Aristide correva sulla sua lambretta blu. Faceva lo sguattero nelle cucine dell’hotel Excelsior. Il Magic aveva chiuso e se voleva portare il salario a casa, doveva andare fino a Rimini. Era bravissimo a pulire il pesce, aveva detto ai parenti: “le sogliole di Rimini aspettavano proprio me, perché c’ho le mani d’oro”.

I parenti li aveva visti l’ultima volta allo sposalizio l’anno prima, quando si era maritato con Margherita, la bella e tenera figlia di Scarpone. Suo suocero era un omone grande e grosso che si sentiva quando ti arrivava alle spalle. Sua suocera era morta da vent’anni e si mormorava avesse fatto un matrimonio riparatore dopo essersi persa nel bosco con Giove, il figlio del fattore bello come un dio.

Aristide non aveva la patente. Aveva tentato di prenderla ma era stato bocciato. Due volte. “Troppo lento a capire”, aveva detto l’istruttore. Non adatto perché non partiva mai al momento giusto e tagliava la strada anziché dare la precedenza. Anche suo fratello Amilcare glielo aveva detto: “Non sai distinguere la destra dalla sinistra.” Ma a lui non importava, sulla Lambretta si sentiva un gran signore anche se doveva partire alle cinque del mattino per essere in cucina alle sette, pronto con il grembiule pulito e stirato. Ed ecco la discesa della panoramica che separava la provincia di Pesaro dalla provincia di Forlì. Era in Romagna e si sentiva come Saarinen che nella pista di Misano correva come se avesse le ali sulla schiena. Glielo aveva raccontato suo cugino che i soldi per andare a vedere le gare di moto ce li aveva sempre. Anche Aristide un giorno avrebbe avuto i soldi per andare a Imola a seguire la Formula Uno. Sarebbe bastato convincere Margherita, che in quanto a soldi era un po’ tirata e le spese del marito non erano mai necessarie. Piuttosto spendeva sempre in sartoria per farsi gli abiti più belli e mostrarsi alle feste di paese. Quella mattina gli aveva detto che doveva fare gli straordinari perché si sarebbe allargata e servivano abiti nuovi. Era incinta e Aristide già si immaginava un bel maschietto ammirato da tutti.

Quella discesa la conosceva a menadito e avrebbe potuto percorrerla ad occhi chiusi. Aumentò la velocità e sentì l’aria frizzante del giorno colpirgli la faccia. Qualcosa gli entrò in un occhio che cominciò a lacrimare. Gli occhiali da moto li teneva appesi al collo perché troppo stretti. L’istinto lo spinse a chiudere le palpebre e tentò di rallentare, la curva a gomito che aveva difronte era per specialisti e avrebbe dovuto affrontarla con entrambi gli occhi aperti. Non si preoccupava più di tanto, mai una volta aveva incrociato qualcuno per strada, ma quel giorno il Signor Fava doveva partire presto per vendere i suoi buoi a Cesena.

Lo scontro fu mortale, la lambretta saltò sopra il furgone fermo a lato della strada. Aristide sentì le corna tranciarlo di netto dalla spalla al fianco, rimbalzò sul muretto e cadde giù nel burrone. Morto sul colpo, appeso a un ramo infilzato negli occhiali. Povero Aristide, neppure l’onore di un bello scontro frontale. Il Sig. Fava prima di capire cos’era successo aveva imprecato contro i dischi volanti che gli avevano fatto un brutto scherzo. La lambretta si era accartocciata tutta e si era fermata soltanto alla fine della discesa.

La povera Margherita pianse per settimane ma poi dovette guardarsi in giro. La pensione del marito le bastava per vivere, ma se voleva assicurarsi un futuro dignitoso, le servivano altre entrate. La zia le sfide di prendere esempio dalla povera mamma: “Ce l’hai nel sangue”, aggiunse sistemandole la veletta. Intanto le spettava metà della casa e pensò bene di dare il benservito alla suocera e al cognato e di andare in cerca un marito benestante, magari si Rimini, interessato ad una donna con dote. La pancia prima o poi si sarebbe vista.

La suocera di stare con le mani in mano non ci pensava proprio e obbligò il povero Amilcare a farsi sotto. Quello, della cognata aveva soggezione, ma per non finire in una stalla cominciò a fare la corte alla vedova. E fu così che quella si fece convincere, anche perché un pollo ricco e vecchio come lo cercava lei non si era fatto trovare. Sperava che anche il cognato un giorno sarebbe andato all’altro mondo lasciandole tutta la casa e la suocera a quel punto non era un problema. Se fosse stata ancora viva poteva farle fare un volo per le scale o dalla finestra. Era distratta e tutti lo sapevano.

E così Amilcare finì nel letto di Margherita. Poveretto, una vita già decisa prima di sbocciare. Anche il prete lo volle vedere maritato perché il Signore non avesse da punirli per lo scandalo. Già le vicine comari andavano in parrocchia a criticare la sgualdrina che incassava la pensione del marito e si trastullava con un giovinetto imberbe la notte. Dovevano sposarsi. E in dodici mesi Don Aldo celebrò due sposalizi.

Ma Amilcare in strada era prudente e il lavoro l’aveva trovato dietro casa. La salute era buona e di figli ne arrivarono altri tre. Margherita figliava come una coniglia e pensare che sembrava delicata. Quella di Aristide era l’unica femmina, una vera vipera che se ne andò presto per lavorare in banca in Friuli dove sposò un bel carabiniere. I maschi invece si
prendevano cura della nonna e della casa perché non accadessero più certi strani incidenti inspiegabili.

Ed eccoli lì, ancora insieme. La vicina di casa quando li vedeva passare si inteneriva guardandoli. Avrebbe desiderato anche lei una vita romantica come la loro, pensava fossero così innamorati che nessuno dei due voleva andare all’altro mondo e separarsi dal proprio amore dopo settant’anni di felicità. In realtà nessuno dei due voleva andarsene per primo lasciando all’altro la soddisfazione di vivere libero anche un solo giorno.

Michela Santini

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