GUIDO MIANO EDITORE  NOVITÀ EDITORIALE

È uscito il libro di poesie di Adriana Deminicis:

DA UN POEMETTO ALLA LUNA I FIORI DI GELSOMINO

con prefazione di Maria Rizzi

Pubblicata la raccolta poetica dal titolo “Da un Poemetto alla Luna – I fiori di Gelsomino”di Adriana Deminicis, con prefazione di Maria Rizzi, nella prestigiosa collana “Alcyone 2000”, Guido Miano Editore, Milano 2022.

Nell’opera Da un Poemetto alla Luna – I fiori di Gelsomino, Adriana Deminicis, insegnante di Monte Vidon Corrado, in provincia di Fermo,  crea una sorta di romanzo in versi che tocca vette altissime di lirismo e trascina nel suo universo, in apparenza surreale, in realtà quanto mai vicino alla concretezza. Il riferimento Alla luna, l’idillio leopardiano dell’opera I Canti, è inevitabile, tanto più che il poeta di Recanati aveva come tema di fondo il ricordare, ovvero il ‘rimettere nel cuore’, per riferirci al significato etimologico del termine.

L’Autrice sembra impegnarsi nel visitare i territori della memoria e, soprattutto, nel compiere inventari: «Scodinzolando arriva Zoe / con la medaglietta celeste al collo, / decalogo del Pensiero, / decalogo della Parola, / il Gelsomino alla Sera veniva a profumare il Viale, / la Luna e la Vita, / Venere e l’Amore, / gli amici Gabbiani, / la gentilezza del Venditore, / non fu inutile il tuo passaggio Alexander, / il Seme della Giovinezza / […]» (Frammenti di esistere). Il decalogo rappresenta l’insieme dei precetti fondamentali, non necessariamente dieci, a cui attenersi; Zoe è il primo componente, il miracolo poetico del creato che sa e non dice, il suo mondo è tutto nello sguardo; il Gelsomino è un altro protagonista, un diamante nell’oscurità, un battito cardiaco, il più comune ed eccezionale dei fiori che sembra fatto di soffici nuvole. “Regina della notte”, “Luce della luna nel bosco”, così viene chiamata in India questa splendida pianta. Come corrente calda il suo profumo arriva nei meandri dell’anima. La Poetessa l’ha prediletto tra i fiori come il nostro Giovanni Pascoli, che scrisse Il gelsomino notturno e lo inserì nei Canti di Castelvecchio

I riferimenti ai padri della Letteratura evidenziano l’amore della Deminicis per i poeti che sono stati i cardini della nostra storia. Il Poemetto ha carattere di elenco dei personali dettami che danno senso all’esistenza della Nostra. Il dolore sembra non farne parte. «[…] / i fiori non mancavano mai nella caffetteria, / il fiore nasceva come sentimento d’Amore, / ogni qualvolta passava un Cuore colmo d’Amore, / sbocciava un fiore / a ricordare che la Vita è come / un bocciolo, dalla Pianta / si prendevano talee e veniva / così a rigenerarsi la Vita / […]» (La caffetteria). I fiori vengono umanizzati dalla Poetessa e resi parte integrante dell’esistenza. D’altronde se essi non esistessero sul pianeta non ci sarebbe vita. Rappresentano la speranza di un universo puro. 

E nella memoria dell’Autrice si fa riferimento all’effetto biofilia degli alberi e delle piante, che deriva dall’istintiva attrazione di certi individui nei confronti della natura. Tale fenomeno consiste nel riconnettersi con le nostre vere radici, che non crescono nel cemento. La Deminicis scrive: «[…] / la pianta conteneva come il fiore, / una linfa di guarigione / […]» (In attesa della guarigione); i versi sono relativi a un periodo di malattia, infatti nella stessa lirica aggiunge: «[…] / andavo a cercare nei libri antichi /della memoria che dentro di me conservavo / per far venire alla Luce quel medicamento / […]». Il suo rapporto con le piante rappresenta uno dei Mondi, una parte del suo Tutto. Le poesie che si succedono celebrano i legami con l’ulivo, con l’aloe, che testimoniano questa alchimia. Dopo le relazioni con i fiori, l’Autrice considera, proprio come in un romanzo, che a fare da sottofondo al suo testo potrebbero essere i Gabbiani. 

