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Daniele Borioli

Lunedì 18 ottobre, ore 16 ca.

L’Italia è un Paese dove restano sicuramente resistenti e insidiose le incrostazioni del fascismo, che qui ha avuto le sue radici storiche, e che oggi prova a rialzare la testa, sia in forme più marcatamente nostalgiche sul piano della simbologia, sia in versioni maggiormente plasmate dall’immaginario contemporaneo. Ma l’Italia è anche un Paese che, evidentemente, conserva seppure talvolta in un modo dormiente, che può apparire flebile e distratto, una salda memoria di cosa è stata l’esperienza storica della dittatura nera, della tragica alleanza con il nazismo, della persecuzione nei confronti degli ebrei, della disastrosa avventura bellica. E quando il fascismo prova a compiere un salto di qualità eversivo, risponde compattandosi sui valori della democrazia.

Naturalmente, non solo questa è la ragione del successo del centrosinistra a questa tornata amministrativa, che pare confermarsi ai ballottaggi con ancora maggiore solidità rispetto al primo turno. Ma è sicuramente anche questa. Più o meno consapevolmente, perché anche su questo viene da interrogarsi, l’aggressione di Forza Nuova alla sede della CGIL, ha fatto da positivo elastico ai sindaci del centrosinistra impegnati nei ballottaggi, lanciandoli verso una vittoria molto netta nelle due principali città, Roma e Torino, il cui risultato era particolarmente atteso quale indicatore dirimente, anche simbolico, nel sentenziare lo status di vincitori e vinti. Replicata anche, con ragionevole probabilità (scrivo queste righe a spoglio ancora in corso e quindi con un certo “sprezzo del pericolo”), in quasi tutte le città capoluogo di Provincia.

L’unica rimarchevole eccezione che pare profilarsi è, forse non a caso, quella di Trieste, che nonostante l’ottimo candidato del centrosinistra, Francesco Russo, sembra destinata a rimanere in mano alle destre, seppure in forza di un distacco che al ballottaggio si assottiglia di molto rispetto al primo turno. Non a caso Trieste: forse perché lì le destre hanno affidato le proprie sorti a un sindaco uscente supercollaudato come Roberto Piazza; forse perché la destra può contare nel capoluogo del Friuli-Venezia-Giulia su un radicamento di lungo periodo, legato alla complessa vicenda storica e identitaria dell’estremo Nord-Est; forse ancora perché sul quel voto locale possono aver inciso le tensioni determinate dalle proteste dei portuali e del mondo del trasporto, esplose proprio a ridosso del turno elettorale.

Martedì, 19 ottobre, ore 10 ca.

Confermo gran parte delle brevi “note a caldo”, che ieri avevo cominciato a stendere per “Appunti”, in commento ai risultati dei ballottaggi. Con qualche emendamento: anche a Trieste il centrosinistra ha sfiorato il colpaccio, con Francesco Russo: il che dice molto sia dell’ottima qualità dello sfidante sia dell’estrema fatica con la quale le destre riescono a confermarsi in talune delle loro roccaforti.

Ad arricchimento delle cose già anticipate ieri, va registrato che i risultati di Roma e Torino sono di proporzione trionfale e smentiscono anch’essi la vulgata delle previsioni che volevano quelle sfide aperte e incerte. Trionfale e per diversi aspetti clamoroso il risultato della capitale, dove Gualtieri era stato sopravanzato al primo turno dallo sfidante, e dove è finita come sappiamo. Atteso ma comunque trionfale l’esito di Torino, dove diversi bookmakers attribuivano allo sfidante Damilano (in effetti un buon candidato) grandi chances di rimonta.

Già così, con cinque capoluoghi di regione su sei conquistati, sarebbe stato se non un cappotto un trench di ottima fattura. Ma nel mio anticipato e “spregiudicato” primo commento di ieri, ancora non potevo tenere conto dei risultati delle altre città di media grandezza impegnate nel turno di ballottaggio.

Savona passa di mano, dalla destra al centrosinistra, con larghissimo margine. A Varese, l’uscente di centrosinistra si conferma: e Varese ha sempre, per la destra in particolare leghista, un alto valore simbolico. Rivince a Latina il centrosinistra, dove le destre volevano intitolare la piazza al fratello di Mussolini. Si riconferma il centrosinistra anche a Isernia e Caserta. E vince a Cosenza, dove l’amministrazione uscente era civica, ma con ascendente a destra, nel nome dell’appena eletto presidente della Regione Calabria. Unica anomalia, Benevento, dove si riafferma Clemente Mastella, diventato da un po’ di anni “civico”, dopo un lungo pellegrinaggio nei derivati post-democristiani. Lungo un percorso politico-coniugale che non vorrei essere “inclemente” nel definire come un vero e proprio case study sull’originale virtù di certa politica italiana nell’applicare a se stessa la famosa affermazione di Lavoisier: “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”.

