CON-FUSIONE CON-FINE

 · di Rebecca Lena · in Racconti. ·

Non mi vedo, sopita nel vapore d’assenso e distrazione. Non ricordo di avere un corpo, né un viso. Distinguo una smorfia apotropaica riflessa sul vetro di una finestra riemersa: propaggine di nebbia accolta dal mare. Non esisto che nella percezione delle scadenze. Nel fare alienato. Non ci sono fuochi nel cielo né in nessuno. Non ci sono scosse di sole.

Solo una lacca d’immoto: ogni reduce vibrazione sta sulla patina in superficie, fatta d’ansia, d’olio di azioni meccaniche, di dissenso verso ciò che degrada, di aspettative infrante, di scandaglio del tempo, di stima del profitto, di autocompiacimento, e compagnia materiale. Ci galleggio smarginando il mio confine.

Non mi sento. Non vi sento, forse anche voi sfrangiati sulla vernice versata.

Ma affondo, credo, nel sentimento delle cose, capovolgendo questa stasi, proprio ora che la mia guancia si congiunge al tuo petto, nella conca destra in cui il petto si inarca in spalla. Ecco, io lì mi incastro e d’un tratto mi sveglio, ritrovo il mio viso fra i vapori, compiuta, potenziale e potenzialmente euforica. Ridisegno il confine del mio corpo e quel mare immobile, ormai sbiadito, mi spinge in alto, lontano dal suo nuovo mescolio. 

Nuove onde e mulinelli. 

Vedo riaffiorare i miei pensieri profondi, arricchiti di coralli e crostacei preziosi. Statue con capelli di alghe. Forzieri incrostati e rugginosi. La patina oleosa scompare in piccole macchie, inghiottite chissà dove in fondo all’increspare liquido del sentire; vedo d’un tratto i miei occhi riflessi, ovunque, nella schiuma, fra gli scoppi della luce rifratta. 

Mi vedo finalmente, nel reale, tutta quanta, sono un corpo disteso che giace accanto al tuo. Sono un corpo oppure lo indosso, non importa, mi calza perfettamente. 

Siamo adesso, entrambi; qui e in nessun altro luogo potremmo indossarci così bene. Forse dormiremo svegli, stretti in una morsa di morbidi sciabordii, separati solo da una pelle e da un abisso di pensieri conchiglia.

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