La poesia “Invictus” fece compagnia, durante la sua prigionia, Nelson Mandela (1918 – 2013), attivista anti-apartheid, presidente sudafricano, Premio Nobel per la Pace , il cui anniversario di nascita è ricorso la settimana scorsa. Mandela la leggeva frequentemente in quei lunghi 27 anni di reclusione durante il periodo dell’apartheid per trarne determinazione e coraggio.
Questa poesia è apparsa in film come “Casablanca” e, ovviamente, l’omonimo film su Nelson Mandela diretto da Clint Eastwood.
Anche vari politici e autori amano citare gli ultimi due versi della poesia: ad esempio in “De Profundis” (1897), Oscar Wilde ricorda che “non ero più il Capitano della mia anima “-

“Invictus” è una breve poesia scritta da William Ernest Henley (1849-1903), poeta britannico del periodo vittoriano.
Prima dei vent’anni Henley dovette subire l’amputazione di una gamba, a causa di complicazioni derivanti dalla tubercolosi.
Successivamente, i medici lo informarono che anche l’altra gamba era a rischio di amputazione, ma lui si oppose alla seconda operazione e accettò di sottoporsi ad altri interventi chirurgici e cure mediche sperimentali per la tubercolosi dell’osso. Nel 1875, mentre era ricoverato in ospedale, scrisse questa poesia, che pubblicò per la prima volta nel 1888, senza titolo, sul suo primo volume di poesie. Il titolo “Invictus” le venne dato dall’editore di “The Oxford Book of English Verse”.-

INVICTUS

Out of the night that covers me,
Black as the pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.

In the fell clutch of circumstance
I have not winced nor cried aloud.
Under the bludgeonings of chance
My head is bloody, but unbowed.

Beyond this place of wrath and tears
Looms but the Horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds and shall find me unafraid.

It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll,
I am the master of my fate,
I am the captain of my soul.

Eccone la mia traduzione:

Dal profondo della notte che mi avvolge,
nera come un pozzo da polo a polo,
rendo grazie a qualunque dio ci sia
per la mia anima invincibile.

Nella feroce morsa delle circostanze
non ho indietreggiato né gridato.
Sotto le percosse della sorte
il mio capo è insanguinato, ma non piegato.

Oltre questo luogo di collera e lacrime
incombe solo delle ombre l’orrore,
eppure la minaccia degli anni
mi trova e troverà senza timore.

Non importa quanto stretta sia la porta,
quanto carica di castighi la vita,
sono il padrone del mio destino,
sono il capitano della mia anima.

“Invictus” in latino significa “non vinto”, “mai sconfitto” e la poesia è un’opera profondamente descrittiva e motivazionale che parla della forza di volontà e della forza di fronte alle avversità, di perseveranza e coraggio, di sofferenza e resilienza. È una lirica che descrive il tentativo del poeta di motivarsi in una situazione di estrema angoscia mentale e fisica.

La poesia presenta anche temi religiosi: per esempio la descrizione dell’oscurità nei versi iniziali fa riferimento all’Inferno e nell’ultima strofa c’è un’allusione a una frase del Vangelo che dice, in Matteo 7:13-14, “Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono coloro che entrano per essa. Quanto stretta è invece la porta e angusta la via che conduce alla vita! E pochi sono coloro che la trovano!”
Il poeta prova gratitudine verso qualsiasi dio o divinità che possa esistere per avergli concesso una resilienza incrollabile, per la sua “anima invincibile” perché nessun dolore può essere in grado di piegarla.
Il tema generale dell’autocontrollo è veicolato anche attraverso la scelta delle parole finali: “padrone” e “capitano”. Nessuno può controllare le nostre vite, il destino di ogni individuo è sotto la nostra giurisdizione, non in balia degli ostacoli che incontriamo o di altri poteri terreni.