosi) sarà trasferito a Manhattan per il processo. Ciò è coerente con precedenti casi di traffico internazionale di droga: ad esempio, diversi esponenti dei cartelli colombiani e messicani estradati sono stati processati in tribunali federali di New York o Florida poiché lì furono fatti sbarcare dagli US Marshal all’arrivo (EveryCRSReport 2020).
In termini di diritto internazionale generale, gli Stati Uniti stanno applicando una combinazione di due dottrine di giurisdizione extraterritoriale riconosciute dalla consuetudine: il principio territoriale oggettivo (punire condotte straniere che producono effetti sul proprio territorio o popolazione) e il principio protettivo (punire condotte straniere che minacciano la propria sicurezza nazionale o funzioni governative essenziali). Il traffico di tonnellate di cocaina nei propri confini è visto come una minaccia alla società americana (principio territoriale), mentre il legame con organizzazioni terroristiche e l’uso della droga come “arma” contro gli USA viene inquadrato come minaccia alla sicurezza nazionale (principio protettivo).
Queste basi non sono una novità: dagli anni ’80 in poi, gli USA hanno spesso perseguito capi dei cartelli della droga stranieri (es. il colombiano Pablo Escobar e affiliati) invocando la destinazione finale della droga sul suolo americano. I tribunali statunitensi hanno generalmente avallato tale approccio. Un caso emblematico è United States v. Alvarez-Machain (1992), in cui la Corte Suprema confermò la validità del processo a un medico messicano accusato dell’omicidio di un agente DEA, nonostante fosse stato rapito in Messico da agenti statunitensi senza estradizione formale. La Corte ritenne che la violazione della sovranità straniera non togliesse ai tribunali USA la competenza sul reato (Ker–Frisbie doctrine; v. Alvarez-Machain, 504 U.S. 655 (1992)). In sintesi, dal punto di vista del diritto interno USA, la giurisdizione per accusare Maduro è saldamente fondata su leggi federali e precedenti giudiziari che estendono l’ombrello della giustizia americana su crimini di narcotraffico transnazionale rivolti contro gli Stati Uniti (EveryCRSReport 2020; Nogacki 2026).
Un elemento chiave dell’impianto accusatorio è la classificazione dei gruppi coinvolti come Foreign Terrorist Organizations (FTO) da parte del governo statunitense.
Negli USA, il Segretario di Stato ha l’autorità – ai sensi della sezione 219 dell’Immigration and Nationality Act – di designare come organizzazione terroristica straniera qualunque gruppo non statale impegnato in attività terroristiche che minaccino cittadini statunitensi o la sicurezza nazionale.
Queste designazioni sono decisioni unilaterali e discrezionali dell’esecutivo USA: non richiedono avallo internazionale né pronunce giudiziarie preventive. Tuttavia, hanno effetti legali interni di vasta portata: ad esempio, diventa reato federale (18 U.S.C. §2339B) fornire volontariamente supporto materiale a un gruppo designato FTO, e scattano misure sanzionatorie come il congelamento di beni e il divieto di ingresso per i membri.
Nel caso di Maduro, l’atto d’accusa elenca esplicitamente le organizzazioni criminali coinvolte – FARC, ELN, Segunda Marquetalia (dissidenza FARC), Tren de Aragua, Cartello di Sinaloa, Cartel del Norte del Valle/Los Zetas – notando che “sono state designate FTO dal Segretario di Stato USA” nel periodo pertinente. In effetti, le FARC erano nella lista FTO fin dal 1997 (furono rimosse nel novembre 2021 dopo gli accordi di pace in Colombia, venendo però sostituite dalle sigle dei gruppi dissidenti FARC-EP e Segunda Marquetalia immediatamente designati nel 2021). L’ELN è FTO dal 1997.
Più recente e inusuale è la designazione di cartelli della droga come organizzazioni terroristiche: nel febbraio–marzo 2025, gli Stati Uniti per la prima volta hanno inserito cartelli del narcotraffico transnazionali – tra cui il Cartello di Sinaloa e il Cartello Jalisco Nueva Generación in Messico, la gang venezuelana Tren de Aragua, nonché la salvadoregna MS-13 – nella lista delle FTO (U.S. Department of State 2025). Contestualmente, il Dipartimento del Tesoro (OFAC) li ha sanzionati come Specially Designated Global Terrorists (SDGT) ai sensi dell’Ordine Esecutivo 13224.