Verranno messi in ordine, nei prossimi giorni, i risultati dei centri minori, alcuni dei quali di indubbia importanza. Ma questo non modificherà la sostanza e l’immagine che questo turno elettorale restituisce, con una destra in affanno, che sembra aver esaurito la spinta propulsiva legata al cavalcare, nel caso di Fratelli d’Italia, l’onda della protesta di piazza, o al giocare la parte, nel caso della Lega, del partito di “lotta e di governo”, in un’affannosa rincorsa dell’ascendente alleato-rivale, che alla fine ha trascinato entrambi ad afferrare un pugno di mosche.

Per la destra queste elezioni aprono inevitabilmente un calvario di tensioni e discussioni interne. Le vicende di queste settimane, con il culmine emotivo determinato dall’assalto fascista alla CGIL, hanno reso evidente che l’occhieggiare alle spinte nazionaliste più estreme, l’accucciarsi all’ombra delle piazze no-vax e no-gree pass, il tenere una furbesca ambiguità nei confronti delle frange fasciste ed estremiste e delle loro azioni, condannate formalmente ma al tempo stesso aggirate con artifici volti a scaricare su altri le responsabilità (la ministra dell’Interno che non fa, la sinistra che non condanna abbastanza i no-tav), non paga. E si paga. In un paese, che certo non guarda per vocazione a sinistra. Ma che non vuole una destra così: sguaiata, orientata al modello di Polonia e Ungheria, in sostanza antieuropea.

Una destra così, ha ragione Berlusconi, potrà forse continuare a prendere a lungo molti consensi, ma difficilmente avrà mai i numeri, e l’affidabilità agli occhi dei cittadini italiani, per guidare il governo del Paese. Cosa succederà in quel campo, dopo la dura sconfitta di questa quindicina, è molto difficile dire: dobbiamo attenderci una svolta moderata di Salvini e Meloni? O una scomposizione del campo e, magari, il passaggio di una parte di esso nel campo opposto? Oppure ancora il costituirsi di un campo intermedio, che tenga insieme magari per un periodo transitorio, i raggruppamenti liberal-liberisti del centrodestra e quelli del centrosinistra?

Le elezioni ci restituiscono anche più di un’incognita sul futuro del M5S. Che esce anch’esso piuttosto male dal turno elettorale, conquistando solo qualche sporadica riconferma. E’ possibile, nel breve periodo, che la sconfitta pesante incassata a queste amministrative produca tensioni e incertezze circa la linea da tenere nei prossimi mesi e nei prossimi anni. L’alleanza con il Partito Democratico rimarrà l’asse portante della politica di Conte, o si tradurrà in uno stop difensivo? Non sono certo io a dover dare consigli al Movimento, ma io credo che quello sarebbe un errore.

E’ vero, infatti, che i 5S escono male da questo passaggio. Ma è vero anche che la ragione può ben essere ricercata altrove: l’alleanza con il PD e il centrosinistra è stata parziale, e ha escluso situazioni di primaria importanza come Roma e Torino. E in una partita in cui, anche simbolicamente, le amministrative mettevano in gioco l’opportunità di contenere e far arretrare nel Paese il “vento” delle destre, non è fuor di luogo pensare che una parte significativa degli elettori dei 5S provenienti dalla sinistra abbia ritenuto utile concentrare il proprio consenso sull’attore reputato maggiormente in grado di arrestare quel “vento”. E’ auspicabile che Conte insieme ai più responsabili del gruppo dirigente pentastellato, sappia leggere con lucidità l’azione che questo fattore può aver svolto e interpretarlo, invece, come una spinta a procedere nella direzione adottata a Napoli e in altri luoghi, in cui nell’alleanza con il centrosinistra ha dato buoni frutti.

