Vi era un tempo una grande squadra calcistica, una delle migliori d’ogni epoca, formata da gagliardi giovani ispirati da amicizia e coesione.
Vi era un tempo una città dal passato illustre, che si rifletteva in questa formazione mitica, e l’una era degna dell’altra.
Vi era un tempo nel quale si voleva dimenticare la guerra e le sue atrocità, e ricostruire da quelle macerie materiali e morali.
E come la città, profanata dai bombardamenti si rimboccava le maniche con la forza dei giusti, così il Grande Torino correva sul campo.
Il dopaggio era l’entusiasmo e l’onestà arginava la corruzione in quell’età nella quale il calcio era splendidamente diverso da oggi.
Quel 4 maggio del 1949 fu tragico: nebbia, stanchezza, strumenti di bordo e l’ineluttabilità del destino si allearono per ordire l’irreparabile.
La dea Fortuna quel giorno si mise due bende sugli occhi e nella sua cecità decretò la tragedia, trentun innocenti cessarono di vivere.
L’aereo si schiantò a Superga, il colle caro ai torinesi ma che li tradì in quel ferale evento, frantumando sogni di gloria.
La dea Fortuna tolse loro la vita, fugace e illusoria, ma si inchinò vergognosa di fronte al loro grande valore, imperituro e vero.
Un sipario calò sul Grande Torino ed un altro si alzò per donarlo all’eternità, nessun torinese e nessun sportivo potrà mai scordarlo.
La parola ‘fine’ fu soppiantata da ‘inizio’, in quanto iniziò un mito che valicherà i secoli e che sarà l’orgoglio dei posteri.

Riedizione di racconti di Ernesto Martinasso pubblicati su Me Piemont.