ADRIANA GIOTTI “La signora che sussurra alle Camelie”, recensione di Cinzia Rota. Milano

Non è semplice affrontare un argomento delicato come la perdita, eppure Adriana Giotti lo fa con un tocco di grazia e consapevolezza rara, riempiendolo di poesia, come accade in alcuni rituali del Sud-est asiatico, dove i corpi amati vengono avvolti in veli di fiori, quasi a dirne l’addio con la voce silenziosa della bellezza.
Il suo racconto non urla, sussurra l’intrecciar di vita attraverso passi nella natura, i ricordi si susseguono nel ritmo delle stagioni, fioriscono e si moltiplicano nei germogli, nei rami e nel respiro lento, come lo scorrere naturale dell’esistenza, dove l’amore non finisce ma si trasforma: da presenza viva a radice profonda. Da voce a profumo nell’aria. Da gesto quotidiano a rito eterno.

In questo, Giotti ci offre non solo una storia da leggere, ma un modo diverso di sentire, come se ci prendesse per mano e ci insegnasse a dire addio non con la disperazione, ma con la stessa cura con cui si coltiva un giardino. Con il rispetto del silenzio, con la forza dei piccoli dettagli, con la dolcezza che sopravvive al dolore.
Per omaggiare questa grande e delicata scrittrice, poetessa, ma soprattutto donna, ho deciso di produrre e interpretare il suo racconto insieme ai bravissimi attori e doppiatori Daniela Trevisan e Luca Ciardone. Ascoltate e lasciate sentire la vostra anima…

