Cibo, energia e guerra

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Dal blog  https://comune-info.net

Gianfranco Laccone 12 Settembre 2022

Uno sguardo analitico su quel che insegna la storia recente sull’embargo, una delle azioni concrete che oggi legano la guerra, l’energia e l’alimentazione mostra percorsi e risultati tutt’altro che lineari. Più in generale, però, cibo, energia e avventure belliche sono legati a doppio filo dal sistema di mercato che, in virtù di un’ideologia che lo collocava a un livello di autonomia totale, era partito con l’ambizione di regolare le relazioni (non solo commerciali) tra tutti i soggetti e si è ritrovato incapace persino di governare le relazioni tra quegli Stati che pretendeva di by-passare, rimanendo vittima dell’incapacità di sottomettere il vivente alle regole lineari del mercato stesso

Cosa lega l’energia all’alimentazione e poi entrambe alla guerra? Innanzitutto è storia di oggi: la guerra in Ucraina ha portato con sé la crisi alimentare, per ora in Africa e Medio Oriente, e il problema energetico in Europa, quest’ultimo nei duplici aspetti di approvvigionamento della materia prima e di sicurezza degli impianti, innanzitutto quelli nucleari.

Ma questa è solo una dimensione contingente; vi è un legame strutturale più profondo negli assetti sociali ed in quelli del potere. Abbiamo constatato la forza di questo legame già durante la pandemia, quando credevamo che il diritto alla salute avrebbe promosso ampia solidarietà nel genere umano, mentre invece constatammo che promuoveva speculazione e profitto a vantaggio dei più forti. Il potere legato al possesso delle fonti energetiche, che diede il via al contenzioso sul possesso dell’Alsazia e della Lorena e che guidò le guerre successive da quella dell’Iraq all’attuale in Ucraina, s’impone con forza, ma anche quello della sua esibizione, come avvenne ad Hiroshima e come speriamo non sia avvenuto a Zaporižžja, assieme a quello di chi come la UE con il suo danaro, cerca di imporre la volontà di acquirente solvibile; questo potere si mostra con forza anche nel campo alimentare ed è una ulteriore manifestazione del gioco al massacro che si nasconde dietro al mercato globale. La guerra, l’energia e l’alimentazione sono legate a doppio filo dal sistema di mercato che, in virtù di un’ideologia che lo collocava ad un livello di autonomia totale, era partito con l’ambizione di regolare le relazioni (non solo commerciali) tra tutti i soggetti e si è ritrovato incapace persino di governare le relazioni tra quegli Stati che pretendeva di by-passare, rimanendo vittima dell’incapacità di sottomettere il vivente alle regole lineari del mercato stesso.

Se possiamo fissare una data simbolo per la fine delle ambizioni dei fautori del mercato globale e per il crollo  del castello di ipocrisia che si cela in esso, è quella della firma dell’accordo tra Russia, Ucraina e Turchia (con la presenza come garante dell’ONU – e non del WTO -) per il passaggio delle navi e la ripresa del traffico di cereali verso altre parti del mondo a partire dal mar Nero.  In tale data la contesa ha mostrato l’aspetto di guerra totale, combattuta con tutti i mezzi a disposizione e con la possibilità di essere interrotta con il solo mezzo necessario: la volontà delle parti di sedersi ad un tavolo e di farsi reciproche concessioni. Infatti, è solamente tale volontà che ha permesso di far viaggiare le navi con le derrate. Ma siamo sicuri che sia l’inizio di un dialogo o si tratta solo di un altro movimento sullo scacchiere internazionale della guerra?