Seguendo un’altra consuetudine cara ai nostri grandi della Letteratura, la Nostra sceglie di definire la propria come Poesia d’Amore e ritiene gli elementi della Natura lo spartito ideale per la sua musica. Scrive versi a più mani con gli inquieti uccelli del mare, con il cielo e con le nuvole. Nella lirica Un’altra storia. Una storia a due mani si ha la sensazione di assistere all’allestimento di una scenografia. Il Poemetto vira, diviene in levare, spalanca le ali al cosmo ed è vicenda di abbraccio universale. L’Autrice percepisce una sorta di alter ego: lei scrive sul foglio, l’altra sé sceglie le note per la melodia del cuore… dove le parole si fermano inizia la sinfonia, ovvero Dio che ricorda che esiste altro in questo mondo. 

E la Poetessa nella sua Ode cambia di colpo registro, si e ci rammenta il Decalogo del pensiero: «[…] / Un vocabolario è costituito da Parole, / metto più Parole insieme e formo un pensiero, / il pensiero può essere scritto, / il pensiero può essere letto. / La Parola trattenuta non è forse sufficiente, / deve essere scritta, deve essere letta / con convinzione, la Parola forse da sola / non è sufficiente, bisogna creare la situazione / di Parola scritta e di Parola letta, / la Parola scritta e parlata, / forse la Parola da sola non è sufficiente, / bisogna creare la Parola scritta e parlata, / deve avvenire in compagnia, / si deve creare un Coro tra persone affini, / aventi lo stesso pensiero, / riunitesi per condividere degli intenti comuni / […]». Trovo vi sia qualcosa di biblico nel modo di enumerare i precetti della Poetessa. Di grande rilievo il potere che attribuisce alla parola. La scrittura è il passaggio del linguaggio dal piano acustico a quello visivo. L’iconismo poetico nasce da una serie di relazioni tra lingua e disegno tramite la scrittura. L’atto dello scrivere è un fatto cinetico, ma una volta scritta, la parola diviene immobile. Se letta è percorsa dall’occhio come un treno percorre i binari, tornando in movimento. Si è soliti dire ‘verba volant, scripta manent’, la parola orale muore appena nata. 

La Deminicis aggiunge l’importanza dell’espressione corale, e nello specifico, mi riferirei al parlare in versi, che consente alle belle parole di divenire linfa vitale per lo sviluppo di relazioni positive e costruttive. La poesia rappresenta la parola dei secoli, di ogni Mondo, per dirla con l’Autrice, di ogni Cielo, e non è direttamente legata alla versificazione. Consiste in ciò che si trova nell’universo, al di qua di quanto ci è permesso di osservare. George Steiner scriveva che «Il linguaggio è una creazione costante di mondi alternativi. L’incertezza di significato è poesia incipiente». 

Il lirismo ci aiuta a compiere un’esperienza irripetibile di libertà, finzione e ritmo e a questo proposito mi sembra il caso di citare i versi della Poetessa: «[…] / Fortunati di poter guardare il Cielo Tutto, / traendone il massimo dei Benefici, / cogliendone tutta la sua Beltà, / all’unisono come parti di un Tutto, / senza differenze nei ruoli svolti, / tutti importanti nell’incastro, / anzi ogni oggetto risultava / come un Tutto unico / […]» (La Luna Piena). Splendida come collana di diamanti questa lirica inneggia al Tutto che permette alla luna di effondere la sua luce nel firmamento. La Poetessa allude alle stelle, placidi occhi di pace, che mirano la terra; sembrano rutilare come in una danza d’amore: si direbbe che riconoscano la voce potente che le creò e intonino un cantico all’eterna sapienza che le ha armonizzate. La Luna, le meteore, anche i pianeti, talvolta visibili dalla terra, e ognuno di essi rappresenta un Mondo, catalogabile tra gli altri universi. 