Cinzia Rota

Luca Ciardo

Daniela Trevisan
LA SIGNORA CHE SUSSURRA ALLE CAMELIE
Racconto di Adriana Giotti
Siamo sposati da più di quarant’anni, ma ci conosciamo da tutta la vita. Abitavamo nello stesso condominio, frequentavamo le stesse scuole, scendevamo insieme in cortile a giocare. Dopo il liceo, io ho scelto l’avvocatura, con l’idea di “cambiare le cose”. Nel lavoro non lascio nulla al caso, ma nel privato detesto pianificare: ho perso entrambi i genitori in un incidente d’auto e ho imparato che la vita segue corsi e traiettorie che nessuno può prevedere. Così prendo le decisioni con leggerezza, come se si trattasse sempre di questioni irrilevanti o di scelte reversibili.
Alfredo ha optato per ingegneria meccanica, in linea con il carattere pragmatico e l’inclinazione a osservare il mondo come un insieme di punti da unire, incognite da calcolare, segmenti che perimetrano qualunque spazio, anche quello interiore. Sono le due qualità che ho sempre ammirato e, forse, invidiato, anche quando ridendo gli auguro di “prendere una botta di vitalità in testa”. Mio marito ha sempre tratto sicurezza dalla stabilità dai gesti, come il rito mattutino che ripete da quasi mezzo secolo: si affaccia sul terrazzo, volge il viso a est per il saluto al sole, una tazza di caffè nella mano sinistra e una fettina di pane imburrato nella destra.
Da giorni era più assorto del solito, ma quella mattina si era accorto della mia presenza solo quando l’avevo stretto da dietro in un abbraccio e avevo appoggiato il viso sulla sua spalla. Lui aveva trattenuto le mie mani tra le sue. Sentivo il tremito della sua schiena. Si era voltato a guardarmi. La sua bocca profumava di caffè. Mi ero alzata sulla punta dei piedi, avevo avvicinato le mie labbra alle sue, gli avevo sussurrato: «Facciamo un cappuccino». Alfredo non era riuscito a trattenere un sorriso. Per un attimo ho rivisto il ragazzino che giocava con me in cortile, che mi difendeva dai ragazzi che non volevano le femmine in campo, e ritornava a casa con i due zaini in spalla.
«Ho deciso di andare in pensione, Elide. Sono stanco di questo panorama, dello sguardo che s’incaglia tra i palazzi, delle finestre che sembrano arnie in cui si consuma la vita di miriadi d’ignavi detenuti.» Sono rimasta in silenzio, non per le parole pronunciate, ma perché Alfredo usava parecchi nomignoli, uno per ogni occasione, per rivolgersi a me, e mi chiamava per nome solo in presenza di estranei o nelle situazioni importanti. Fissavo le labbra e le narici di mio marito, sbiancate nel vano tentativo di controllare l’emozione. Anche lui taceva e io sapevo che sarebbe rimasto in silenzio se lo avessi guardato negli occhi. Ma avrei capito e gli avrei risparmiato la fatica di spiegare. Resistevo al gelo che precede un verdetto e al bisogno di stringerlo a me, e mi ostinavo a osservare il panorama e i palazzi, le arnie umane. La voce di Alfredo era arrivata come una mannaia.
«È tornato, Elide. E questa volta ha steso i tentacoli.»
Non ero pronta. Avrei voluto essere io – Ado – trasformata in statua di sale. Ma ero ancora carne viva e viscere che si contorcevano in spasmi insopportabili. Ho portato le mani al collo, ho spalancato la bocca come per liberarmi dal bolo di domande che ostruiva il passaggio per l’aria. La vista si stemperava nel liquame di dolore e di rabbia, d’impotenza e di stupore: mio marito era una forma indefinita nell’aria, nello sciabordio dell’onda, nella nebbia autunnale.
Alfredo fissava i minuscoli rigagnoli sul mio viso. La sua voce era arrivata come una sentenza inappellabile: «Non voglio più parlarne.»
Non ne abbiamo più parlato, ma lui sapeva che ero in contatto con l’oncologo e con i migliori centri in Italia, e che una copia della sua cartella clinica era giunta all’MD Anderson Cancer Center di Houston.
Sapevo che Alfredo non avrebbe mai accettato di consumare gli ultimi mesi tra ospedali e viaggi della speranza. Ed entrambi sapevamo che non avremmo fatto in tempo a trasferirci in campagna.
Dopo la morte di Alfredo, ho messo in vendita la casa. Ai figli, che mi chiedevano come potessi disfarmi di quelle mura piene di ricordi, rispondevo che non sopportavo che lo sguardo s’incastrasse tra i palazzi e gli uffici che rapinano la vita di miriadi d’ignavi detenuti. Mio figlio Marco ha sorriso (somiglia in modo impressionante al ragazzino che portava in spalla anche il mio zaino), Alberto mi ha sorpreso con una carezza, Marianna mi ha preso la mano: «Cominci a parlare e a pensare come papà.» È stato il più bel complimento ricevuto in tutta la mia vita.