Questa mossa, di portata storica, è stata giustificata da Washington dipingendo tali gruppi criminali come “insurgents” quasi-militari: ad esempio, un comunicato del 2025 afferma che “il Cartello di Sinaloa è da ora classificato come FTO, analogamente ad Al-Qaeda o ISIS, nell’ambito della lotta al narco-terrorismo” (U.S. Treasury 2025).
Perché ciò è importante nell’atto d’accusa? Perché collega direttamente i funzionari venezuelani accusati al terrorismo. Definendo le loro attività come partnership con organizzazioni terroristiche, i procuratori americani hanno potuto utilizzare strumenti penali più pesanti (come il già citato §960a sul narco-terrorismo) e sottolineare la dimensione di minaccia alla sicurezza nazionale. In sostanza, l’accusa statunitense abbatte la tradizionale distinzione tra terrorismo ideologico e crimine organizzato: cartelli della droga e guerriglie ribelli vengono trattati allo stesso modo, come un’unica costellazione di nemici pubblici.
Questa strategia di “rebranding” ha il vantaggio, per gli USA, di ampliare la base giuridica per interventi (dall’estradizione alle operazioni speciali) e di ottenere maggior supporto dell’opinione pubblica interna contro il regime di Maduro, dipinto non solo come corrotto e autoritario, ma come sponsor del terrorismo internazionale. Va detto che questa equiparazione è controversa sul piano internazionale: altri Paesi non sono obbligati a riconoscere tali designazioni unilaterali. Anzi, generalmente solo le liste ONU (come quelle di Al-Qaeda/ISIS) sono considerate “universali”. Tuttavia, sul piano interno americano, la designazione FTO è decisiva: per esempio, con FARC ed ELN sulla lista, qualunque sostegno Maduro abbia dato loro – rifugio, armi, fondi – può essere perseguito come reato di supporto al terrorismo.
Un altro risvolto è che gli USA hanno esteso sanzioni finanziarie al Cartel de los Soles stesso: nel 2020–2023 l’OFAC aveva già sanzionato decine di individui del cerchio magico di Maduro per narcotraffico, ma nel 2025 li ha ricollegati al terrorismo, designando formalmente il Cartel de los Soles come entità terroristica collegata al Tren de Aragua e ai cartelli messicani (U.S. Treasury 2025). In un comunicato del Tesoro si legge: “Il regime Maduro ha convertito lo Stato venezuelano in un’impresa criminale a beneficio di organizzazioni terroristiche transnazionali. La Tren de Aragua, ora FTO, e il Cartello di Sinaloa (FTO) hanno ricevuto supporto diretto dal Cartel de los Soles in cambio di alleanze nel narcotraffico” (U.S. Treasury 2025). Ciò rafforza l’argomento giudiziario USA secondo cui il Venezuela di Maduro operava come “narco-Stato” integrato con reti terroristiche globali (Justice Department 2025). In definitiva, l’uso politico-giudiziario delle designazioni di terrorismo è servito a giustificare la risposta aggressiva degli Stati Uniti: se i leader di Caracas vengono equiparati ai capi di organizzazioni terroristiche, la loro perseguibilità – anche con misure eccezionali – diventa più accettabile per l’establishment e l’opinione pubblica americani.
L’incriminazione di un capo di Stato straniero in carica da parte di un tribunale nazionale non ha precedenti recenti nelle relazioni internazionali, e solleva questioni spinose di diritto internazionale. **In base al diritto consuetudinario internazionale, un capo di Stato in carica gode dell’immunità personale assoluta (detta immunità ratione personae) dalla giurisdizione penale di Stati esteri. Questa regola, confermata da sentenze come il caso Arrest Warrant (CIJ 2002), significa che finché un individuo è a capo di uno Stato sovrano, non può essere né perseguito né sottoposto a misure coercitive da parte dei tribunali di un altro Stato, indipendentemente dalla gravità dei crimini imputati.
Tale immunità è funzionale a salvaguardare il principio dell’uguaglianza sovrana degli Stati: uno Stato non può giudicare l’operato ufficiale di un altro Stato rappresentato dal suo leader.