Innanzitutto analizziamo l’embargo, l’azione che oggi lega concretamente i tre aspetti (guerra, energia, alimentazione). Per quanto lo si ammanti di alti valori morali, come reazione sdegnosa verso atti riprovevoli di qualcuno (il nemico), l’embargo è un’azione simile all’assedio e ad altre che nei secoli passati hanno contraddistinto le guerre, con in più una forte valenza politica e commerciale. Riprendendo la definizione, l’embargo è relativo al divieto di movimento delle navi in arrivo o i partenza con prodotti (cereali, petrolio) per limitare o forzare l’attività di qualche Stato, ma è anche il sequestro di materiale attuato per lo stesso motivo  e, metaforicamente, anche la diffusione di notizie che potrebbero favorire qualcuno (o nuocere, se di segno contrario).

Lo studio delle politiche di embargo attuate in tempi recenti risulta istruttivo e insegna che solo in talune situazioni il loro avvio è risultato efficace, realizzando gli intenti con i quali è stato attuato; diversamente è risultato molto difficile da gestire e si è rivelato, nel migliore dei casi, come un’altra qualsiasi azione di propaganda o ancora, molto facilmente, ha ottenuto effetti contrari. La guerra in corso in Ucraina sembra avere assunto questa direzione e lo stesso Kissinger, che nella sua vita da segretario di stato USA ha collezionato vittorie e sconfitte, sembra essere giunto a queste conclusioni, auspicando in una recente intervista un accordo tra le parti e ammonendo sulla necessità di non demonizzare il nemico con cui sarà necessario accordarsi.

Cinquant’anni fa  una parte dello scontro che contrappose USA/URSS si svolse con  azioni di embargo  che riguardarono il commercio dei cereali, incrociandosi con le strategie energetiche delle due superpotenze e l’aumento del prezzo del petrolio. Energia, cibo, scontro tra superpotenze … sembrerebbe che la storia si ripeta sempre.

Ma il quadro geopolitico dagli anni Sessanta era molto diverso da quello attuale: gli scambi internazionali non si avvalevano di regole comuni, oggi esistenti con il WTO e le regole applicate sia nel commercio del grano che in quello del petrolio non erano quelle squisitamente finanziarie; la compattezza politica dei blocchi (Nato e Patto di Varsavia) era maggiore di quella attuale, anche se le politiche del MEC (Mercato Europeo Comune, precursore della UE) e quelle degli USA erano tra loro diverse; l’assenza di monete forti permetteva aggiustamenti economici più flessibili di quelli attuali (non esisteva l’Euro, il Marco tedesco aveva una forza più limitata, mentre il dollaro, prima convertibile in oro, fluttuava dopo la fine degli accordi di Bretton Wood). Infine, benché Cina, India e Jugoslavia stessero lavorando per sviluppare la politica dei Paesi non allineati sotto la guida di personalità come Mao, Tito e Indira Ghandi, eravamo lontani dall’attuale sistema di relazioni che vede un consistente numero di  potenze economiche regionali ambire a strategie globali e confrontarsi sulla sfera mondiale non solo con altri Stati, ma con grandi imprese multinazionali.

Per gli USA si pose sin dagli anni Sessanta il problema se fosse legittimo offrire aiuti alimentari ai Paesi del blocco comunista e allora, sebbene da sponde diverse, sia Kennedy che Nixon optarono per il sì:  il primo per avviare le relazioni commerciali dopo la crisi di Cuba, l’altro per consolidarle, entrambi guidati dalla necessità di trovare soluzioni economiche alla sovrapproduzione statunitense (di mais e soia soprattutto), ma sollevando i malumori di parte dell’opinione pubblica (l’intervento di Nixon fu definito negli USA “l’estorsione del grano”). L’accordo cerealicolo con l’URSS, che divenne l’acquirente unico dei cereali per il blocco comunista, fu sottoscritto a tre condizioni: 1) rimborso da parte dell’URSS dei debiti della seconda guerra mondiale (1,3 MLD di $); 2) scambio (si potrebbe definire un baratto) tra grano USA / petrolio URSS; 3) pagamento in dollari (il dollaro allora era una valuta ancora stabile e si convertiva in oro). Esso risolse il problema delle eccedenze agricole Usa e permise all’URSS di stabilizzare le relazioni politiche con i Paesi satelliti. Ricordiamo, en passant, che esisteva comunque la guerra in Vietnam che vedeva direttamente impegnati gli USA e che rappresentava il terreno militare convenzionale del conflitto tra superpotenze.

