Dette Il buon pomeriggio alla barista. Si fece stappare una birra. La pagò. La ragazza era troppo indaffarata con altri clienti e non si curò di lui. Lui si mise a sedere al tavolino dentro al bar. Si tolse il giubbotto e lo sistemò all’attaccapanni. Iniziò a sorseggiare la birra media. La barista aveva smesso di servire gli avventori e ora sbrigava alcune faccende, come pulire i tavolini interni, spazzare per terra, sistemare il bagno, riordinare i liquori sulle mensole in alto. Entrò un tipo alto, di bell’aspetto, biondo, distinto, un poco stempiato. Chiese un caffè corretto col Sambuca.  Per un attimo gli sembrò di riconoscere un suo vecchio compagno di liceo. Era indeciso se salutarlo o meno, visto che non si vedevano più da decenni. Stava per fare un cenno con la mano, ma poi si fermò. Oramai erano cinquantenni e si erano persi di vista. Sapeva che neanche quel suo compagno di scuola andava alle cene di classe. Anche lui le considerava degli amarcord fuori luogo e penosi, che immalinconivano, rattristavano entrambi, dato che in quelle occasioni si facevano bilanci esistenziali, termini di paragone e si constatava che nelle stragrande maggioranza dei casi i presenti erano delle parodie rispetto a un tempo. Si accorse comunque con un rapido colpo d’occhio che non si trattava del suo ex compagno di scuola. Si era trattato di un falso allarme. Ma ormai era perso nei pensieri, in un turbine di ricordi. Sorseggiò ancora la birra lentamente. Poi ricordò che quel suo ex compagno di scuola ora lavorava come impiegato in una scuola di eccellenza. Glielo aveva detto il suo ex insegnante di italiano, che aveva schernito lui ed elogiato il suo ex compagno di classe, motivo di vanto, di orgoglio. Quest’ultimo ce l’aveva fatta. Era un uomo arrivato. Era culturalmente riconosciuto. Aveva a differenza di lui, che era disoccupato, un ruolo, una funzione sociale, un lavoro rispettabile. Era un uomo degno di ogni stima. Eppure tutti e due andavano poco bene al liceo per usare un eufemismo. Gli altri compagni di scuola e gli insegnanti giudicavano impietosi il suo insuccesso, adducendo come causa di esso colpa e mancanza di capacità.  Ma questo rientrava nel gioco spietato delle parti e poi l’obiettività non esisteva mai perché nessuno conosceva a menadito la vita altrui per giudicare e spesso non c’era la serenità di giudizio, per cui dove uno vedeva il merito un altro vedeva la fortuna e dove uno vedeva la sfortuna l’altro vedeva il demerito. Era meglio comunque se le persone si facevano  gli affari propri che ne avevano ben donde. Certo in quel liceo non erano mai stati generosi con lui. Era iniziata a correre la vioce che fosse gay in quegli anni e i suoi coetanei c’erano andati a nozze. Gli stessi insegnanti,  apparentemente più comprensivi ed elastici, si divertivano a sentire, a raccogliere pettegolezzi. Erano gli ultimi anni ottanta, uniti al fatto che si trattava di vivere un mondo chiuso di provincia. Era solo un pettegolezzo, però  diffuso in modo esponenziale. Lui non era gay. Ma se anche fosse stato gay che male ci sarebbe stato? E poi la cosa doveva essere analizzata da tutti e diventare così di pubblico dominio? Quello era stato un trauma giovanile prolungato. A volte sembrava di risentirle le voci, le risate, i sorrisini di scherno, gli sguardi di sfida, i doppi sensi, le battutine nelle conversazioni. Tutto mai esplicitato totalmente perché avevano forse paura di una sua reazione violenta, di un suo scoppio d’ira. Vigliaccamente la voce cresceva. Ormai lo sapeva tutta la cittadina. Lui non andava neanche più in chiesa perché la voce era arrivata anche lì e sarebbe stato condannato anche da quel microcosmo cattolico, dove tutti pensavano di sapere tutto di tutti. I ragazzi sapevano essere crudeli. Adesso era passato molto tempo e nessuno lo avrebbe mai risarcito per tutto ciò. Era vera violenza psicosociale, ma nessuno si era mai scusato. Nessuno aveva mai affrontato apertamente l’argomento con lui. Forse era una cosa considerata delicata. Forse pensavano che ci fosse di peggio nella vita, ma chi pensava ciò spesso non pensava che a lui, ridendo e scherzando, avevano rovinato gli ultimi anni del liceo. Non aveva avuto amori. Il suo rendimento scolastico ne aveva risentito. Ma del vero motivo dello scarso rendimento non ne aveva mai parlato con nessuno. Si vergognava di ciò.  