Apparentemente, Nicolás Maduro – in quanto Presidente de facto del Venezuela dal 2013 ad oggi – rientrerebbe in questa protezione. Non a caso, il suo governo ha subito contestato l’atto d’accusa USA come “giuridicamente nullo” appellandosi all’immunità sovrana: nel 2020 il Tribunale Supremo di Giustizia venezuelano (controllato da Maduro) emanò una sentenza per dichiarare invalide le azioni giudiziarie straniere contro Maduro e altri alti funzionari, ribadendo che “il Presidente della Repubblica gode di immunità da qualsiasi giurisdizione estera”.
Paesi alleati di Caracas hanno rincarato: la Russia definì le accuse americane “una provocazione politicamente motivata, priva di legittimità”, sottolineando che Mosca continua a riconoscere Maduro come presidente legittimo e che la sovranità del Venezuela va rispettata (Reuters 2026). Anche Cuba, Bolivia, Iran e altri governi hanno condannato l’iniziativa statunitense come un abuso giudiziario finalizzato a un regime change coatto (lawfare). Persino partner occidentali degli USA, pur critici verso Maduro, hanno espresso riserve: molte nazioni europee e latinoamericane hanno invitato gli Stati Uniti a rispettare il diritto internazionale e cercare una soluzione diplomatica, temendo che la rottura del principio dell’immunità possa costituire un pericoloso precedente (Reuters 2026).
Il Segretario Generale dell’ONU António Guterres ha dichiarato che la cattura forzata di un capo di Stato senza mandato internazionale rappresenta “un precedente pericoloso”, e il Consiglio di Sicurezza ONU si è riunito d’urgenza per discutere l’operazione americana del gennaio 2026 (Reuters 2026).
Dal punto di vista strettamente giuridico-statunitense, però, l’amministrazione USA ha seguito una strategia per negare a Maduro l’immunità: la chiave è la non-riconoscimento diplomatico.
A partire da gennaio 2019 infatti, gli Stati Uniti (insieme a circa 50 altri Stati) non riconoscono Maduro come presidente legittimo del Venezuela, avendo ritenuto fraudolente le elezioni del 2018. Washington ha invece riconosciuto come autorità legittima l’Assemblea Nazionale eletta nel 2015 e, per un periodo, l’“presidente incaricato” Juan Guaidó (anche se la situazione si è evoluta con la fine del governo ad interim). Sul piano del diritto USA, i tribunali devono deferenza alle determinazioni dell’Esecutivo in materia di riconoscimento di governi stranieri. Ciò deriva dalla dottrina stabilita in casi come Zivotofsky v. Kerry (U.S. Supreme Court 2015), secondo cui il Presidente ha il potere esclusivo di riconoscimento statale. Inoltre, nella giurisprudenza sulle immunità (caso Samantar v. Yousuf, Supreme Court 2010), si afferma che l’immunità di funzionari stranieri è questione di common law federale e che le “suggestioni di immunità” del Dipartimento di Stato sono vincolanti per le corti.
Nel precedente U.S. v. Noriega (il generale panamense Manuel Noriega, de facto capo di Panama arrestato dagli USA nel 1990), i tribunali americani respinsero la pretesa di immunità da capo di Stato proprio perché gli Stati Uniti non avevano mai riconosciuto Noriega come presidente legittimo di Panama (egli era dittatore de facto, mentre gli USA riconoscevano il neo-eletto Endara). La corte statunitense ritenne che l’immunità spettasse solo ai capi di Stato riconosciuti internazionalmente, e Noriega – privo di tale status agli occhi degli USA – poté essere processato come un privato cittadino (Bloomberg Law 2026; Atlantic Council 2026). Maduro si trova in una condizione analoga dal punto di vista americano: il Segretario di Stato (nel 2019 Mike Pompeo, nel 2025–26 sotto amministrazione Trump il successore Marco Rubio) ha esplicitamente dichiarato che “Maduro non è il legittimo presidente del Venezuela, ma il leader di un’organizzazione di narcotrafficanti camuffata da governo” (Nogacki 2026).