La crisi petrolifera degli anni Settanta

La situazione si complicò quando, nella prima parte del decennio successivo, la crisi petrolifera rafforzò l’impennata dei prezzi dei prodotti alimentari (quelli zootecnici più di tutti), causando conseguenze pesantissime sul piano interno e sul sistema economico statunitense. Nixon, per tagliare la spirale inflazionistica, bloccò i salari e, per limitare il debito, dichiarò il dollaro non convertibile in oro, avviando la fluttuazione della valuta sui mercati internazionali. I prezzi continuarono a salire e sotto la pressione degli allevatori americani, per recuperare credibilità presso un’opinione pubblica interna sempre più avversa alla guerra, Nixon decise l’embargo unilaterale all’esportazione dei cereali statunitensi nel mondo; una  decisione che fu revocata solo quattro mesi dopo, ma che causò reazioni al limite del panico in Europa, dove la filiera zootecnica, avviata da pochi anni su scala industriale continentale proprio con l’apporto delle importazioni di mais e soia dagli USA, si trovò senza materia prima per lavorare. Le conseguenze negative per gli USA furono molteplici, a fronte di un vantaggio nella bilancia commerciale, e resero evidente la conduzione dilettantesca di uno strumento complesso come l’embargo. La prima fu la perdita di credibilità verso i suoi clienti che videro bloccato il flusso commerciale internazionale per motivi di politica interna; la seconda, allora meno evidente ma ora più chiara, il rafforzamento della spinta all’unità dei Paesi del MEC e lo stimolo a lanciare qualche anno più tardi un grande programma sovvenzionato dalla Comunità di produzione proteaginosa (mais e soia)  per raggiungere l’autoapprovvigionamento di mangimi concentrati per gli allevamenti industriali all’interno dell’area comunitaria; la terza derivò dalla struttura del sistema commerciale sovietico che si sarebbe voluto condizionare con le clausole dell’accordo commerciale e che, invece, ne uscì meno danneggiato per via della sua struttura interna: tutti i Paesi del blocco comunista erano legati all’URSS da rigidi accordi commerciali bilaterali, senza possibilità di accordi esterni al Patto e, soprattutto, erano sovrastati dalla potenza economica dell’URSS che deteneva la quasi totalità delle materie prime, delegando agli altri un ruolo di produttori finali. L’URSS aveva il ruolo di grande acquirente sui mercati internazionali e di distributore materie prime per la produzione interna al Patto.   

Non serve grande immaginazione per vedere in queste mosse molti dei passaggi attuali e delle ricette sostenute da quanti, in situazioni analoghe, ritengono di poter gestire lo scontro militare/commerciale.   

Ma un esempio ancora più pregnante sui possibili effetti negativi dell’embargo ci viene da quello realizzato dagli USA a principio del 1980 dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan del 29 dicembre 1979.

