Aigues Mortes, la strage dei piemontesi 

Me Piemont

Correva l’anno 1893 e il giovane ventenne Tommasino, che viveva in un piccolo paese della Val Maira, si dannava a lavorare per migliorare il magro bilancio famigliare ed alleviare quella che era una vita di stenti.

Suo padre era morto alcuni anni prima di tisi, lasciando la moglie e i cinque figli in condizioni penose; Tommasino, che era il figlio più grande, si sentì quindi in dovere di non risparmiarsi. Ogni soldo guadagnato era per la sua famiglia e per sé nulla si concedeva; era l’unico ragazzo che non frequentava l’osteria del paese.

Avendo sentito parlare delle saline di Aigues Mortes da alcuni uomini che ne discutevano in piazza, si intromise ed apprese quanto segue.

Disse il più anziano “Caro ragazzo, il lavoro nelle saline è ben pagato, in un mese guadagni di più che in sei mesi nelle nostre montagne; ma ricordati che quando i francesi ti pagano bene è perché ti sfruttano più di una bestia, quella gente ci odia e ci tollera soltanto perché loro sono fannulloni e preferiscono giocare alle bocce mentre noi ci rompiamo la schiena.”

“La mia famiglia ha bisogno di soldi e il lavoro non mi spaventa, che altro devo aspettarmi?”

Aggiunse un altro signore, che masticava tabacco “Cosa devi aspettarti? La malaria, aria malsana altro che l’aria buona delle nostre montagne, acqua putrida infestata da serpenti, un caldo reso ancora più insopportabile da una umidità fradicia e gente ignorante e malvagia, che ci sfrutta e ci insulta. Caro Tommasino, io ho lavorato parecchio laggiù e ti garantisco che quello è l’inferno sulla terra.”

Ma Tommasino, che per il bene della propria famiglia avrebbe dato la vita, non si spaventò; chiese a quei signori come doveva fare per essere ingaggiato e nessuno riuscì a fargli cambiare idea.

Una mattina, prima del sorgere del sole, si caricò sulle spalle un grosso zaino nel quale la mamma aveva messo del lardo, dei salami, delle grosse micche di pane e una capiente borraccia, ricavata da una zucca essiccata e svuotata, colma d’acqua.

Inforcò la vecchia bicicletta che era stata di suo padre e partì; si voltò dopo poco e vide la mamma che piangeva, una morsa gli strinse il cuore ma ormai la decisione era stata presa.

Pedalava tutto il giorno e parte della notte, quando proprio crollava dal sonno si rifugiava sotto un ponte e dormiva, dopo essersi rifocillato anche sforzandosi, perché la fatica eccessiva gli toglieva la fame; doveva comunque nutrirsi per poter raggiungere la meta lontana.

E mentre pedalava fantasticava sul denaro che avrebbe guadagnato, col quale avrebbe acquistato un grembiule nuovo per la mamma e magari un paio d’occhiali per il nonno, che era quasi cieco e per Natale avrebbe comprato carne e due bottiglie di vino, per festeggiare come mai avevano potuto farlo.

Pedala e pedala, dopo alcuni giorni raggiunse la località di Aigues Mortes; come gli era stato indicato si rivolse ad un compaesano che trovò con una certa fatica, e così Tommasino iniziò a lavorare nelle saline, dove passava tutto il giorno; voleva essere il primo ad iniziare e l’ultimo a finire, per guadagnare il più possibile.

Raramente incrociava qualche abitante locale, tra questi un uomo che gli sputò addosso e una donna anziana che gli urlò qualcosa che non capì, ma comprese che non doveva trattarsi di niente di buono.

Il lavoro era ancora peggiore di quel che gli era stato prospettato, ma Tommasino strinse i denti e non si perse d’animo.

Erano già passate tre settimane dal suo arrivo, era smagrito e ogni tanto si sentiva mancare per il caldo torrido e il lavoro sfibrante; aveva già incassato parte del suo salario, che portava sempre con sé.

Un brutto giorno, mentre era intento a faticare, sentì un clamore provenire da lontano; aguzzò lo sguardo e vide una moltitudine di persone inferocite che si dirigeva verso di lui e gli altri lavoratori. L’istinto agì prima ancora che la sua mente capisse cosa stava accadendo; iniziò a correre a gambe levate, dietro di lui sentiva urla folli e spari di fucile. Purtroppo la mobilitazione dei residenti era totale, e Tommasino si trovò accerchiato da malintenzionati provenienti da ogni dove; avvertì un dolore fortissimo al capo ed iniziò a grondare sangue, gli era stata lanciata una pietra. Cadde nella palude e prima di perdere i sensi avvertì il dolore ripetuto di calci e bastonate.

Si risvegliò in piena notte, i criminali lo avevano creduto morto, cercò di alzarsi ma ricadde nel pantano numerose volte; aveva senz’altro delle ossa fratturate, ma quel che era peggio è che Tommasino aveva perso la memoria.

Cercò il portafoglio ma non lo trovò, gli infami lo avevano anche derubato.

Era solo nella palude, circondato dalle tenebre, ignaro delle sue generalità e da dove venisse; soltanto l’istinto lo guidò indicandogli di dirigersi verso oriente.

Camminò per settimane, dolorante e affamato, tenuto appena in vita dalle rare elemosine che ricevette.

Giunse infine nella città di Asti, per caso, e si aggiunse ai vagabondi che elemosinavano la vita dall’altrui pietà; per le gravi percosse aveva perso l’uso delle braccia e camminava zoppicando vistosamente, non poteva più lavorare.

Tommasino morì assiderato alla vigilia di Natale di quel maledetto 1893, la carne e le due bottiglie di vino con cui avrebbe voluto festeggiare il Natale rimasero un sogno irrealizzato.

Nell’eccidio di Aigues Mortes morirono numerosi piemontesi, colpevoli di volersi guadagnare il pane onestamente; si fece un processo farsa e nessun assassino francese pagò per quei crimini. Assassini autoassoltisi nel più completo marciume morale, infami tra gli infami, più che Acque Morte la definizione che meglio si addice è quella di Anime Morte.

Riedizione di racconti di Ernesto Martinasso pubblicati su Me Piemont. Mostra meno