Pertanto, gli USA sostengono che Maduro non goda di immunità personale dinanzi alle loro corti, essendo considerato un usurpatore interno e non il titolare legale della sovranità venezuelana. Questo punto sarà cruciale qualora il caso vada a processo: la difesa di Maduro certamente invocherà l’immunità da capo di Stato, ma il Dipartimento di Giustizia chiederà al Dipartimento di Stato una certificazione ufficiale di non-riconoscimento, rendendo così “conclusiva” l’assenza di immunità (Nogacki 2026; Bloomberg Law 2026).
Va osservato che, dal punto di vista del diritto internazionale generale, la tesi americana non è universalmente condivisa. Molti esperti ritengono che l’immunità personale copra il leader de facto, indipendentemente dal riconoscimento diplomatico.
In altre parole, finché Maduro esercita effettivamente il potere statale all’interno del Venezuela, incarna comunque lo Stato ai fini dell’immunità, e il fatto che alcuni Stati lo considerino illegittimo non cambia la regola consuetudinaria (Atlantic Council 2020). Questa frizione tra dottrina internazionale e prassi americana rende il caso Maduro un terreno inesplorato: se mai arrivasse davanti a un giudice USA con Maduro presente, sarebbe probabilmente la prima volta che un tribunale statunitense deve decidere se può processare un individuo che, al momento dell’incriminazione, era riconosciuto da molti Paesi (ma non dagli USA) come capo di Stato in carica. L’esito non è scontato, ma date le premesse (precedente Noriega e deference all’esecutivo), è prevedibile che la corte statunitense dichiarerebbe non applicabile l’immunità in base alla posizione ufficiale del governo USA (Bloomberg Law 2026).
Un’altra questione di diritto internazionale è la violazione della sovranità e del principio di non-ingerenza. L’atto d’accusa di per sé è un documento giudiziario e non costituisce uso della forza; tuttavia, per dare esecuzione a un’eventuale cattura di Maduro, gli Stati Uniti sono ricorsi (nello scenario di gennaio 2026) a un’operazione militare unilaterale sul territorio venezuelano – un’azione che, in assenza di consenso o mandato ONU, configura una violazione dell’Art. 2(4) della Carta ONU (divieto di minaccia o uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di uno Stato).
Gli attacchi aerei USA contro difese antiaeree venezuelane e il raid delle forze speciali a Caracas per prelevare Maduro, riportati dalle fonti di stampa, costituiscono chiaramente un uso della forza non autorizzato (Reuters 2026). Gli Stati Uniti hanno cercato di giustificare tale operazione come misura di “autodifesa” nell’ambito della dottrina della guerra preventiva al narcotraffico – terrorismo: esponenti dell’amministrazione hanno accennato al fatto che l’azione rientrerebbe nei poteri costituzionali del Presidente di proteggere il popolo americano da attacchi imminenti (Bloomberg Law 2026).
Tuttavia questa giustificazione appare debole secondo la maggioranza degli osservatori legali, poiché il narcotraffico, pur gravissimo, non equivale a un attacco armato immediato che giustifichi l’autodifesa militare. Di conseguenza, la comunità internazionale – inclusi alcuni partner europei e latinoamericani degli USA – ha percepito la cattura forzata di Maduro come un atto di ingerenza e un precedente destabilizzante. Alcuni analisti (es. Just Security, The New Yorker) hanno definito l’operazione “clamorosamente illegale” sul piano internazionale, paragonandola a un rapimento extraterritoriale degno di epoche passate.
Ciononostante, occorre evidenziare che eventuali violazioni del diritto internazionale pubblico non offrono, nel sistema giuridico USA, una difesa valida per l’imputato in un procedimento penale. La giurisprudenza americana (caso Noriega, ma anche Alvarez-Machain) è chiara: il modo in cui un imputato viene portato davanti alla corte (anche se tramite extraordinary rendition o uso della forza) non inficia la giurisdizione né il procedimento penale, a meno che non vi siano trattati specifici violati con clausole di giurisdizione esclusiva.
In altre parole, starà alla sfera politica dirimere se gli USA abbiano violato la Carta ONU, ma il giudizio penale negli USA andrà avanti comunque.