Quel suo ex compagno di scuola, che ora gli era tornato improvvisamente alla mente, non era mai stato suo amico. Ci scambiava volentieri qualche chiacchiera, ma era il suo rivale. Pensò al libro “L’antagonista” di Cassola, che era ambientato a Pisa e trattava proprio dello stesso tema. Pensò che era un libro che esprimeva tutto quel suo disagio esistenziale giovanile. Gli piaceva Cassola non solo per lo stile piano, asciutto, essenziale, ma anche perché ambientava molti dei suoi lavori in Toscana. In fondo lui considerava mitici posti come Volterra, Cecina, Saline perché avevano ispirato Cassola. Andare in quei posti era respirare la stessa atmosfera; era un poco come andare a Monterosso e pensare a Montale. Sorseggiò la birra e pensò che l’avevano emarginato in quegli anni. Tutti erano colpevoli e nessuno era colpevole. Qualcuno potrebbe obiettare che le ragazze abbassano le difese a un gay. Ma questo succede solo quando uno è dichiaratamente gay, non quando ci sono solo delle voci. Era tutta una questione di reputazione. Quelle voci ledevano la sua reputazione. Le ragazze non si mettevano con lui per non rovinarsi la reputazione perché era uno chiacchierato. Si aggiunga anche il fatto che lui non era affatto bello e che quel suo ex compagno di classe gli rubava le ragazze. Si ricordò quando seppe che era passato a giugno in quarta liceo e che una ragazza di cui era cotto si era quella stessa sera messa insieme col suo antagonista. Si ricordò quando l’ultimo anno il suo rivale era ospitato a casa delle più belle della classe, con cui riusciva a fare sesso. Quindi i ricordi svanirono. Fece mente locale. Guardò un attimo il soffitto.  Era un bel locale. Non c’era che dire! Nessuna crepa nelle pareti, nessuna macchia d’unto. La barista diceva a un tizio che in parte gli stavano antipatici certi ubriachi la sera, ma poi in verità confessava di volere loro bene. La barista era carina, spigliata, sicura di sé, intelligente, coi capelli lunghi rossi. Difficilmente portava gonne o minigonne. Cercava sempre di fare due chiacchiere con tutti. La conoscevano tutti. Aveva i suoi ammiratori. Lui se ne infischiava di tutto ciò.  Quella ragazza poteva fare l’amore con chi voleva. Non era curioso della sua vita e dei suoi particolari. Aveva tutto il diritto di vivere le sue libertà! A onor del vero ritornò a pensare che era stato meglio così:  meglio solo e scapolo che divorziato con separazione con addebito, figli da mantenere, mutuo da pagare, cessione del quinto dello stipendio, etc etc. In definitiva era stato fortunato. Pensò anche a quelle belle compagne di scuola, che ora erano signore attempate di mezza età che non lo attraevano più. Era stato decisamente fortunato. Quel rivale gli aveva evitato molti guai. Poi lui aveva avuto le sue avventure nel Nord come studente fuori sede. Si era sempre chiesto se quelle ragazze nordiche l’avevano preso veramente per ciò che era oppure perché apparteneva a certe categorie (per esempio era toscano, era un universitario, etc rtc). Ma una risposta certa non c’era. Finì la birra. Prese il giubbotto. Si alzò. Salutò cortesemente la barista che ricambio il saluto. Per un istante pensò che quella giovane barista non sapeva niente di lui. Era troppo giovane. Per lei era solo un omuncolo attempato. Sapeva che era disoccupato, ma niente altro. Non sapeva dei suoi versicoli, dei suoi aforismi, dei suoi saggi brevi, dei suoi racconti brevi. Di tutto ciò la ragazza fortunatamente non sapeva niente, come non ne sapeva niente la sua cittadina. Quella giovane barista non conosceva assolutamente la sua storia ed era meglio così. Pensò che il rivale,  l’antagonista era il passato: un passato su cui non rimuginare più, un passato da dimenticare ormai. Una radio vintage in sottofondo passava la canzone “Notte di note” di Baglioni.  Si fermò un attimo ad ascoltare. A un certo punto Baglioni cantava: “…per tutti gli uomini che passano nel mondo come scarabocchi”. Forse era davvero così. Se ne andò. Uscì fuori. Sulla via di casa si fermò all’edicola a prendere il giornale per suo padre.  Passò vicino a un ristorante etnico. Lì accanto c’era una sede di una chiesa evangelica. Sentì un predicatore che urlava: “un giorno la tua vita finirà. Un giorno non avrai più tempo. Un giorno la tua vita finirà “. Lui affrettò il passo e cercò di non pensare troppo. Era una bella giornata. Nessuna nuvola e sulla faccia un alito di vento, che poi gli increspava i pochi ciuffi di capelli rimasti.