Mi sono trasferita in campagna, nel rustico che Alfredo mi ha regalato per il venticinquesimo anniversario di nozze. All’inizio detestavo la costruzione in pietra, ma ho sempre amato il magnifico panorama sul declino dei campi, il bosco che si staglia sullo sfondo, sotto la cinta di monti che separano la campagna dal mare. Adoro il portico su tre lati della casa, il tetto con le travi in noce a vista, il pavimento in cotto, e il camino a legna con i fianchi di travertino bocciardato, che sorreggono la mensola di pietra lavica.
Ogni mattina spalanco l’uscio, perlustro il giardino, con una tazza di caffelatte in mano e una fetta di pane imburrato. Ho imparato a salutare il sole e il nuovo giorno.
I piccoli cambiamenti del frutteto e dell’orto sono quasi impercettibili, ma quando siedo sul dondolo e osservo l’insieme, scopro che la natura è la più solerte e instancabile creatrice.
È l’annata di carico degli ulivi. I rami più esili si piegano sotto il peso dei frutti in un galante inchino a madre terra. Respiro a pieni polmoni per fermare il dolore, la furiosa cavalcata sul mio petto, sulle tempie. A volte mi sembra di avvertire nell’aria il profumo del pane appena sfornato, del burro, l’odore di Alfredo, il suo alito di caffè.
Alfredo ha piantato gli alberi in giardino, seguendo un ordine preciso. Ogni volta che rientrava da un viaggio di lavoro mi portava in dono un omaggio floreale. Il pompelmo viene dalla Florida, è un alberello solitario, che compensa la bassa statura con rami robusti da cui pendono sfere verde smeraldo, schiacciate ai poli, che catturano i raggi solari e diventano a loro volta piccole stelle. Alfredo raccoglieva i frutti e ne aggiungeva il succo e dei pezzetti all’insalata di gamberi o ne ricavava una marmellata deliziosa. Quest’ibrido sempreverde mi ricorda la telefonata di Alfredo da Tampa. Per imprecisati motivi era costretto al rinvio del rientro in Italia. Avevo riconosciuto a fatica la voce di mio marito, il respiro corto smozzava le parole in un flebile balbettio. La telefonata era durata pochi secondi. Avevo chiamato il servizio telefonico: ero sicura che il numero non fosse quello dell’albergo in cui soggiornava Alfredo, ma mai avrei immaginato che corrispondesse al centralino del Tampa General Hospital. Avevo chiamato e una voce dal tono professionale e quasi meccanico mi aveva informato che mio marito era ricoverato per il morso di un cottonmouth. Non era più in pericolo di vita, ma non sarebbe stato dimesso prima di tre o quattro giorni. Al rientro in Italia Alfredo aveva piantato il pompelmo in giardino e lo aveva ribattezzato il “monito” a non sprecare la vita, a non dare mai nulla per scontato.
La coppia di callistèmon viene dall’Australia. Alfredo amava gli scovoli che gli ricordavano l’infanzia dei figli, i biberon che lavavamo dopo ogni poppata.
Le siepi di lavanda e il glicine sono figlie della Provenza. In estate i fiori tappezzano il giardino terrazzato sul retro della casa. Sono un regalo di “Alfredo il grande”, mio suocero, esperto botanico, che si divertiva a raccontare come aveva conquistato l’amour con le piante.
La yucca rostrata è un souvenir del Texas, svetta all’angolo del giardino con il fusto legnoso da cui si dipartono tre tronchi che sfociano in folti ciuffi di foglie spesse e tigliose, che sfidano senza danno la pioggia e il vento. Alfredo la chiamava la faretra della natura, per le foglie a forma di lance. Io l’ho cinta di mirto sui fianchi, per addolcirne l’aspetto, per ricordarmi che l’amore è più forte della morte. Quando le bacche maturano, le raccolgo e ne ricavo un delizioso liquore e un olio speziato. La photinia red robin ha fatto un lungo viaggio dai boschi dell’Himalaia per arrivare sin qui. Ora si stende per oltre dieci metri e la sua fioritura è gloriosamente celebrata dal ronzio di miriadi di laboriosi insetti. L’angolo più bello del giardino è quello che Alfredo chiamava il Gekijō delle camelie. È lì che ha chiesto a me e ai nostri figli di spargere le sue ceneri.
Non capivo la passione di Alfredo per le piante, e perché ripetesse spesso che sono il calendario del tempo, del sole e delle fasi lunari, il dono più prezioso della natura, il simbolo della bellezza, la vittoria della vita sulla morte, la prova che ogni cosa, ogni creatura è destinata a durare in eterno.
Ora osservo la potenza della rinascita, il potere della natura e della vita. E sorrido quando i miei figli mi sorprendono china a parlare con i fiori e mi chiamano “La signora che sussurra alle camelie”.
***
“C’è un linguaggio silenzioso che solo i fiori conoscono: quello di chi sopravvive coltivando la memoria, un petalo alla volta.”
Parola di Creativa!
Cinzia Rota, Milano 25/06/2025
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