Questo è noto come dottrina Ker-Frisbie, secondo cui neanche un rapimento internazionale illegale toglie potere alla corte di giudicare un imputato presente in aula (Bloomberg Law 2026). Il tribunale nel caso Noriega rigettò espressamente l’argomento che la violazione della sovranità panamense (invasione USA del 1989) impedisse il processo, e la Corte d’Appello confermò che anche un’ipotetica violazione del diritto internazionale non costituiva motivo per annullare il procedimento penale federale (Ker-Frisbie doctrine; U.S. 11th Circuit, 1997). Pertanto, qualora Maduro venga processato a New York, non potrà far valere davanti al giudice l’illegittimità dell’azione militare USA in sé; potrà tutt’al più contestarla sul piano politico e diplomatico.
In definitiva, l’atto d’accusa contro Maduro si muove in una zona grigia fra legalità domestica e legalità internazionale. Dal lato domestico USA, l’operazione ha un fondamento giuridico interno robusto: il Congresso ha criminalizzato le condotte imputate anche se commesse all’estero, e l’Esecutivo ha creato le premesse (non-riconoscimento) per aggirare l’ostacolo dell’immunità. Dal lato del diritto internazionale, invece, l’intera vicenda sfida principi consolidati di sovranità statale e immunità dei vertici di Stato.
Ciò ha implicazioni geopolitiche di vasta portata: altri governi autoritari potrebbero temere di diventare bersagli simili (mettendo in forse prassi diplomatiche di immunità e asilo), mentre i sostenitori dell’ordine internazionale basato sulle regole vedono il rischio di indebolire il divieto dell’uso della forza e di aprire a una stagione di azioni unilaterali giustificate dal paradigma della “guerra alla droga/terrorismo”.
Non a caso, l’Organizzazione degli Stati Americani si è spaccata: il suo Segretario Generale Luis Almagro (vicino alla linea USA) nel 2020 applaudì le incriminazioni definendole “un passo necessario per combattere l’impunità” del regime Maduro, ma vari Stati membri dell’OAS – pur critici verso Maduro – temono ora le conseguenze di un intervento così duro e hanno insistito sulla necessità di elezioni libere come soluzione, anziché imposizioni dall’esterno.
La vicenda dell’accusa e cattura di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti si colloca in un contesto geopolitico altamente sensibile e può generare conseguenze di ampio raggio, sia all’interno del Venezuela sia a livello regionale e globale. In Venezuela, la rimozione forzata di Maduro 6 ha prodotto inizialmente un mix di caos istituzionale e vuoto di potere. Nelle ore successive al blitz americano, figure di spicco del regime – come Diosdado Cabello e Delcy Rodríguez – hanno cercato di mostrare compattezza, definendo l’operazione un “kidnapping” e proclamando la continuità del governo bolivariano senza Maduro (Reuters 2026).
Tuttavia, è innegabile che l’assetto interno sia stato scosso: l’assenza del leader supremo ha aperto la strada a lotte di fazione nel gruppo al potere e ha esacerbato l’insicurezza tra la popolazione. Nonostante la repressione interna e gli appelli alla calma, il clima è di forte incertezza e instabilità. Gli esperti prevedono che ciò potrebbe portare a un peggioramento della già grave crisi umanitaria, con un ulteriore esodo di massa di cittadini venezuelani verso i paesi confinanti (Colombia, Brasile e oltre). Stimare gli effetti quantitativi è difficile, ma alcuni analisti ipotizzano un aumento dei flussi migratori nell’ordine del 25–35% nel corso di un anno rispetto ai livelli già elevati (ipotesi supportata da scenari UNHCR).
Ciò significherebbe centinaia di migliaia di nuovi rifugiati, mettendo sotto pressione i sistemi di accoglienza dei paesi limitrofi. In particolare la Colombia – già destinazione di oltre 2 milioni di migranti venezuelani negli ultimi anni – potrebbe vedere intensificarsi gli attraversamenti di confine irregolari, specie se in Venezuela dovessero esplodere conflitti tra fazioni armate (Mearsheimer 2001; Reuters 2026).
