(audiopoesia – lettura di Rita Stanzione)

Anna Andreevna Achmatova, pseudonimo di Anna Andreevna Gorenko (Bol’soj Fontan, 23 giugno 1889 – Mosca, 5 marzo 1966), è stata una poeta russa; non amava l’appellativo di poetessa, perciò preferiva farsi definire poeta, al maschile.
Sul vero cognome, il padre pose un veto: « quando venne a sapere delle mie poesie, mi disse: “non infangare il mio nome”. “Non so che farmene del tuo nome” gli risposi». Decise di chiamarsi con il cognome tartaro di una principessa antenata che sposò Khan Akhmat, discendente di Gengis Khan.

Il suo primo verso riuscito fu lo pseudonimo. “Un verso memorabile nella sua acustica inevitabilità […] le cinque A di Anna Achmatova collocarono la titolare di questo nome in testa all’alfabeto della poesia russa” (Brodskij).

Sulla sua poetica ebbe molta influenza la conoscenza delle opere di Dante Alighieri, come anche testimonia il filosofo Vladimir Kantor: «Quando chiesero ad Anna Achmatova, la matriarca della poesia russa, “Lei ha letto Dante?”, con il suo tono da grande regina della poesia rispose: “Non faccio altro che leggere Dante”».

Fu popolarissima fin dal suo esordio, famosa anche per le letture pubbliche dei suoi versi dai quali traspariva una nuova educazione sentimentale, una nuova versione dei temi universali dell’amore e dell’eros. Erano brevi componimenti di metro classico, sobri, facilmente memorizzabili. Migliaia di donne iniziarono a comporre poesie imitando il suo stile, facendole scrivere divertita a posteriori: “Io ho insegnato alle donne a parlare / mio Dio, ma come obbligarle a tacere?”.

Fu moglie dal 1910 al 1918 di Nikolaj Gumilëv. Fece parte della Corporazione dei poeti, un gruppo acmeista fondato e guidato dal marito.
Compose la prima opera “La sera” nel 1912, alla quale seguì “Il rosario” nel 1914, caratterizzate entrambe da un’intima delicatezza. Lo stormo bianco” (1917), “Piantaggine” (1921), “Anno Domini MCMXXI” (1922) sono raccolte di versi ispirate dal nostalgico ricordo dell’esperienza biografica, che spesso assumono quasi la cadenza di una preghiera.

Dopo la fucilazione del marito nel 1921, seguì una lunga pausa indotta dalla censura, che la poetessa ruppe nel 1940 con “Il salice” e “Da sei libri”, raccolte dalle quali emerge un dolore derivato dalla costante ricerca della bontà degli uomini.
Il figlio Lev fu imprigionato fra il 1935 e il 1940. Achmatova faceva lunghe code per lasciare a Lev pacchi di viveri e vestiti, in fila con altre donne che aspettavano di poter fare lo stesso. Se il pacco era accettato, era segno che il prigioniero era vivo. In caso contrario era sicuramente deceduto:

«Ho passato diciassette mesi in fila davanti alle carceri di Leningrado. Una volta qualcuno mi ‘riconobbe’. Allora una donna dalle labbra livide che stava dietro me e che sicuramente non aveva mai sentito il mio nome, si riscosse dal torpore che era caratteristico di tutti noi e mi domandò in un orecchio (lì parlavano sussurrando):
“Ma questo lei può descriverlo?”
E io dissi:
“Posso”».


fonti: Wikipedia e enciclopediadelledonne.it