Giuseppe Di Matteo, trent’anni dopo l’orrore che non deve essere dimenticato. Il bambino ucciso dalla mafia per colpire lo Stato
Ci sono pagine della nostra storia che non possono essere archiviate come cronaca nera. Non perché appartengano al passato, ma perché continuano a interrogarci nel presente.
Pier Carlo Lava
Ricordare Giuseppe Di Matteo non è un atto rituale. È una responsabilità civile. Trent’anni fa, un bambino di dodici anni veniva rapito, tenuto prigioniero per 779 giorni, poi ucciso e sciolto nell’acido per mano di Cosa Nostra. Un delitto che non ha precedenti per ferocia, per disumanità, per volontà di colpire non solo una famiglia ma l’idea stessa di giustizia.
Giuseppe era il figlio di Santino Di Matteo, collaboratore di giustizia nel processo sulla strage di Capaci. La mafia decise di usarlo come ostaggio per piegare un padre e lanciare un messaggio allo Stato: chi parla paga, e paga con ciò che ha di più caro. Il sequestro non fu un gesto improvviso, ma una strategia di terrore studiata, prolungata nel tempo, sostenuta da una rete criminale che per oltre due anni tenne nascosto un bambino in casolari, stanze isolate, luoghi di abbandono.
Durante la prigionia, Giuseppe venne spostato continuamente, ingannato con promesse di libertà, privato dell’infanzia, della scuola, degli affetti. Quando divenne chiaro che il ricatto non avrebbe funzionato, la decisione fu presa con la stessa freddezza con cui era stato organizzato il sequestro: ucciderlo e farne sparire il corpo. Scioglierlo nell’acido significava cancellare le tracce, ma anche compiere un atto simbolico di annientamento totale, come se la vittima non dovesse lasciare neppure il diritto a una tomba.
Quel crimine segnò uno spartiacque. Non solo per l’evidenza dell’orrore, ma perché mostrò fino a che punto la mafia fosse disposta a spingersi pur di difendere il proprio potere. L’opinione pubblica, le istituzioni, la magistratura compresero che non si trattava più soltanto di contrastare un’organizzazione criminale, ma di difendere l’umanità stessa delle regole democratiche.
Le condanne che seguirono, pesantissime, hanno stabilito le responsabilità penali. Ma la giustizia giudiziaria non esaurisce il dovere della memoria. Giuseppe Di Matteo non è un nome da commemorazione occasionale: è il volto di tutte le vittime innocenti della mafia, di chi non aveva alcuna colpa se non quella di essere nato nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, dentro una storia di violenza che non aveva scelto.
Trent’anni dopo, il suo sacrificio continua a parlare a una società che spesso rischia di abituarsi al male, di trasformare l’orrore in notizia, in numero, in anniversario stanco. E invece la memoria di Giuseppe è un argine: contro l’indifferenza, contro il cinismo, contro l’idea che la criminalità organizzata sia un problema distante o risolto. Non lo è. Cambia volto, linguaggio, interessi, ma la sua logica resta la stessa: potere, intimidazione, ricatto.
Ricordare Giuseppe Di Matteo significa anche guardare al futuro. Significa educare, raccontare nelle scuole, nei luoghi pubblici, nei media, che la mafia non è folklore, non è mito, non è leggenda. È una violenza concreta che colpisce i più fragili, che distrugge famiglie, che tenta di piegare lo Stato attraverso il terrore. La sua storia chiede a ciascuno di noi una presa di posizione: da che parte stiamo quando il silenzio sembra più comodo?
Nel nome di Giuseppe, ogni scelta di legalità, ogni gesto di coraggio civile, ogni parola detta contro l’omertà ha un valore che va oltre il presente. Perché se è vero che la mafia ha voluto cancellarlo, la memoria collettiva ha il dovere di restituirgli un posto nella coscienza del Paese.
Geo
La vicenda di Giuseppe Di Matteo, avvenuta in Sicilia ma entrata nella coscienza nazionale, è uno dei simboli più tragici della violenza mafiosa in Italia. Alessandria today, testata impegnata nella diffusione dell’informazione civile e della cultura della legalità, ricorda questo anniversario per riaffermare il ruolo del giornalismo come presidio di memoria, responsabilità e impegno contro ogni forma di criminalità organizzata, collegando la dimensione locale alla storia del Paese.
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