La nostra Autrice nel suo Poemetto si interroga anche sul dualismo tra corpo e spirito: «[…] / Qual mistero governa questo Corpo / che pian piano abbandona il campo di battaglia / mentre lo Spirito è ancora lì pronto a combattere? / Che dualismo di contraddizione si viene a creare?/ Il Corpo si lacera, diventa brandelli, / mentre lo Spirito vorrebbe sorridere e vivere gaio. / Non c’è un punto invisibile di raccordo? / […]» (Corpo e spirito). Forse l’unico punto di raccordo si potrebbe trovare iniziando a considerarci anime con dei corpi piuttosto che il contrario. L’involucro, destinato a decomporsi, a lasciarci, è il racconto dello spirito. Francesco d’Assisi asseriva che «Frate corpo è la nostra cella e l’anima è l’eremita che vi dimora». Dio ci ha donato le persone fisiche per farne i templi dello spirito e non è detto che sia il corpo a consumarsi, spesso l’anima invecchia prima del tempo. Un dualismo irrisolvibile se non facendo ricorso alla Fede. E leggendo le liriche si ha la convinzione che la Deminicis giunga alla stessa conclusione: «[…] / Auspicavo solo che si elevasse / qualche voce piena di conoscenza Vera, / illuminata dall’Amore che circola / nell’Universo tutto, la chiave era data / dall’Amore, ma solo dall’Amore illuminato / dall’Intelligenza del Cosmo, dal Sapere / e dall’Intelletto, nell’espressione più sublime / […]» (I fiori di Gelsomino).

Si può raggiungere l’uomo solo toccandone le corde interiori, laddove è più insicuro ed è più dolorosa l’incompiutezza. Il linguaggio deve farsi corporeità, parola che trascende se stessa trasfigurandosi in una dimensione ulteriore. Il concetto chiave di questo Canto, che ho definito romanzo in versi resta, a mio umile avviso, l’idea del Tutto, di un’armonia universale che governa i cicli delle piante, dei fiori, della luna e degli astri del firmamento, dei gabbiani e del mare, quindi dell’intera Natura e di noi esseri umani, così caduchi rispetto ai Mondi che si succedono nel creato. Di lirica in lirica sempre più si rivela l’esigenza della Poetessa di un afflato universale, dello slancio d’Amore che la caratterizza e che s’identifica quasi come un richiamo. Solo se riusciremo a vedere il mondo come un tutt’uno nel quale ogni parte riflette la totalità e nel quale la grande bellezza sta nella sua diversità e complementarietà, cominceremo a capire chi siamo. «[…] / Non potevano mancare nella parte / dedicata alla rosa questi versi, / l’Universo me l’aveva ricordato / ed io avevo accolto a braccia aperte / il richiamo» (Santa Rita e le Rose). 

Il giardino dell’esistenza non avrebbe senso senza la rosa, fiore per antonomasia, che sboccia quasi per dare ulteriore senso al suono degli elementi che stanno bene insieme, in concomitanza con «la piccola RosaYasmine», lirica omonima, che la Deminicis vede passare con il suo papà nella carrozzina proprio mentre scrive quest’Opera. Le forze della natura agiscono seguendo un unico spartito, che è compito nostro imparare a leggere. Questo Idillio, composto intingendo l’inchiostro nella conoscenza, nell’aspirazione al Tutto, con la sua incredibile originalità ci dimostra che l’universo non deve essere messo in ordine, in quanto è l’ordine incarnato. Sta a noi trovare il modo di inserirci armoniosamente in esso. La Poetessa ha scoperto il segreto per riuscirci. 

Maria Rizzi 

Adriana Deminicis è nata a Montegiorgio (FM) nel 1958. È docente nella Scuola Secondaria di II grado. Attualmente insegna presso l’I.T.T. Montani Fermo. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Il mio tempo a che ora è arrivato? (2012), Il mio domani non è mai uguale (2013), Oggi così, domani in altro modo (2013), Momenti di vita quotidiana (2013), Quando (2015). È autrice inoltre di alcune poesie pubblicate in diversi volumi antologici.

Adriana Deminicis, Da un Poemetto alla Luna – I fiori di Gelsomino, pref. Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 120, isbn 978-88-31497-32-9, mianoposta@gmail.com.