Daniele Borioli

Ha ancora senso, nell’Italia della “seconda (?) Repubblica”, pensare a un’aggregazione di forze centriste, moderate e riformiste al tempo stesso, in grado di costituire un punto di equilibrio mobile, oscillante leggermente, talvolta a destra e talvolta a sinistra, quale asse di tenuta democratica del sistema politico e istituzionale?

La domanda non è peregrina, né solo teorica, essendo stata formalmente e sostanzialmente lanciata sulla scena del dibattito nostrano da colui che ha giocato per un triennio il ruolo di principale protagonista della scena politica italiana: Matteo Renzi. Al di là di come si possano giudicare il personaggio e la sua parabola politica, da capo del maggiore partito italiano a fondatore scissionista di uno dei vari “partitini” che affollano la scena, il tema ha una sua rilevanza, crescente mano a mano che si avvicina la scadenza delle prossime elezioni politiche.

La mia personale risposta è sì. Anche se si tratta di un sì che muove dalla constatazione di un fallimento e non reca con sé l’entusiasmo che si dovrebbe, invece, esprimere verso una condizione ritenuta, se non ottimale, almeno soddisfacente e coerente con le premesse teoriche della lunga marcia di innovazione intrapresa a partire dalla legge elettorale denominata “mattarellum”, dal nome del suo ispiratore e attuale Presidente della Repubblica a fine mandato.

Un sì, il mio, che deriva dalla presa d’atto di come il disegno che ha supportato la stagione del bipolarismo maggioritario, giunto al suo acme con l’ulteriore evoluzione di stampo bipartitico e la nascita del Partito Democratico sia tristemente approdato a un esito disastroso, frantumandosi sugli scogli della propria inadeguatezza a reggere la sfida che ci si era proposti di lanciare.

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