L’esperienza delle sindache di Roma e Torino, Raggi e Appendino, segnava per la leadership del M5S un punto anche identitario di difficile aggiramento e archiviazione, prima del giudizio affidato al corpo elettorale. Così come di difficile proposizione sarebbe stata da parte del PD un’alleanza organica con chi, lungo i cinque anni precedenti, era stato oggetto di un’opposizione durissima. Ora quella partita è chiusa e occorre, per il bene del Paese, aprirne un’altra. Tocca ai 5S non cadere nella sindrome della frustrazione. Ma tocca anche ai democratici, e in particolare ai loro sindaci, aprire le porte a una stagione di confronto costruttivo con le donne e gli uomini del movimento, presenti nelle consigliature che ora si aprono e nei gruppi dirigenti locali. Anche in questo frangente, come è stato in diversi momenti nella storia d’Italia, saranno i comuni a poter essere decisivi fecondatori di una nuova stagione politica.

Lungo questa strada, che ora si comincia a intravedere, con le sue curve strette e le buche insidiose, ma anche con le buone mete verso cui è sperabile ci possano condurre, comincia il cammino verso l’elezione del Presidente della Repubblica e verso le successive elezioni politiche. Torneremo in un altro momento a riflettere su questi due cruciali passaggi.

Ciò che diventa sempre meno rinviabile, giacché parliamo di sindaci e amministrative, è ragionare su Alessandria, che tra una manciata di mesi andrà al voto per eleggere il nuovo sindaco. Le considerazioni sulle alleanze da mettere in atto non si discostano dal ragionamento svolto in questo mio modesto contributo. Ci stanno lavorando, in primo luogo nel Partito Democratico, coloro che hanno titolo per farlo. E’ evidente, tuttavia, che i pur importanti incontri tra i vertici delle forze politiche locali non bastano a smuovere la sensazione di un ristagno complessivo della città, nell’inerzia del declino che l’ha investita negli ultimi anni.

L’elenco delle “cose” da dire e da fare è lunghissimo, ma ne bastano alcune per dare l’idea del sottotono in cui Alessandria langue. Del nuovo ospedale e della riorganizzazione intorno al capoluogo del sistema socio-sanitario provinciale si parla sporadicamente a spizzichi, senza che emergano un progetto e una volontà condivisa d’azione. La stazione ferroviaria e lo scalo merci, che facevano di Alessandria il “cuore” del triangolo industriale, giacciono in un desolante abbandono, che ha da tempo trasformato quel cuore in una triste “periferia del Nord-Ovest”, con traffici marginali di persone e merci. La sede alessandrina dell’Università “Avogadro” si profila, in modo sempre più marcato come la “Cenerentola” dell’ateneo tripolare. Il teatro comunale, giace ormai da anni come un gigante più morto che dormiente, privo di un qualsivoglia progetto serio di riapertura e, nel contempo, sfumata senza neppure averci provato la possibilità di portare ad Alessandria la biblioteca di Umberto Eco”, neppure si intravede il disegno di mettere a fattor comune le moltissime opere d’arte di pregio, disperse in diversi contenitori cittadini, al fine di costituire una pinacoteca (o una quadreria) cittadina in grado di esercitare richiamo. La Cittadella, su cui pure il Ministro dei Beni Culturali aveva stanziato risorse ingenti, per ragioni a me incomprensibili, è stata in sostanza lasciata a “bagnomaria”: un po’ di manutenzione (e meno male!) così da consentirne una sporadica fruizione e poco d’altro. Il polo industriale di Spinetta, che ha dato negli anni molta occupazione ma ha anche generato cospicui problemi ambientali, segue il suo corso di aggiustamento a piccoli passi, senza che emerga un disegno da parte degli attori politici locali volto a farne oggetto di un progetto strategico su scala nazionale, collocabile nel processo generale di riconversione green dei processi produttivi.

L’elenco potrebbe proseguire, ma ce n’è già abbastanza. Forse è persino troppo. Ma le elezioni, anche e soprattutto ad Alessandria, dove è possibile spiri il “vento di Novara”, dove le destre hanno vinto al primo turno, quindici giorni fa, con il 70%, occorre qualcosa di più di uno schema di alleanza. Occorre un coinvolgimento ampio di forze sociali, a cominciare da quelle che si muovono nel campo del lavoro e dell’impresa, di cittadinanza attiva o che attende di essere chiamata ad attivarsi, in grado di nutrire la stenta vita politica in cui sonnecchia la città. Su questo fronte, ancora non si vedono segnali, se non quello legato al lavoro puntuale svolto da alcuni dei rappresentanti nelle istituzioni. Che però non basta. C’è ancora tempo. Ma non troppo. Ed è auspicabile che la vittoria di questo turno incoraggi a non perderne più.

Alessandria, 19 ottobre 2021