Ombre egizie

Accadde alcuni anni or sono un fatto veramente strano, reso ancora più strano dalla sua inquietante particolarità; si trattava di ombre, sicuramente malefiche.
E’ necessario andare per ordine, per cercare di comprendere quanto accadde e dargli, se possibile, un senso logico, tanto da renderlo meno angoscioso.
Giovanni transitava dinanzi l’entrata del museo Egizio di Torino pensando ai fatti suoi e nel contempo ammirando la statua della Dea Sekhmet.
Nel suo fantasticare si accorse che qualcosa non quadrava e così si fece attento, ciò che vide lo atterrì: la sua ombra mutava.
Non era più la sua ombra solita, che ben conosceva, ma si trattava invece di qualcosa di dotato di una vita propria, autonoma.
Convinto di non stare bene si appoggiò ad un muro, nel timore di svenire; a quel punto l’ombra rimase a mezz’aria.
Essa lo fissava minacciosa, con uno sguardo tremendo in chiaro scuro; cercò di allontanarsi da essa e raggiunse una panchina, si sedette tremante.
L’ombra lo seguì piazzandosi accanto, sibilando sul suo volto frasi in una lingua a lui sconosciuta; una parola veniva ripetuta spesso: Sheut.
Decise di rientrare alla sua dimora e mettersi a letto, aveva perso la sua lucidità, a causa, secondo lui di una forte febbre.
Raggiunse la sua abitazione entro poco tempo, abitando a due isolati dal museo Egizio; per tutto il tragitto non badò alla sua ombra.
Si misurò la temperatura corporea: 36,2 °C, cercò febbrilmente un altro termometro, lo trovò e il risultato era praticamente il medesimo: 36,3 °C.
Era disperato, si stropicciò gli occhi e vide che l’ombra era dinanzi a lui e che lo fissava con un’espressione diabolica.
Capiva che se l’ombra avesse voluto aggredirlo l’avrebbe già fatto, quindi poteva prendersi un certo tempo per riflettere sul da farsi.
E siccome provava orrore nel vedere l’ombra malvagia, decise di chiudere le imposte e rimanere al buio; l’ombra non si vedeva.
Percepiva però la sua presenza maligna e così, spossato, raggiunse tentoni il suo letto per rilassarsi, per quanto fosse possibile essendo teso spasmodicamente.
Il sonno lo vinse e si sentì sprofondare nello spazio e nel tempo, finché si trovò in un deserto smisurato riarso dal sole.
Gli apparve una figura divina che disse “io sono Ptah, il creatore, prostrati dinanzi a me, mortale”; Giovanni si inginocchiò intimorito e attese.
“ Sekhmet è mia sposa, tu hai calpestato lo Sheut, la sua ombra, così che una parte di essa si è unita alla tua.”
“Sekhmet è adirata ed ha ordinato all’ ombra di perseguitarti e non darti tregua, fino a farti impazzire; stai correndo un grande pericolo.”
Giovanni disse tremando “grande Ptah aiutami, ti supplico!”, replicò tuonando il divino “taci, misero mortale, tu non puoi proferire parola dinanzi a me.”
“Se vuoi salvarti esiste soltanto una possibilità: recati dinanzi alla statua della mia sposa e supplicala di riprendersi la sua parte di ombra.”
“Prima di fare ciò adotta un gatto abbandonato, così facendo Bastet, la dea con sembianze di gatta, intercederà presso Sekhmet per blandirla, proteggendoti.”
L’immagine di Ptah divenne evanescente finché sparì e Giovanni si svegliò, ritrovandosi nella sua camera buia che condivideva con la terribile presenza.
Appena poté si recò al gattile dove vide una bellissima gatta bianca che lo osservava coi suoi occhi a mandorla e pareva attenderlo.
La condusse a casa sua colmandola di attenzioni, la chiamò Bastet e constatò che soffiava all’ombra maligna, con l’intento di proteggerlo.
Si recò quindi dinanzi alla statua di Sekhmet, seguito dall’ombra che biascicava probabili maledizioni nei suoi confronti, inginocchiandosi all’ombra della dea.
Teneva in braccio la dolce micina e supplicò la dea di porre fine all’orrore che lo perseguitava; la gatta scrutava l’invisibile.
Un miagolio rassicurante seguito dalle fusa della gattina Bastet lo rassicurò; uscì dall’ombra di Sekhmet e vide la sua ombra tornare normale.
Era di nuovo la sua vecchia e rassicurante ombra a proiettarsi sul suolo, al posto della raccapricciante manifestazione che lo aveva tanto perseguitato.
La gattina Bastet è diventata compagna inseparabile di Giovanni e protegge lui e la sua casa; ogni tanto fissa l’ombra del padrone.
Nel suo scrutare l’imperscrutabile essa vigila, con l’ausilio della dea con la quale condivide il nome, che tutto proceda al meglio.

Riedizione di racconti di Ernesto Martinasso pubblicati su Me Piemont.