Il blocco del commercio dei cereali con l’URSS, unito ad altri blocchi (commercio della pesca nelle acque Usa, vendita di materiale e tecnologie avanzate, congelamento dei programmi di scambio economico e culturale, nonché rifiuto della firma degli accordi di limitazione nucleare SALT II) fu subito realizzato dal Presidente Jimmy Carter (anche contro il parere dei suoi consiglieri) e fu un segnale contro l’espansione sovietica che nel corso del decennio (aiutata dal disastro statunitense nel Vietnam) aveva attirato nella sua sfera d’influenza una quindicina di Paesi, ultimo appunto l’Afghanistan. Ma l’embargo non fu totale, poiché gli accordi tra i due Paesi prevedevano una base commerciale minima di 8 milioni di tonnellate di cereali, negoziata diversi anni prima tra Brejnev e Nixon, che era “fuori” dal pacchetto di accordi soggetto ad embargo. Fatto più determinante, gli USA diedero per scontato una solidarietà internazionale tra i Paesi esportatori (tutti “occidentali”) che non esistette. La mossa fu seguita controvoglia dalla CEE, dal Canada e dall’Australia, i quali ne furono maggiormente danneggiati (come avviene ora alla UE per l’embargo sull’acquisto del gas): per gli USA l’embargo partiva dagli otto milioni di tonnellate venduti, per tutti gli altri da un milione di tonnellate. La Spagna, che non era nella Comunità, approfitto dalla situazione (come ora fa la Gran Bretagna o la Turchia, ma anche l’Ungheria pur essendo componente della UE) e realizzò accordi di vendita; si deve aggiungere che la lealtà verso il governo statunitense non fu mantenuta nemmeno dai suoi commercianti che dirottarono i carghi diretti verso l’URSS su Paesi come la Romania o la Polonia (come oggi avviene per le multinazionali nel settore del gas). Per non parlare dell’Argentina, poiché al generale Videla non parve vero di poter fare lucrosi affari e vendicarsi della campagna sui diritti umani condotta contro di lui proprio dai nord-americani (cosa che attualmente riguarda anche le mosse di Erdogan, ripetutamente accusato di violazione dei diritti umani, ed il ruolo della Turchia rispetto alla UE).  Il risultato finale fu l’aumento delle scorte interne negli USA, la caduta del prezzo dei cereali con il conseguente fallimento di molte imprese nel Middle-West, l’esborso di 2,25 miliardi di $ del budget federale per portare le quantità eccedenti all’ammasso e, infine, la stessa mancata rielezione di Carter. Non che l’URSS ne uscisse indenne, visto che il primo effetto fu la riduzione del numero di capi di bestiame allevati, con conseguenze negative sul settore zootecnico, la perdita del controllo totale rispetto ai Paesi alleati e della credibilità commerciale per il conseguente non rispetto delle forniture – effetto già sperimentato dagli USA –. Oggi nei paesi compratori di gas avviene tecnicamente l’opposto (riduzione delle scorte di gas, aumento del prezzo fuori controllo, morte delle imprese impossibilitate a sostenere i costi o ad approvvigionarsi, la caduta o la difficoltà di molti governi occidentali), poiché i Paesi compratori hanno deciso l’embargo, ma i principi e soprattutto i comportamenti opportunisti e scarsamente solidali sono simili.

Se non è difficile trovare analogie con la situazione attuale, le differenze restano  molte: l’oggetto dell’embargo (il gas), il suo mercato (molto diverso da quello dei cereali), chi ha mosso l’azione commerciale (la massa degli acquirenti contro il venditore unico), il tipo di chiusura (le relazioni commerciali non sono state chiuse a saracinesca, ma dilazionate nel tempo in modo da permettere mosse importanti sul mercato stesso).  L’impatto dell’embargo sul gas è risultato meno devastante nel breve periodo, ma occorrerà veder gli effetti dopo il primo e soprattutto il secondo inverno nei Paesi del “blocco occidentale”, innanzitutto nella UE; l’embargo sulla vendita dei cereali ucraini, prodotto dall’URSS come reazione ma in realtà conseguenza logica della guerra in atto e dell’occupazione dei  porti, è sembrato più una mossa atta a costruire il consenso fuori dalle parti in guerra: i paesi terzi vittime della crisi alimentare ed a rischio di “rivolte del pane”, contrariamente a quanto molti immaginano, saranno più grati ai Paesi che ora giungeranno in lor soccorso (Turchia e Russia), che permettono il passaggio delle navi, e saranno tiepidi nel solidarizzare con l’altra parte (anche se molti dei loro governi si reggono grazie agli aiuti militari americani).