Sul piano della sicurezza regionale, l’operazione statunitense ha implicazioni ambivalenti. Da un lato, rimuovendo Maduro, gli USA hanno eliminato un punto di snodo per gruppi armati e reti criminali. Il regime chavista forniva rifugio a guerriglie come l’ELN e a frange dissidenti delle FARC, oltre ad essere collegato ai cartelli della droga: la sua caduta forzata potrebbe indebolire questi attori, almeno temporaneamente, e interrompere alcune rotte di narcotraffico (si pensi alle forniture di cocaina via Venezuela). In teoria, ciò potrebbe giovare alla stabilità di paesi come la Colombia, riducendo la capacità operativa di quei gruppi sul loro territorio. D’altro canto, l’ingerenza esterna potrebbe spingere quelle stesse guerriglie a radicalizzarsi ulteriormente o a ricompattarsi contro un nemico comune percepito – la presenza americana. L’ELN, ad esempio, ha già condannato l’“aggressione imperialista” e potrebbe intensificare attentati o sequestri in segno di ritorsione.
Anche i cartelli messicani (Sinaloa e altri), pur più lontani geograficamente, guardano con preoccupazione al precedente: la designazione come terroristi e la cattura di un capo di Stato sudamericano segnalano che Washington è disposta ad usare strumenti di guerra non convenzionale nella guerra alla droga. Questo potrebbe spingerli ad essere più cauti nei movimenti, ma anche ad armarsi maggiormente temendo analoghe operazioni speciali contro di loro.
Dal punto di vista della diplomazia nell’emisfero occidentale, la mossa degli Stati Uniti probabilmente rafforzerà il loro peso a breve-medio termine. Molti governi delle Americhe che finora avevano mantenuto posizioni attendiste verso la crisi venezuelana potrebbero allinearsi maggiormente alla linea dura di Washington ora che Maduro non è più al potere. Ad esempio, alcuni Stati caraibici e centroamericani, tradizionalmente beneficiari del petrolio venezuelano o neutrali, potrebbero riconoscere formalmente le figure dell’opposizione democratica come legittimi rappresentanti del Venezuela, una volta che gli USA favoriranno un governo di transizione.
Si ipotizza che almeno 4–5 Paesi membri dell’OAS (Organizzazione degli Stati Americani) che non avevano aderito al riconoscimento di Guaidó in passato potrebbero adesso cambiare posizione, vedendo il vento girare a favore di un nuovo corso venezuelano filo-occidentale.
In parallelo, gli Stati Uniti – con il controllo di fatto del paese nel periodo di transizione, stando alle dichiarazioni del presidente Trump – avranno la leva per imporre una più stretta osservanza delle sanzioni contro esponenti del vecchio regime. Già prima, alcuni governi o aziende talvolta aggiravano le sanzioni per motivi economici; ora, con Washington sul terreno, la pressione per conformarsi sarà altissima. Ciò vale sia per i vicini latini, sia per attori extra-regionali: ad esempio, paesi come Turchia o Emirati (coinvolti nell’oro venezuelano) dovranno rivedere i loro calcoli.
Allo stesso tempo, è inevitabile che l’azione unilaterale USA provochi tensioni con potenze globali. La Russia e la Cina, partner chiave di Maduro, hanno non solo perso un alleato strategico, ma vedono un loro investimento geopolitico (miliardi in prestiti, contratti petroliferi, basi d’influenza) messo a repentaglio. Hanno già reagito con dure proteste diplomatiche: Mosca parla di “precedente gravissimo” e ha chiesto una riunione del Consiglio di Sicurezza ONU, anche se ogni risoluzione di condanna sarebbe bloccata dal veto americano. Pechino, dal canto suo, è preoccupata soprattutto per i propri crediti e concessioni energetiche in Venezuela: potrebbe esigere garanzie al nuovo assetto o, in assenza di queste, porre un freno alla cooperazione su altri dossier globali come ritorsione verso Washington. L’Iran, altro alleato di Caracas, condanna l’operazione come “pirateria internazionale” e potrebbe alimentare narrative anti-USA.
Tuttavia, nessuna di queste potenze è in posizione di contrapporre più che parole agli Stati Uniti nell’emisfero occidentale; il messaggio deterrente lanciato da Washington – che è pronta a intervenire anche militarmente contro regimi percepiti come minacce criminose – potrebbe far riflettere altri governi isolati della regione (si pensi a Nicaragua o Cuba), sebbene il contesto di ciascuno sia diverso.
