Tra le varie tipologie di affinamenti in auge negli ultimi anni ne esiste una in continua sperimentazione: quella chiamata UnderWater Wine, ovvero il vino sott’acqua, in fondo al mare.

Foto di Dean Lewis da Pixabay

Già i Greci custodivano le uve in mare per eliminare la pruina, in modo da farle poi appassire più rapidamente mantenendo aromi e sostanze tipiche

Anche i Romani miscelavano le uve essiccate al sole con acqua marina in modo da ottenere una maturazione più veloce e prevenire l’acetificazione.

Nel 2010 sono state rinvenute bottiglie di Champagne nel Mar Baltico e di alcune di esse è stata certificata la bevibilità a livello organolettico dal National Accademy of Sciences.

Fu in realtà Raul Perez, enologo spagnolo, che nel 2003 diede inizio a questa tipologia di affinamento in mare con delle botti di Albarino, in Galizia, e che ad oggi produce diversi vini con questo tipo di affinamento.

Oltre che un’azione di marketing (le bottiglie così affinate divengono dei pezzi unici da collezione: scolpite dalle conchiglie e dai crostacei marini risultano irriproducibili), con il passare degli anni e l’interesse crescente sul metodo di affinamento, i produttori italiani hanno creato un consorzio per gli UnderWater Wine, per la tutela del metodo di affinamento subacqueo del vino, per continuare a fare ricerca sugli effetti dell’immersione sott’acqua sul vino stesso ed introducendo il termine “meroir”, traslazione di terroir con i suoi elementi tipici di questo affinamento: temperatura, pressione, profondità, correnti marine e micro-ossigenazione.

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Silvia Gario