 La morale finale è che un embargo, qualunque embargo, quando riguarda produzioni o acquisti su base commerciale multipla, per la sua riuscita deve prevedere la solidarietà tra i Paesi esportatori (o importatori): senza una forte disciplina, si sviluppa un vero e proprio contrabbando, più o meno mascherato, e la mancata solidarietà è all’ordine del giorno. Non è sufficiente nel caso degli alimenti, ma anche in quello del gas, avere il quasi monopolio dell’acquisto o delle vendite del prodotto; il potere alimentare o quello del gas non si concedono ai Paesi leader del settore se non a prezzi sempre più alti e non è detto che alla fine i conti tornino.

La vendita è solo l’inizio della transazione: dopo la vendita si contratta sino al momento dell’incasso e chi ha venduto non saprà chi incassa e chi ha acquistato non saprà, se non alla fine, se ha guadagnato oppure perso. Si scommette su tutto ed è come se mangiare, o riscaldarsi, o bere, o vivere, dipendesse da scommesse che non abbiamo fatto, che non sappiamo di fare, che altri fanno per noi senza essere stati autorizzati. Immagine tratta da https://pxhere.com

Ma ciò che unisce cibo, energia e guerra è ciò che non si vede: la finanza che, con i suoi effetti, priva i mercati dell’autonomia necessaria a non strangolare le popolazioni e rende la situazione imparagonabile a quella di cinquant’anni fa. Oggi le regole sono le stesse per mercati immateriali come quelli del denaro, per mercati di fluidi che non si possono fermare come quello del gas, per mercati circolari e ciclici come quello alimentare che è stato rettificato. In tutti si emettono futures, in tutte le transazioni il momento della vendita non coincide con quello della “realizzazione dell’affare”. In tutti i casi la vendita è solo l’inizio della transazione: dopo la vendita si contratta sino al momento dell’incasso e chi ha venduto non saprà chi incassa e chi ha acquistato non saprà, se non alla fine, se ha guadagnato oppure perso. Si scommette su tutto ed è come se mangiare, o riscaldarsi, o bere, o vivere, dipendesse da scommesse che non abbiamo fatto, che non sappiamo di fare, che altri fanno per noi senza essere stati autorizzati.  I guadagni di pochi si realizzano rapidamente in quantità inimmaginabili; ma “se si trasforma l’uomo d’affari in un profittatore, si colpisce il capitalismo, perché si distrugge l’equilibrio psicologico che rende possibile il mantenersi dell’ineguaglianza dei guadagni. La dottrina economica dei profitti normali della quale ognuno ha una vaga coscienza è condizione necessaria per giustificare il capitalismo”.

Questa frase, riportata nel volume “la teoria della moneta”  è di John Maynard Keynes,  che studiò bene quanto avvenne alla fine della prima guerra mondiale e cercò di capire come far sopravvivere l’economa di mercato alla follia della guerra, al grande debito non rimborsabile, all’iperinflazione. Non siamo certo tra i fautori di questa impresa impossibile, poiché il meccanismo del “libero mercato” come oggi teorizzato chiude gli spazi alla democrazia, ma le parole sono illuminanti sul labile confine tra “giusto profitto” e “speculazione” e sulla necessità per le grandi ricchezze di rinunciare a qualcosa (come fecero all’epoca del New Deal americano) per non perdere la testa, come invece accadde a Luigi XVI in Francia un paio di secoli prima. In quanto all’inflazione e ai suoi effetti, Keynes si meravigliò molto dopo la prima guerra mondiale del “cinismo delle autorità sovietiche”, noncuranti della corsa verso il basso del rublo (noncuranza che è stata usata recentemente, ad es., in Argentina), ma capì che le grandi masse impoverite sarebbero sopravvissute ed avrebbero creato un sistema doppio, una doppia circolazione in cui la moneta del pane non era esattamente la stessa dei conti bancari.

Non sarebbe male tra embarghi e guerra pensare a sottrarre la moneta del gas da quella delle transazioni finanziarie.