In prospettiva storica e normativa, l’abbattimento del “muro” dell’immunità per Maduro potrebbe avere conseguenze interessanti: da un lato, conferma la tendenza inaugurata dai tribunali internazionali (es. l’ICTY per Milošević, la Corte penale internazionale per al-Bashir) di ritenere i capi di Stato responsabili dei crimini gravi, erodendo l’antica impunità sovrana. In questo senso, pur trattandosi di un’azione unilaterale e non di giustizia internazionale consensuale, il caso Maduro si inserisce nel paradigma della “giustizia senza frontiere” per governanti accusati di atrocità o, in questo caso, di narcotraffico su scala internazionale (ICTY 2006).
Dall’altro lato, il modo in cui è avvenuta – con un’operazione militare preventiva – pone la questione della legalità dei mezzi: mentre Milošević fu consegnato al tribunale dall’autorità nazionale post-rivoluzione e Noriega fu catturato in un contesto bellico contro Panama, nel 2026 gli USA hanno agito senza alcuna copertura se non la propria dottrina.
Questo alimenterà un dibattito dottrinale e politico sull’equilibrio tra l’esigenza di perseguire crimini transnazionali e il rispetto della sovranità. Paesi del cosiddetto Sud globale potrebbero temere un ritorno a pratiche interventiste giustificate dall’etichetta del “narcoterrorismo”, e proporre in sede ONU misure per rafforzare il divieto di tali azioni.
Al contempo, se il Venezuela post-Maduro dovesse imboccare la strada della democrazia e della ripresa, gli Stati Uniti potranno rivendicare la riuscita della loro “dottrina Noriega 2.0”, sostenendo che l’intervento armato contro un regime criminale ha portato benefici a lungo termine al paese liberato e alla stabilità regionale (Ropp 1992; Nogacki 2026).
In definitiva, l’evoluzione geopolitica post-cattura di Maduro sarà un banco di prova delle assertive politiche statunitensi nell’era contemporanea e offrirà indicazioni sull’efficacia – o i limiti – dell’uso della forza per affrontare crisi generate da regimi criminalizzati.
Bibliografia
• Atlantic Council (2026). Experts react: The US just captured Maduro. What’s next for Venezuela? (Forum di analisi, 4 gennaio 2026).
• Bloomberg Law – Monyak, S. & Wise, J. (2026). “Maduro Capture Unlikely to Hinder US Prosecution, Experts Say”. Bloomberg Law, 3 gennaio 2026.
• Department of Justice (USA) (2020). Press Release: “Nicolás Maduro Moros and 14 Venezuelan Officials Charged with Narco-Terrorism, Corruption, Drug Trafficking and Other Criminal Charges”. U.S. DOJ – Office of Public Affairs, 26 marzo 2020.
• EveryCRSReport (2020). Extraterritorial Application of American Criminal Law (CRS Report R45618, Congressional Research Service).
• ICTY – International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia (2006). Annual Report of the ICTY, 2006 (UN Doc. A/61/271) e documenti relativi al caso Milošević.
• Mearsheimer, J.J. (2001). The Tragedy of Great Power Politics. New York: W.W. Norton & Co.
• Nogacki, R. (2026). “The Cartel of the Suns Faces American Justice: A Legal Analysis of United States v. Nicolás Maduro”. Skarbiec Law Firm (Poland), 4 gennaio 2026.
• Ropp, S.C. (1992). “Explaining the Long-Term Maintenance of a Military Regime: Panama Before the U.S. Invasion”. World Politics, vol. 44, no. 2, pp. 210–234.
• Reuters (2026). “Venezuela’s interim government says it remains united behind Maduro after his U.S. capture”. Reuters World News, 4 gennaio 2026.
• U.S. Department of State (2025). “Designation of International Cartels as Foreign Terrorist Organizations”. Press Statement, 18 marzo 2025 (designazioni FTO di Sinaloa Cartel, CJNG, Tren de Aragua, MS-13, ecc.).
• U.S. Department of the Treasury – OFAC (2025). Press Release: “Treasury Sanctions Venezuelan Cartel de los Soles and Tren de Aragua as Global Terrorist Organizations”. Washington, DC, marzo 2025.
• United States Code. 21 U.S.C. §§ 952, 959, 960, 960a, 963 (Controlled Substances Act & extraterritorial provisions); 18 U.S.C. §§ 924(c), 924(o), 3238 (firearms offenses & venue for offenses outside U.S.).